Liverpool: diario di un viaggio beatlesiano

Liverpool: diario di un viaggio beatlesiano
Lo scorso dicembre sono stato chiamato – stante l’indisponibilità di un collega più qualificato e più autorevole, di cui non farò il nome ma solo il cognome: Bertoncelli – a dire alcune sciocchezze sul tema “i Beatles e Liverpool”. L’occasione era fornita dalla presentazione alla stampa del programma di iniziative connesso alla scelta di Liverpool come città capitale della cultura europea per il 2008. La mia performance – come spalla e provocatore dell’ubiquo Rolando Giambelli, dei Beatlesiani d’Italia – non prevedeva compensi in denaro, ma grazie a una consolidata e sperimentata sfacciataggine (e alla mia fede nella nobile arte del baratto) ho strappato a una gentile signora di Visit Britain la promessa di un viaggio “da ospite” nella città dei Beatles.

Cogliendo l’occasione dei giorni di ponti e semiponti festivi di fine di aprile-inizio maggio ho dunque compiuto il viaggio a Liverpool. Per chi è cresciuto, come me, nel culto dei Beatles, un viaggio a Liverpool è un po’ come un pellegrinaggio. E quindi, se l’avessi compiuto trent’anni fa, l’avrei vissuto con spirito e animo da pellegrino, non da giornalista. Tuttavia, non posso negare che un po’ di emozione mi ha colto, quando il comandante dell’aereo ha annunciato che stavamo per atterrare all’aeroporto John Lennon di Liverpool. Emozione presto sostituita dall’imbarazzo di una lunga coda per il controllo dei documenti: le misure di sicurezza negli aeroporti inglesi sono rigide e applicate senza particolare cortesia. Ma mi è parso un buon segno che il taxi che ci ha prelevati per portarci in città fosse giallo: non solo perché il giallo è il mio colore preferito, ma per ovvi riferimenti al sottomarino beatlesiano. Il fatto che piovesse non mi ha sorpreso né infastidito più di tanto: sapevo che la pioggia sarebbe stata probabilmente una presenza costante delle nostre giornate lassù – e così è stato, infatti.
Il nostro intento era di comportarci da turisti, non da fan dei Beatles. E già, infatti, mi ero riproposto di evitare il tour guidato (Magical Mystery Tour, e come altro avrebbero potuto chiamarlo?) alla scoperta delle case in cui i quattro abitarono da bambini; un po’ troppo feticista, e comunque probabilmente inutile, dato che quelle case (quelle che ancora sono in piedi) sono state comunque rimodernate e non assomigliano più di tanto a com’erano negli anni Cinquanta (se siete curiosi voi di vederle, cercatele qui: http://www.music.indiana.edu/som/courses/rock/england.html). Sicché, da bravi turisti, abbiamo dedicato la prima giornata alla cultura: e muniti di una piantina gentilmente fornitaci alla reception dell’albergo ci siamo indirizzati alla volta dei monumenti e dei palazzi “da visitare obbligatoriamente”.
Fra tutti questi – la cattedrale anglicana e quella cattolica, la Town Hall e il buffo Arco Cinese – il più interessante è senza dubbio l’Albert Dock, un bacino fluviale (Liverpool è sull’estuario del fiume Mersey) circondato da ex magazzini ben restaurati – uno dei quali ospita la Tate Liverpool Gallery: buon museo d’arte moderna, nel quale abbiamo visitato una interessante esposizione di opere di Niki de Saint Phalle. Nel complesso dell’Albert Dock si trova anche lo spazio della Beatles Story, al quale abbiamo rimandato la visita; ci siamo invece spostati qualche centinaio di metri più in là, ad ammirare le “tre Grazie” di Pier Head, tre edifici d’epoca di cui il più caratteristico è il Royal Liver Building, risalente all’inizio del Novecento, caratterizzato dalle due torri d’orologio sormontate da statue dei Liver Birds (già, quelli della canzone degli Scaffold, per chi se li ricorda). I Liver Birds sono uccelli mitologici, una specie di incrocio fra un cormorano e un’aquila o simile rapace, che hanno nel becco un’alga – laver – da cui forse il nome. Il Liver Bird è per Liverpool quello che la lupa capitolina è per Roma: se ne trovano dappertutto, dai tombini ai cestini per la spazzatura.

In questa prima giornata a Liverpool, di connessioni beatlesiane non ne abbiamo viste molte, in giro. Il che ci è parso confortante: temevamo di trovarci in una specie di Pietrelcina, con bancarelle e bar e banchetti di souvenir dei Beatles anziché di padre Pio. Così non è, in effetti – nel bene e, come vedremo, nel male. Tornati in albergo, abbiamo chiesto una mappa di Liverpool più ampia di quella che ci era stata data, e che comprendeva solo il centro della città. Abbastanza stupito, l’addetto alla concierge ci ha risposto che fuori dal centro non c’è altro da vedere, a Liverpool. Mica vero, dal nostro punto di vista: ma se loro la pensano così, questo spiega un po’ di cose. Comunque: il centro di Liverpool, che in questo periodo ferve di attività edilizie per la costruzione di un gigantesco quartiere commerciale che si chiamerà Liverpool One, non è né bello né brutto, è pieno di negozi di vario genere (molto abbigliamento, con i classici Zara, H&M, Gap e un fantastico Primark dai prezzi bassissimi – speriamo che aprano anche in Italia).
La sera, dopo aver commesso il classico errore degli italiani in Inghiterra (abbiamo cercato di cenare in un pub dopo le sette di sera: respinti con perdite, abbiamo ripiegato su un ristorante spagnolo...) ci siamo ritirati in albergo per una birra al bar. Per rispetto alle abitudini locali, ho chiesto una real ale: avrei fatto meglio a chiedere una Guinness – scelta che ho compiuto nei giorni seguenti.

Il secondo giorno era quello dedicato all’inseguimento dei Beatles. D’obbligo, quindi, una tappa alla Beatles Story. 12,50 sterline d’ingresso (diciamo all’incirca 20 euro) ci facevano sperare in un’esperienza meritevole. Beh, purtroppo è stata una mezza delusione. Mi spiego meglio. Nelle stanzette sotterranee in cui è allestita la Beatles Story si ripercorrono le tappe dell’intera carriera della band: con maggiore insistenza sugli anni degli inizi, com’è ovvio, ma senza rinunciare al periodo post-estate 1963, quello seguente al trasferimento dei quattro a Londra. Ecco: al di là di certe scelte tipicamente britanniche (là hanno il gusto delle statue di cera, tipo Madame Tussaud’s) e quindi della presenza di funerei manichini vagamente somiglianti a John Paul George e Ringo, al di là di certe forzate ricostruzioni d’ambiente (tipo quella del Cavern. che rende l’idea, è vero, ma non sarebbe stato meglio evitare di abbattere l’originario?), al di là di un commento audio in cuffia abbastanza generico e piuttosto superficiale, all’uscita dalla Beatles Story la sensazione – per un fan con una media competenza in materia beatlesiana – è di non aver imparato o visto granché di nuovo. Mi spiego meglio: la Beatles Story è un’attrazione per turisti generici, non un museo ragionato e curato di memorabilia beatlesiane. Dite: come lo faresti tu, visto che ti permetti di criticare? Facile: lo riserverei esclusivamente alla connessione Beatles-Liverpool, esponendo moltissime fotografie d’epoca – anche dei luoghi, non solo delle persone – e accompagnando la visita con musiche adeguate. Così, mi pare, avrebbe più senso – almeno per i tanti che, come me, a Liverpool (diciamocelo) ci sono andati esclusivamente in quanto città natale dei Beatles.

L’uscita della Beatles Story è attraverso un “gift shop” in cui abbiamo visto una buona offerta di oggetti “marchiati Beatles”, generalmente di buon gusto (o comunque non di pessimo gusto: niente santini, palle di neve con John Lennon, poche targhe “Penny Lane”) e comunque, anche questi, riferiti a tutta la vicenda Beatles e non solo agli anni di Liverpool. Dischi e libri? Poco, quasi niente. Ne parliamo dopo, anche di questo.
Nel pomeriggio, sotto il quotidiano acquazzone, siamo andati fuori città. In treno, otto minuti di viaggio ci hanno portati alla stazione di Mossley Hill, e da qui siamo andati verso Penny Lane. Tappa obbligata, s’intende, ma assai meno emozionante dell’auspicato. Ma certo, il roundabout è ancora lì (e nel centro dell’isola pedonale c’è un pub inspiegabilmente intitolato a Sgt. Pepper), ma non conserva nulla dell’immagine dell’epoca in cui John e Paul ci prendevano l’autobus. La banca c’è ancora, d’accordo, e insomma, sono passati cinquant’anni, e mica si può pretendere che tutto resti uguale. Però, forse, si potrebbe (si dovrebbe) pensare a una ricostruzione fotografica: a uno spazio in cui questo angolo mitico di Liverpool sia ri-visitabile quasi come una scenografia cinematografica.

Da Penny Lane ci siamo avviati a piedi (sotto la pioggia, come di rigore) verso Menlove Avenue. Una bella esperienza: i sobborghi di Liverpool saranno sicuramente cambiati rispetto agli anni Cinquanta, ma conservano un sapore particolare, di villaggio e non di città, e fanno capire come per i giovani non ancora Beatles “andare in centro” in autobus fosse un piccolo viaggio verso un luogo “altro”, quasi un’avventura. Siamo così arrivati a Beaconsfield, dove dell’orfanotrofio di Strawberry Fields resta solo il cancello. Ecco: a parte il fatto che l’imbecillità umana è senza limiti, e che il cancello è letteralmente deturpato da scritte di gente di ogni Paese che pensava di lasciare un segno di sé scarabocchiando il proprio nome sull’inferriata o sui pilastri che lo sorreggono, i dieci minuti che abbiamo passato (lo confesso: quasi in raccoglimento) davanti al cancello di Strawberry Fields sono stati i più emozionanti dell’intero viaggio. Anche perché era domenica pomeriggio abbastanza tardi, e non c’era nessun altro turista tranne noi. Al ritorno abbiamo evitato di inzupparci ulteriormente per vedere da fuori la chiesa di St. Paul, nel cui prato il 6 luglio 1957 si incontrarono John e Paul: abbiamo preso un autobus e siamo ritornati in città.

Ultimo giorno, visita al quartiere del Cavern (Mathew Street e dintorni) e shopping day. Mezza delusione dal primo, purtroppo segnato da alcune statue di bronzo francamente inguardabili (specialmente quella di Lennon appoggiato a un muro). Abbastanza inutile anche il “wall of fame”, con le targhe di tutti i musicisti di Liverpool arrivati al numero uno in classifica. E deludente lo shopping, almeno quello beatlesiano (fantastica invece una piccola boutique di abiti e accessori vintage usati a prezzi strepitosi: non vi dico il nome, sennò poi se ci vanno in tanti quelli alzano i prezzi...). Ora: capisco, lo dicevo prima, che non si può “fermare” l’immagine di una città, né trasformarla in una Graceland britannica. Ma, per dire: il negozio di dischi della NEMS di Brian Epstein a Whitechapel, davvero non potrebbe essere – scusate l’esagerazione – “riconsacrato” a negozio di dischi, libri e video dedicati ai Beatles? Attualmente è un negozio della catena Ann Summers (http://www.annsummers.com/): niente contro i sex shop, assolutamente, specialmente quelli riservati alle signore e signorine, come questo; ma, insomma, possibile che la municipalità di Liverpool non abbia pensato a un luogo in cui fan, collezionisti, studiosi possano trovare traccia di ciò che c’è e c’è stato da ascoltare, vedere e leggere sui Beatles? Esagerando: possibile che non abbia pensato di far rivivere il negozio NEMS (ricostruito simbolicamente ma con scarsa efficacia alla Beatles Story) nel luogo in cui si trovava originariamente, rendendolo un luogo dove poter acquistare tutto ciò che è attualmente in legittima vendita in materia di Beatles? Non penso che servirebbe un impegno enorme: una collaborazione con un grossista di dischi e video, magari una connessione con Amazon specialmente per quanto riguarda i libri (scrivendo “Beatles” nella sezione “books” di Amazon escono, oggi 2 maggio 2008, 28.735 articoli!), la possibilità di “sfogliarli” su schermi di computer, la possibilità di acquistarli in loco oppure di ordinarli da Amazon e poi riceverli a casa con l’etichetta o il timbro “acquistato alla NEMS di Liverpool”... Dico: io di libri sui Beatles ne possiedo forse duecento, ma sarei tornato volentieri da Liverpool con un paio di volumi in più. Non ne ho trovati, a Liverpool, nemmeno da W.H. Smith. (Però oggi ne ho comprati cinque su Amazon. Avrei preferito comprarli a Liverpool, avrebbe avuto un altro sapore).

A proposito di sapore: dal viaggio in Inghilterra sono tornato felicemente appesantito, con un accenno di beer belly (la “pancetta da birra”) e il rimpianto per i breakfast dell’albergo, abbondantissimi e saporitissimi (ad eccezione delle uova strapazzate, un po’ anonime) e per il “fish&chips” pomeridiano (dopo l’esperienza del ristorante spagnolo, l’agenda gastronomica si è assestata su robusto breakfast mattutino, merenda a base di fish&chips e birra serale in un pub dalle parti dell’Albert Dock - il Pumphouse - o allo scenograficissimo Philarmonic Pub di Hope Street).
Beh, ve l’ho raccontata. Mi resta solo da scusarmi con i tifosi di calcio (no, non sono andato all’Anfield) e da esprimere riconoscenza alla gentile signora di Visit Britain (sperando che non ritenga troppo “da critico” il mio piccolo diario di viaggio): sono contento di esserci finalmente andato, a Liverpool. Se decideste di andarci anche voi, spero di esservi stato utile.
(fz)
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