Sanremo 2008: prime impressioni (personali)

Sanremo 2008: prime impressioni (personali)
Qui in sala stampa si è da poco appreso che la prima serata del Festival ha totalizzato un’audience di circa nove milioni e mezzo - come dire tre milioni in meno rispetto alla prima serata dello scorso anno. Il che fornisce l’argomento principe alla solita conferenza stampa del mezzogiorno, nella quale dunque si parlerà soprattutto di televisione e pochissimo di canzoni.

Poco male: le canzoni di quest’anno, almeno quelle che ho sentito finora - dato che a me piace ascoltarle per la prima volta insieme ai telespettatori, e rifiuto sempre i cortesi inviti ai preascolti - sono proprio fiacche, e lo dico quasi dispiaciuto di trovarmi d’accordo con certi colleghi che prendono posizioni “politiche” a priori.
Ovvio che poi certi pezzi bisognerà riascoltarli nella versione del disco, perché l’orchestra a volte è un aiuto altre volte è un peso. Ma, insomma, non voglio sottrarmi al compito di dare aria alla bocca e dire il mio parere. Sono qui anche per questo. E allora dico che delle 17 canzoni sentite ieri sera, le uniche appena sopra la media mi sono sembrate “Rivoluzione” di Frankie Hi Nrg e “Tanto non vengo” di Giua: la prima perché Frankie sa giocare con il lessico come pochissimi altri, e chi venera il vocabolario come me non può non apprezzarlo; la seconda perché è garbata e lievemente ironica, e l’ironia è merce rara, non solo da queste parti ma in generale nella canzone italiana.
Ho sentito ieri sera, fra un balletto uno sketch un dialogo un’ospitata promozionale e molta pubblicità, altre canzoni decorose (diciamo a pelo di sufficienza): “Grande” di Paolo Meneguzzi, “L’ultimo film insieme” di Michele Zarrillo, forse “Basta!” di L’Aura (ma a che serve quel testo così ingenuamente buonista da sfiorare il comico?). E forse anche la canzone di Tricarico, “Vita tranquilla” non mi dispiace, o forse qui mi fa velo l’affetto per l’interprete: avrei evitato l’uso dell’espressione “Vita spericolata”, mi sembra una furbata che da lui non mi sarei aspettata, ma sono disposto a perdonargliela.
Peccato che Fabrizio Moro abbia troppo vascheggiato, peccato che Max Gazzé si fidi troppo di tutti quelli che gli dicono sempre che è tanto bravo, peccato che Eugenio Bennato si sia accontentato di rimescolare luoghi comuni di suono e di testo, peccato che Toto Cutugno abbia cercato di essere meno Cutugno del solito - mi piace quando resta fedele a se stesso, perché in quel modo ha un senso, peccato che Anna Tatangelo abbia cantato (bisognerebbe metterla davanti a una telecamera e lasciarla lì a farsi guardare, preferibilmente meno truccata e magari anche un po’ meno vestita).

Sui Giovani, a parte la citata Giua, mi piacerebbe poter tacere. Gente pettinata col Vinavil, vestita in un pornoshop (uno dei tre sopravvalutatissimi Frank Head), gente che copia le copie (cioè che copia gli Zero Assoluto e i PiQuadro). Gente che se ci fosse passata davanti a SanremoLab avremmo cacciato via alla prima eliminazione. Sicuramente avrei fatto fuoco e fiamme per rimandare a casa un presuntuoso saccente del quale tacerò nome e cognome, e che nel testo del suo pezzo d’occasione scrive frasi come “quando il cielo rivolle indietro Enrico”. Ieri sera, qui in sala stampa, hanno dovuto tenermi fermo da quanto strillavo indignato.
(Franco Zanetti)


La prima serata non lascia sperare nulla di buono.

Non che avessi chissà quali aspettative, ma mi sembra indiscutibile un deciso passo indietro rispetto alle ultime edizioni, soprattutto dal punto di vista musicale. Troppe canzoni fintamente impegnate, tanta demagogia spicciola e poche canzonette orecchiabili, anzi nessuna. Anche lo show televisivo non ha offerto momenti esaltanti, con Piero Chiambretti a corto di idee (a parte il Pippo clonato e i finti manifesti elettorali), la bella ungherese Andrea poco spontanea e perfino Baudo che sbaglia, quando invece di chiedere la traduzione di "domani" in ungherese domanda come si traduce il nome del duo che la canta. Tempi lunghi come sempre, regia distratta con operatori che impallano i presentatori e la bella scenografia di Castelli che a un certo punto si inceppa (sarà costata anche poco perché "de fero", come comunicato in conferenza stampa, ma evidentemente ancora non perfettamente collaudata). Neppure Carlo Verdone risolleva la serata. A proposito, come funziona in questi casi: vieni pagato anche se vai a promuovere il tuo film? .


Ma torniamo alle canzoni. Difficile salvare qualcuno dei diciassette brani ascoltati. Promuovo, con una sufficienza stiracchiata, soltanto Fabrizio Moro, Giua e i Frank Head. Il vincitore della sezione giovani 2007, comunque, non ha un pezzo all'altezza di quello presentato nel 2007 e dovrebbe evitare di fare Vasco Rossi. "Tanto non vengo" di Giua ha qualche pausa di troppo, ma si ascolta volentieri come la gioiosa "Para parà ra rara" dei Frank Head.
Tutto il resto è noia, direbbe Franco Califano, se a strapparci un sorriso, ormai a notte fonda, non arrivasse la Mina di Lucia Ocone che si complimenta con Anna Tatangelo che canta la “sensibilità” dei gay: “Originale, bella idea, nel prossimo disco canterò dei neri che hanno il ritmo nel sangue, delle mezze stagioni che non esistono più. Ho già in mente il titolo: ‘Mina canta i luoghi comuni’; oppure potrei fare un album sul Festival, ‘Mina canta bene le canzoni che gli altri hanno cantato male a Sanremo’.”
Insomma, una serata deludente: e speriamo che domani finisca in C.A.C.C.A., nel senso del movimento in favore della Canzonetta d'Amore Contro la Canzone d'Autore, che verrà lanciato qui a Sanremo nel pomeriggio.

(Andrea Fontana)
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