Riecco i Delirium: prima un live, poi un nuovo album di studio

C’è voglia di musica “suonata”, in giro, e il prog rock (quello riprodotto per clonazione dei Musical Box tanto quanto quello proiettato nel futuro dei Porcupine Tree) scalda ancora i cuori di tanta gente.

Per di più, è scoppiata la moda delle reunion.Perché non i Delirium, allora? La storica formazione genovese, in realtà, si era rimessa in azione, zitta zitta, già dal 2003: i due membri originali Ettore Vigo (tastiere) e Pino Di Santo (batteria), insieme all’inglese Martin Grice che nel ’73 aveva sostituito l’allora ricciolutissimo Ivano Fossati, hanno reclutato due “novizi”, il bassista Fabio Chighini e il cantante/chitarrista Roberto Solinas, rimettendosi a calcare i palchi di tutta Italia. E ora, messi sotto contratto dalla Black Widow, etichetta concittadina e come loro votata al progressive, hanno in circolazione un cd live che fa da antipasto a un annunciato quarto album di studio: la bellezza di 33 anni dopo il suo predecessore. “Non ci eravamo mai persi veramente di vista”, spiega Vigo, che nel lunghissimo interregno ha suonato con Kim & the Cadillacs dedicandosi anche al teatro e al musical a livello amatoriale. “Neppure con Ivano, col quale ci siamo sentiti ancora un paio di mesi fa. Non si è parlato di collaborazioni ma siccome è stato lui a farsi vivo, chissà mai. E’ stato Pino che, a un certo punto, ha buttato lì l’idea di riprovarci. Nel frattempo avevamo visto rinascere un certo interesse per la musica degli anni ’70, insomma sembrava proprio il momento buono. Fabio, il bassista, suonava già nel gruppo di Martin, I Discepoli. E il chitarrista, Solinas, era una conoscenza mia e di Pino, a Genova e dintorni si era fatto un bel nome come bluesman: ha portato idee nuove e una ventata di aria fresca. Appena abbiamo iniziato a provare i vecchi pezzi, ci sono venuti fuori come se non avessimo mai smesso. Anzi, meglio di allora perché con l’esperienza abbiamo acquisito una sensibilità musicale nuova. Appena la Black Widow ha saputo che ci eravamo rimessi insieme ci ha subito chiamati”. Pubblicando, appunto, il cd dal vivo che ora si trova nei negozi, registrato il 24 luglio del 2006 a Brentonico, in provincia di Trento. In scaletta un brano nuovo di zecca e dodici titoli di ‘back catalog’ che solleticano i ricordi di chi allora c’era ma allo stesso tempo spiegano quasi didascalicamente ai più giovani (“ce ne sono, ai concerti: non abbiamo solo i nostalgici del beat o il pubblico del circuito ‘revival’ ”) chi fossero i Delirium: un gruppo che, come spiegano loro stessi dal palco, ha “il progressive nel dna”. “Ai tempi il termine non esisteva neppure, si parlava di pop jazz, di rock jazz…Ma essere definiti prog non ci dispiace per niente, rievoca un certo gusto per gli album concept: che poi è quello che vogliamo tornare a fare noi…”. Con il suddetto disco di studio, appunto, quel “Delirium IV” che, spiega Ettore, “è già a buon punto”. Non ci sarà però “Notte a Bagdad”, l’inedito presentato in concerto e nel disco live, un pezzo ispirato all’attualità e distante dai voli di fantasia tipici del progressive. “No, perché c’entra poco o nulla con il filo conduttore del prossimo album. E’ la casa discografica che ci ha spinti a inciderlo per avere un singolo da promuovere in radio: non che si senta molto in giro, comunque…Il disco nuovo, invece, ricorderà i Delirium più familiari al pubblico, con molto sax e molto flauto, anche se ci sono novità negli arrangiamenti e nelle armonizzazioni. Speriamo di poterlo fare uscire per maggio o giugno. O, al più tardi, a settembre”. .


A riannodare i fili col passato ci pensa nel frattempo “Delirium Live”, che attraversa tutte le fasi e le facce del gruppo, l’amore per i Jethro Tull (omaggiati con una medley che include ‘Bourée’ e ‘Living in the past’) e il Joe Cocker di Woodstock (“With a little help from my friends”), i singoli da classifica e gli interludi strumentali in tempi dispari, il primo album Fonit “Dolce acqua” e il secondo “Lo scemo e il villaggio”.

Niente invece dal terzo, ambizioso “Delirium III: Viaggio negli arcipelaghi del tempo”. Come mai? “Stiamo pensando di portarne una nuova versione in teatro, magari con l’accompagnamento di un balletto. Ian Anderson e Cocker erano i nostri idoli fin dai tempi in cui ci chiamavamo ancora Sagittari e quello era il repertorio che eseguivamo nelle sale da ballo. Col flauto e la voce di Ivano e poi di Grice il riferimento ai Jethro Tull veniva spontaneo. In più Martin suonava il sax baritono, allora sulla scena pop era una rarità”. In setlist c’è anche “E’ l’ora”, un ecologico-beat di Mogol-Lavezzi dal testo oggi un po’ improbabile che, dice Ettore, “rappresenta il nostro versante più commerciale e incarna bene l’atmosfera di quei tempi. A me continua a piacere”. E c’è naturalmente “Jesahel”, la canzone che mise i Delirium davanti al bivio: Sanremo o i festival rock? Il prog o le classifiche? “Certo che ne fummo sballottati, il singolo vendette quasi ottocentomila copie e rimase in classifica per quasi tre mesi. Anche se forse non se lo ricorda nessuno, ne registrammo anche una versione in inglese cantata da Mimmo Di Martino, il nostro chitarrista di allora. Andammo in classifica in Francia e in Austria, diventammo popolari in Giappone e anche in Messico. In seguito abbiamo ancora inciso qualche 45 giri ma personalmente l’ho fatto di malavoglia, non ne ero per niente convinto. Quando Ivano se ne andò pensai subito che avrebbe trovato una sua strada: con fatica, come poi è stato, ma era evidente che i numeri li aveva”. E loro, i sopravvissuti, cosa ricordano di quell’epoca ruggente di festival alternativi e contestazione? “Io ricordo con piacere il festival di Palermo nel ’71, cinquantamila spettatori”, risponde Vigo. “A un certo punto sale sul palco un tipo con un sombrero in testa, si mette a cantare e tutti lo applaudono. Quando si toglie il cappello e si scopre che è Fred Bongusto c’è un attimo di panico e si teme il peggio. Per fortuna il suo atteggiamento ironico lo salvò dalla sassaiola”. .

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