NEWS   |   Pop/Rock / 14/03/2007

Esce 'Somewhere else' dei Marillion: 'Anche noi, come band, ci sentiamo altrove'

Esce 'Somewhere else' dei Marillion: 'Anche noi, come band, ci sentiamo altrove'
Stavolta, più che mai, si sono arrangiati da soli. Senza neanche chiedere soldi in anticipo ai fan, come avevano fatto in occasione di dischi e tour precedenti inaugurando un inedito, strettissimo rapporto di simbiosi con il proprio pubblico che è servito a renderli autonomi dalle case discografiche (“Il fatto è che avevamo risparmiato del denaro”, spiega il frontman Steve Hogarth, “e non ci sembrava giusto chiedere un altro sforzo economico a chi ci segue con passione”). Sono stati anche più veloci e prolifici del solito, in sala di incisione, accumulando così tante canzoni che un secondo album è già bell’e pronto ma verrà tenuto nei cassetti fino alla primavera del 2008.
I Marillion, in questo momento una delle band più atipiche e indipendenti del pianeta, fanno le cose a modo loro, e anche per questo negli ultimi anni hanno riconquistato credibilità artistica e un successo commerciale da tempo perduto (i singoli estratti dal precedente “Marbles” sono entrati in classifica, e non succedeva da 17 anni…). Liberatisi quasi per intero del vecchio fardello “prog”, guardano avanti cercando nuovi stimoli: interrompendo, per esempio, il lungo sodalizio col produttore Dave Meegan, per delegare all’ingegnere del suono Michael Hunter la conduzione del nuovo album “Somewhere else”, che esce il 6 aprile in Italia (distribuito da edel) e che pochi giorni dopo, tra il 23 e il 27 dello stesso mese, il gruppo inglese presenterà sui nostri palchi (a Firenze, Roma, Bologna e Trezzo sull’Adda). “Dave, se non ricordo male, aveva altri impegni”, racconta Hogarth, incontrato in un hotel milanese, “e ci piaceva l’idea di cambiare. Noi non siamo certo dei fulmini di guerra, sul lavoro, ma Meegan è talmente meticoloso che a volte con lui in studio si sfiora l’immobilità di un ghiacciaio! Così ci siamo chiesti se non fosse il caso di provare a fare in un altro modo, e ha funzionato. Michael aveva già mixato qualche pezzo di ‘Marbles’ ma non era mai intervenuto nelle nostre scelte musicali. Però ha un sacco di energia e una conoscenza approfondita del suo lavoro, e nel frattempo aveva anche conseguito un diploma in musica. In passato ha lavorato con gruppi leggermente più ‘indie’ di noi; ha portato, credo, una ventata di freschezza e un tocco di modernità al nostro suono, rendendolo più diretto. Ogni tanto usciva dallo studio con i frutti delle nostre jam session e se ne tornava poco dopo con qualche idea originale e interessante per gli arrangiamenti, le orchestrazioni, i ritornelli. La sua presenza ci ha stimolati e ispirati”. Così tanto, si diceva, che il quintetto inglese ha affastellato materiale per due dischi interi. “E diversi tra loro”, aggiunge “h” (com’è anche noto il vocalist che ha sostituito Fish a fine 1988). “Per esempio abbiamo una canzone intitolata ‘She’s older than me’ che ha per protagonista un gigolò, con un suono tintinnante da carillon un po’ in stile Sigur Ros. E’ già registrata e mixata e suona benissimo, ma l’abbiamo tenuta da parte perché non risultava omogenea ai contenuti di ‘Somewhere else’. Lo stesso è successo con un pezzo intitolato ‘You threw me out’. Autobiografico, perché è capitato anche a me di essere buttato fuori di casa: dopo 25 anni il mio matrimonio è andato a rotoli proprio poco prima di entrare in studio. Mi sentivo addolorato e in uno stato di caos, naturalmente, ma ero anche determinato a pensare al futuro, piuttosto che a rimuginare sul passato. Già, se ‘Marbles’ era un disco che guardava indietro, ‘Somewhere else’ invece guarda avanti”.
Scarseggiano, stavolta, i pezzi lunghi ed elaborati alla “The invisibile man” o “Neverland”: “Beh, c’è un brano come ‘Voice from the past’ che dura otto o nove minuti, ma è vero che nel disco ci sono anche canzoni come ‘Most toys’, le più brevi che i Marillion abbiano mai inciso. Abbiamo cercato di conservare un suono grezzo, ci siamo accorti che più ci lavoravamo sopra meno le canzoni risultavano efficaci: non era questa la loro natura e il loro spirito. Mike ci ha detto che in alcuni casi gli ricordavamo addirittura i Public Image Ltd! E ci ha convinti a non aggiungere troppe sovraincisioni, a dare il massimo nella performance. L’album è più o meno diviso a metà tra pezzi rock con riff chitarristici e canzoni basate sul pianoforte. Il suono psichedelico e circolare di ‘No such thing’? E’ ispirato a un vecchissimo lato b dei Black Sabbath, di cui però ora non ricordo il titolo. Un omaggio a Ozzy, nei suoi momenti più psichedelici e bizzarri… A volte facciamo deliberatamente cose del genere: c’è una canzone sull’album ‘Afraid of the sunlight’, ‘Beyond you’, che abbiamo realizzato tenendo a mente le produzioni di Phil Spector: l’abbiamo persino mixata in mono per ottenere un’atmosfera alla Righteous Brothers. E forse anche ‘One fine day’, da ‘This strange engine’, è un omaggio ai Beatles”.
Oggi i recensori non li paragonano più ai Genesis o ai Pink Floyd, piuttosto a Radiohead, Keane e Coldplay. Anche se ad ascoltare certi momenti di “Somewhere else” vengono in mente soprattutto i Talk Talk: “Quest’ultimo”, concorda Hogarth, “mi sembra il paragone più calzante. Quando canto nel suo stesso registro, la mia voce assomiglia effettivamente molto a quella di Mark Hollis. Porto grande rispetto per i Talk Talk, per la libertà espressiva e la voglia di sperimentare che hanno dimostrato. Col passare del tempo si sono staccati dagli aspetti più commerciali del music business, compiendo una transizione dal pop all’arte. Quanto ai Radiohead… beh, qualche tempo fa mi ha scritto una mia cara amica francese, Stephanie, che lavora per una troupe televisiva. Aveva fatto ascoltare ai suoi colleghi un cd-r del nuovo disco che le avevo spedito e tutti le hanno chiesto se si trattasse del nuovo album di Thom Yorke e compagni. Dunque qualche somiglianza ci deve essere, anche se è del tutto involontaria”.
Alcuni temi portanti di “Marbles”, l’innocenza infantile contrapposta alla follia del mondo, sembrano ricorrere anche nelle nuove canzoni della band. “Il mondo occidentale ha davvero perso la sua strada”, dice Steve. “Sembra che la gente si senta in dovere di guadagnare e di spendere sempre di più, di sfoggiare la sua ricchezza guidando macchinoni a quattro ruote motrici che inquinano e uccidono il pianeta. Si può essere più stupidi di così? E chi credono di impressionare? Nel pezzo che apriva ‘Marbles’, ‘The invisibile man’, dicevo che il mondo è impazzito perché ero furioso a proposito delle bugie che ci hanno raccontato per giustificare la guerra in Iraq. Oggi, col senno di poi, tutti si sono accorti della menzogna, ma davvero non ci voleva un gran cervello per accorgersene da subito. Non esiste, non è mai esistita, una guerra da vincere perché tutte le guerre si concludono senza vincitori. Viviamo, mi sembra, in un mondo di poteri smisurati e di nessuna saggezza. Ed è una situazione molto pericolosa: per questo, in una canzone di ‘Somewhere else’, dico che questo è l’ultimo secolo dell’umanità. Siamo troppo occupati a distruggere la Terra e tutti coloro che ci abitano”. Però l’ultimo pezzo del disco, un brano acustico e delicato, si intitola “Faith”… “Sì, perché il nostro mondo ha due facce: da una parte stanno il potere politico, l’avidità, l’edonismo sfrenato, dall’altra le cose che sono davvero essenziali all’uomo, la bellezza che è insita in noi e nella natura, negli alberi e nel cielo azzurro. Sono speranzoso, in fin dei conti, perché credo nella bontà intrinseca della gente. Ma penso che ogni tanto noi tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci ricordi quanto siamo fortunati, dei veri e propri miracolati, a vivere in un luogo così meraviglioso. Invece di prenderlo come un dato di fatto e sbavare per cose inutili e superficiali come il nuovo modello di PlayStation…. Dobbiamo ricordare a noi stessi quali sono le cose davvero importanti, se non vogliamo finire in disgrazia e scomparire del tutto”. Allora anche il titolo “Somewhere else” non esprime un desiderio di fuga dalla realtà? “No, si riferisce anzi alla possibilità di trasformare se stessi senza avere paura delle conseguenze. E poi si adatta bene anche alla storia dei Marillion. Come band, noi ci sentiamo altrove rispetto agli altri. Siamo diversi musicalmente e anche nel modo di gestire la nostra professione. Per esempio, credo che molto presto venderemo un album in esclusiva dal sito senza più distribuirlo nei negozi. Potrebbe già essere il prossimo”.
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