Questi i titoli sulle prime pagine dei quotidiani: "Morto De André, poeta della canzone - Stroncato dal cancro a 58 anni. Da destra e da sinistra un coro unanime di consensi per l'artista - Il Vaticano: denunciò le ipocrisie borghesi". Un ricordo di Mario Luzzatto Fegiz intitolato "Quell'ultima telefonata" e uno di Fernanda Pivano: "Poeta prima di Dylan". (Il Corriere della Sera)
"Addio Bocca di rosa - E' morto Fabrizio De Andrè". "Lui e Battisti voci dal silenzio", scrive Marco Molendini. "Il poeta in musica dei poveri cristi", scrive Valerio Magrelli. (Il Messaggero)
Nessun titolo, ma solo una foto a colori affiancata da un occhiello: "Addio a Fabrizio De Andrè, la voce anticonformista della canzone", e due commenti: "La politica delle lacrime" (di Pierluigi Battista) e "Grazie da Bocca di rosa" (di Carla Corso, presidente del Sindacato prostitute). (La Stampa)
"Un pensiero per Fabrizio - L'Italia piange De Andrè. Mandate al nostro numero di fax un pensiero sul grande cantautore-poeta" (Il Giorno - La Nazione - Il Resto del Carlino)
"Addio a De Andrè, poeta ribelle"; Michele Serra firma un pezzo intitolato "La ballata di Fabrizio" e Vincenzo Cerami parla di "Anarchia e dolcezza". Nell'occhiello: "Il figlio Cristiano: 'Se n'è andato stringendoci le mani'". (La Repubblica)
I maggiori quotidiani dedicano almeno quattro pagine alla scomparsa del cantautore, mettendo in evidenza alcuni passaggi delle sue canzoni, ospitando i ricordi di chi l'ha conosciuto o di personalità autorevoli della musica o della cultura. Tra i ricordi, cominciamo da quello di Mario Luzzatto Fegiz del "Corriere della Sera": «Giudico la realtà da come mi sento. Oggi mi sento bene. E quindi va tutto bene. Il resto non conta. Spero di uscirne presto». Così ci aveva detto al telefono il 25 dicembre Fabrizio De André. E all'incoraggiamento «oggi si guarisce da tutte le malattie», aveva risposto: «Sì, proprio da tutte, anche da quella malattia che si chiama vita».
Fernanda Pivano scrive: «Un giorno, mentre andavo all'Hotel Savoy di Nervi a salutare Hemingway, in un chiosco lì accanto, a un jukebox, stavano trasmettendo La guerra di Piero. Naturalmente sono rimasta folgorata dal miracolo di quella voce, dalla grazia della musica, e soprattutto da quelle parole così legate ai sogni di alcuni di noi di far finire le guerre. Stavo curando un'antologia pacifista per Feltrinelli e ho scritto alla casa produttrice del disco per avere il permesso di includere quei versi magici fra quelli dei miei poeti americani; ma non ho avuto risposta. Fabrizio mi ha detto molto più tardi che non gli avevano mai fatto vedere la lettera, come è accaduto poi con Bob Dylan, che anni dopo è stato il Fabrizio americano».
Mario Luzzatto Fegiz dedica un ritratto alla moglie del cantautore: «Ha rotto il silenzio, Dori Ghezzi, solo per far sapere che i funerali di Fabrizio si svolgeranno mercoledì a Genova alle 11.30 alla Basilica di santa Maria Assunta in Carignano «in forma rigorosamente... pubblica». «Perché - ha aggiunto Dori Ghezzi - Fabrizio apparteneva a tutti». Come si vede un atteggiamento in qualche modo opposto a quello della vedova di Lucio Battisti. (...) Se il rock è pieno di vedove discutibili o impopolari, Dori Ghezzi, al contrario, merita un suo posto tutto speciale. Se non fosse retorico si dovrebbe parlare di una donna molto simile a un angelo».
Sui progetti a cui stava lavorando De Andrè, riporta il "Corriere della Sera": «"Preparavamo un nuovo disco al telefono: mi chiamava per leggermi i versi e ascoltare la musica. Voleva incidere suite per un amico sardo morto. Lo rivela il musicista Mark Harris, che a Fabrizio era legato da un'amicizia ventennale e che Fabrizio, ormai da un anno, esortava a scrivere le musiche per il suo nuovo progetto discografico. (...) Aveva contattato Mauro Pagani, Piero Milesi, il tastierista Eros Cristiani. Gli avevo suggerito di chiedere una collaborazione anche a Luciano Berio, un'idea che lo aveva entusiasmato". Ma Berio non conferma contatti di lavoro con De André, che aveva conosciuto un anno e mezzo fa, e si limita a esprimere il suo cordoglio».
Viceversa, Luciano Berio su "La Repubblica" afferma: «"Riscrivere l'inno nazionale italiano: un po' per ridere un po' sul serio, era questo il progetto che avevamo insieme, Fabrizio ed io", racconta dalla sua casa in Toscana, nella campagna senese, il compositore Luciano Berio, probabilmente il massimo autore del nostro tempo nell'ambito della musica 'colta'. «Lo avevo conosciuto a Genova, a casa di Renzo Piano, appena un anno e mezzo fa, e ci siamo rivisti qualche tempo dopo a Milano. Mi piacque subito, era una persona di sensibilità e acutezza straordinarie. (...) L'idea di un nuovo inno nazionale divertiva sia me che lui e ne abbiamo parlato spesso. Naturalmente ci eravamo divisi i compiti: a lui toccavano i testi e a me la musica. E io intanto la musica l'ho scritta. Purtroppo mancano le sue parole"».
La commemorazione televisiva è ovviamente l'argomento del critico tv Aldo Grasso, che sul "Corriere della Sera" titola: "Lontani dal karaoke-Battisti stavolta in onda l'imbarazzo". «Lucio Battisti non volle più mostrarsi in pubblico ma quando morì tutte le Tv inondarono gli schermi di sue immagini. Anche Fabrizio De André aveva qualche problema con il pubblico, con la sua immagine pubblica, ma gli archivi si sono dimostrati più avari. E questa è la differenza fra la negazione e il dubbio. (...) De André ha messo in imbarazzo i media (e imbarazzate sono state le commemorazioni immediate, quella di Bindi a «Telesogni», quella di Gennari con Limiti, quella di Morselli) perché ha sempre cantato la morte, una delle ultime interdizioni. Già la morte: «La guerra di Piero», «La canzone di Marinella», la morte di Tenco («Ascolta la sua voce che canta nel vento / Dio di Misericordia vedrai sarai contento»), la morte di Pasolini, la morte di Cristo («il potere vestito d'umana sembianza/ormai ti considera morto abbastanza»), la morte del vivere civile («Hotel Supramonte»), la morte degli emarginati («i figli cadevano dal calendario / Jugoslavia Polonia Ungheria / i soldati prendevano tutti/ e tutti buttavano via», «Khorakhané»), fino a «Anime salve» cioè solitarie. E' parso perciò giusto il silenzio che «Striscia» ha voluto dedicargli».
Alessandra Comazzi su "La Stampa» nota la stessa differenza: «Per ricordarlo, la televisione lo ha ricordato, ci mancherebbe altro. (...) Quando, nel settembre '98, se ne è andato Battisti, radio e tv non hanno fatto altro, non appena si è saputa la notizia, che trasmettere le sue canzoni; RaiUno aveva realizzato all'impronta uno speciale (condotto da un nome a caso, Vincenzo Mollica) carico di gloriose presenze. Come se fosse morto "un pezzo di Italia". Mentre con Fabrizio De Andrè è morto "solo" un cantautore. (...) Ieri sera solo RaiDue ha preparato una trasmissione apposta».
Su "La Repubblica", Michele Serra scrive: «Era il compagno di banco, lo stesso che ti aveva fatto leggere Masters o Majakowski, a imprestarti i suoi dischi. Erano canzoni sconosciute alle hit-parade, alla televisione, alla radio. (...) Noi ragazzi degli anni Sessanta ci innamorammo dei suoi eroi malvisti, derelitti, risplendenti di solitudine. E ridevamo dei suoi grotteschi bersagli, re sudicioni, borghesucci ipocriti, giudici spietati, beghine pavide. Quella stessa potente, preziosa materia - la percezione che il mondo è ingiusto e ottuso - che la politica, di lì a poco, avrebbe bruciato come carta straccia, nelle canzoni di Fabrizio faceva una luce incantevole, la mite e durevole luce dell'arte. E la ferita emotiva che quelle parole, quelle ballate aprivano nell'animo, corrispondeva all'intuizione che l'arte e la poesia fossero la più radicale delle rivolte».
Vale la pena di segnalare, sempre su "La Repubblica" un intervento di Luigi Manconi: "Guai a imprigionarlo nella musica politica" («Per parlare del lavoro di Fabrizio De André, il criterio più appropriato è quello musicale-letterario. (...) Guai, dunque, a imprigionare il lavoro di De André all'interno di una lettura "politica" o a scrivere, come già fanno le agenzie, che "la sua musica entra a "far parte della colonna sonora dei fermenti del '68". Al contrario, il suo album meno riuscito è proprio quello più dichiaratamente "generazionale" (ovvero "Storia di un impiegato"). De André si interessa di politica, discute di politica, si appassiona persino alla politica "solo quando strettamente indispensabile" (me lo disse lo scorso settembre). La sua politica è, piuttosto, quella della com-passione (ovvero del patire insieme) per gli ultimi».
Su "La Stampa", Pierluigi Battista in prima pagina ha un tono diverso; ma più che ridimensionare il lutto per De Andrè il suo bersaglio sono ministri e parlamentari, con il loro "solito bla-bla": «Non è successo con Alberto Moravia, che pure era stato eurodeputato e di cui si favoleggiava la potenza di influente capoclan letterario. Non è successo con Leonardo Sciascia, anch'egli ex deputato. Non è successo con Italo Calvino e nemmeno con Elsa Morante. Con la scomparsa dei protagonisti più prestigiosi della letteratura italiana contemporanea non era successo che l'intero mondo politico facesse un affare di Stato del dolore che si deve alla scomparsa di un artista. Così come è accaduto con la recente perdita di Lucio Battisti, la morte di un cantautore molto amato come Fabrizio De André ha invece innescato un vorticoso meccanismo di "dichiarazionismo" politico-istituzionale che mette in luce, a parte il solito presenzialismo, una novità nell'antropologia politica italiana: la straordinaria preminenza simbolica assunta dall'universo della canzone nell'immaginazione pubblica rispetto ad altre espressioni della cultura che ha attizzato nella politica il desiderio di occupare una ribalta decisiva per la formazione del consenso. Piangere De André, certo. Ma il reiterato lutto di Stato per un cantautore non appare un tantino esagerato?»
"La Stampa" ospita un articolo dello stesso cantautore che racconta alcuni episodi della sua vita riguardanti il suo rapporto con Torino, un approfondimento "letterario" di Nico Orengo, e un'intervista a Vasco Rossi (intitolata "Mi ha aperto la testa"). «Nella confessione di un addoloratissimo Vasco spunta il filo di una parentela stretta con l'amico fragile e il ricordo di un rapporto di amicizia fra i due voluto personalmente da Fabrizio. (...) "E' stato un rapporto non di frequentazione continua ma veramente di affetto: va detto che mi hanno voluto bene in un momento in cui non mi voleva nessuno (...) Volevano conoscermi, vennero al capannone dove abitavano all'epoca, la torre della mia solitudine amara nella quale vivevo, perchè non veniva mai nessuno. Quest'incontro mi aprì simbolicamente la porta del capannone e anche il cuore. (...) Non mi sento l'inventore di un linguaggio opposto a quello di De Andrè. Ne sono la continuazione, anche se non certo a quel livello. Ho soltanto sostituito la chitarra con un gruppo..."»
"Addio Bocca di rosa - E' morto Fabrizio De Andrè". "Lui e Battisti voci dal silenzio", scrive Marco Molendini. "Il poeta in musica dei poveri cristi", scrive Valerio Magrelli. (Il Messaggero)
Nessun titolo, ma solo una foto a colori affiancata da un occhiello: "Addio a Fabrizio De Andrè, la voce anticonformista della canzone", e due commenti: "La politica delle lacrime" (di Pierluigi Battista) e "Grazie da Bocca di rosa" (di Carla Corso, presidente del Sindacato prostitute). (La Stampa)
"Un pensiero per Fabrizio - L'Italia piange De Andrè. Mandate al nostro numero di fax un pensiero sul grande cantautore-poeta" (Il Giorno - La Nazione - Il Resto del Carlino)
"Addio a De Andrè, poeta ribelle"; Michele Serra firma un pezzo intitolato "La ballata di Fabrizio" e Vincenzo Cerami parla di "Anarchia e dolcezza". Nell'occhiello: "Il figlio Cristiano: 'Se n'è andato stringendoci le mani'". (La Repubblica)
I maggiori quotidiani dedicano almeno quattro pagine alla scomparsa del cantautore, mettendo in evidenza alcuni passaggi delle sue canzoni, ospitando i ricordi di chi l'ha conosciuto o di personalità autorevoli della musica o della cultura. Tra i ricordi, cominciamo da quello di Mario Luzzatto Fegiz del "Corriere della Sera": «Giudico la realtà da come mi sento. Oggi mi sento bene. E quindi va tutto bene. Il resto non conta. Spero di uscirne presto». Così ci aveva detto al telefono il 25 dicembre Fabrizio De André. E all'incoraggiamento «oggi si guarisce da tutte le malattie», aveva risposto: «Sì, proprio da tutte, anche da quella malattia che si chiama vita».
Fernanda Pivano scrive: «Un giorno, mentre andavo all'Hotel Savoy di Nervi a salutare Hemingway, in un chiosco lì accanto, a un jukebox, stavano trasmettendo La guerra di Piero. Naturalmente sono rimasta folgorata dal miracolo di quella voce, dalla grazia della musica, e soprattutto da quelle parole così legate ai sogni di alcuni di noi di far finire le guerre. Stavo curando un'antologia pacifista per Feltrinelli e ho scritto alla casa produttrice del disco per avere il permesso di includere quei versi magici fra quelli dei miei poeti americani; ma non ho avuto risposta. Fabrizio mi ha detto molto più tardi che non gli avevano mai fatto vedere la lettera, come è accaduto poi con Bob Dylan, che anni dopo è stato il Fabrizio americano».
Mario Luzzatto Fegiz dedica un ritratto alla moglie del cantautore: «Ha rotto il silenzio, Dori Ghezzi, solo per far sapere che i funerali di Fabrizio si svolgeranno mercoledì a Genova alle 11.30 alla Basilica di santa Maria Assunta in Carignano «in forma rigorosamente... pubblica». «Perché - ha aggiunto Dori Ghezzi - Fabrizio apparteneva a tutti». Come si vede un atteggiamento in qualche modo opposto a quello della vedova di Lucio Battisti. (...) Se il rock è pieno di vedove discutibili o impopolari, Dori Ghezzi, al contrario, merita un suo posto tutto speciale. Se non fosse retorico si dovrebbe parlare di una donna molto simile a un angelo».
Sui progetti a cui stava lavorando De Andrè, riporta il "Corriere della Sera": «"Preparavamo un nuovo disco al telefono: mi chiamava per leggermi i versi e ascoltare la musica. Voleva incidere suite per un amico sardo morto. Lo rivela il musicista Mark Harris, che a Fabrizio era legato da un'amicizia ventennale e che Fabrizio, ormai da un anno, esortava a scrivere le musiche per il suo nuovo progetto discografico. (...) Aveva contattato Mauro Pagani, Piero Milesi, il tastierista Eros Cristiani. Gli avevo suggerito di chiedere una collaborazione anche a Luciano Berio, un'idea che lo aveva entusiasmato". Ma Berio non conferma contatti di lavoro con De André, che aveva conosciuto un anno e mezzo fa, e si limita a esprimere il suo cordoglio».
Viceversa, Luciano Berio su "La Repubblica" afferma: «"Riscrivere l'inno nazionale italiano: un po' per ridere un po' sul serio, era questo il progetto che avevamo insieme, Fabrizio ed io", racconta dalla sua casa in Toscana, nella campagna senese, il compositore Luciano Berio, probabilmente il massimo autore del nostro tempo nell'ambito della musica 'colta'. «Lo avevo conosciuto a Genova, a casa di Renzo Piano, appena un anno e mezzo fa, e ci siamo rivisti qualche tempo dopo a Milano. Mi piacque subito, era una persona di sensibilità e acutezza straordinarie. (...) L'idea di un nuovo inno nazionale divertiva sia me che lui e ne abbiamo parlato spesso. Naturalmente ci eravamo divisi i compiti: a lui toccavano i testi e a me la musica. E io intanto la musica l'ho scritta. Purtroppo mancano le sue parole"».
La commemorazione televisiva è ovviamente l'argomento del critico tv Aldo Grasso, che sul "Corriere della Sera" titola: "Lontani dal karaoke-Battisti stavolta in onda l'imbarazzo". «Lucio Battisti non volle più mostrarsi in pubblico ma quando morì tutte le Tv inondarono gli schermi di sue immagini. Anche Fabrizio De André aveva qualche problema con il pubblico, con la sua immagine pubblica, ma gli archivi si sono dimostrati più avari. E questa è la differenza fra la negazione e il dubbio. (...) De André ha messo in imbarazzo i media (e imbarazzate sono state le commemorazioni immediate, quella di Bindi a «Telesogni», quella di Gennari con Limiti, quella di Morselli) perché ha sempre cantato la morte, una delle ultime interdizioni. Già la morte: «La guerra di Piero», «La canzone di Marinella», la morte di Tenco («Ascolta la sua voce che canta nel vento / Dio di Misericordia vedrai sarai contento»), la morte di Pasolini, la morte di Cristo («il potere vestito d'umana sembianza/ormai ti considera morto abbastanza»), la morte del vivere civile («Hotel Supramonte»), la morte degli emarginati («i figli cadevano dal calendario / Jugoslavia Polonia Ungheria / i soldati prendevano tutti/ e tutti buttavano via», «Khorakhané»), fino a «Anime salve» cioè solitarie. E' parso perciò giusto il silenzio che «Striscia» ha voluto dedicargli».
Alessandra Comazzi su "La Stampa» nota la stessa differenza: «Per ricordarlo, la televisione lo ha ricordato, ci mancherebbe altro. (...) Quando, nel settembre '98, se ne è andato Battisti, radio e tv non hanno fatto altro, non appena si è saputa la notizia, che trasmettere le sue canzoni; RaiUno aveva realizzato all'impronta uno speciale (condotto da un nome a caso, Vincenzo Mollica) carico di gloriose presenze. Come se fosse morto "un pezzo di Italia". Mentre con Fabrizio De Andrè è morto "solo" un cantautore. (...) Ieri sera solo RaiDue ha preparato una trasmissione apposta».
Su "La Repubblica", Michele Serra scrive: «Era il compagno di banco, lo stesso che ti aveva fatto leggere Masters o Majakowski, a imprestarti i suoi dischi. Erano canzoni sconosciute alle hit-parade, alla televisione, alla radio. (...) Noi ragazzi degli anni Sessanta ci innamorammo dei suoi eroi malvisti, derelitti, risplendenti di solitudine. E ridevamo dei suoi grotteschi bersagli, re sudicioni, borghesucci ipocriti, giudici spietati, beghine pavide. Quella stessa potente, preziosa materia - la percezione che il mondo è ingiusto e ottuso - che la politica, di lì a poco, avrebbe bruciato come carta straccia, nelle canzoni di Fabrizio faceva una luce incantevole, la mite e durevole luce dell'arte. E la ferita emotiva che quelle parole, quelle ballate aprivano nell'animo, corrispondeva all'intuizione che l'arte e la poesia fossero la più radicale delle rivolte».
Vale la pena di segnalare, sempre su "La Repubblica" un intervento di Luigi Manconi: "Guai a imprigionarlo nella musica politica" («Per parlare del lavoro di Fabrizio De André, il criterio più appropriato è quello musicale-letterario. (...) Guai, dunque, a imprigionare il lavoro di De André all'interno di una lettura "politica" o a scrivere, come già fanno le agenzie, che "la sua musica entra a "far parte della colonna sonora dei fermenti del '68". Al contrario, il suo album meno riuscito è proprio quello più dichiaratamente "generazionale" (ovvero "Storia di un impiegato"). De André si interessa di politica, discute di politica, si appassiona persino alla politica "solo quando strettamente indispensabile" (me lo disse lo scorso settembre). La sua politica è, piuttosto, quella della com-passione (ovvero del patire insieme) per gli ultimi».
Su "La Stampa", Pierluigi Battista in prima pagina ha un tono diverso; ma più che ridimensionare il lutto per De Andrè il suo bersaglio sono ministri e parlamentari, con il loro "solito bla-bla": «Non è successo con Alberto Moravia, che pure era stato eurodeputato e di cui si favoleggiava la potenza di influente capoclan letterario. Non è successo con Leonardo Sciascia, anch'egli ex deputato. Non è successo con Italo Calvino e nemmeno con Elsa Morante. Con la scomparsa dei protagonisti più prestigiosi della letteratura italiana contemporanea non era successo che l'intero mondo politico facesse un affare di Stato del dolore che si deve alla scomparsa di un artista. Così come è accaduto con la recente perdita di Lucio Battisti, la morte di un cantautore molto amato come Fabrizio De André ha invece innescato un vorticoso meccanismo di "dichiarazionismo" politico-istituzionale che mette in luce, a parte il solito presenzialismo, una novità nell'antropologia politica italiana: la straordinaria preminenza simbolica assunta dall'universo della canzone nell'immaginazione pubblica rispetto ad altre espressioni della cultura che ha attizzato nella politica il desiderio di occupare una ribalta decisiva per la formazione del consenso. Piangere De André, certo. Ma il reiterato lutto di Stato per un cantautore non appare un tantino esagerato?»
"La Stampa" ospita un articolo dello stesso cantautore che racconta alcuni episodi della sua vita riguardanti il suo rapporto con Torino, un approfondimento "letterario" di Nico Orengo, e un'intervista a Vasco Rossi (intitolata "Mi ha aperto la testa"). «Nella confessione di un addoloratissimo Vasco spunta il filo di una parentela stretta con l'amico fragile e il ricordo di un rapporto di amicizia fra i due voluto personalmente da Fabrizio. (...) "E' stato un rapporto non di frequentazione continua ma veramente di affetto: va detto che mi hanno voluto bene in un momento in cui non mi voleva nessuno (...) Volevano conoscermi, vennero al capannone dove abitavano all'epoca, la torre della mia solitudine amara nella quale vivevo, perchè non veniva mai nessuno. Quest'incontro mi aprì simbolicamente la porta del capannone e anche il cuore. (...) Non mi sento l'inventore di un linguaggio opposto a quello di De Andrè. Ne sono la continuazione, anche se non certo a quel livello. Ho soltanto sostituito la chitarra con un gruppo..."»
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