Il rock sa ancora essere sexy?

“Electric Warrior” dei T. Rex compie 55 anni: un disco che ha trasformato il desiderio in musica.
Il rock sa ancora essere sexy?

Ma il rock sa ancora essere sexy? Non intendiamo l'erotismo esibito, quello costruito per un'immagine, per una copertina o per un video esplicito. Quello oggi non manca, anzi. Nel pop come nel rock o nel rap siamo circondati da corpi, pose, allusioni e provocazioni immediatamente riconoscibili. La domanda è un'altra: esiste ancora un rock capace di essere erotico nella sua stessa materia, nel suono, nel modo in cui una chitarra entra sottopelle, in una voce che sembra scavare dentro, in un ritmo che fa venire voglia di muovere in modo scomposto il corpo prima ancora di capire il perché? Un rock che faccia venire voglia di strisciare sopra altri corpi come creature ancestrali? “Electric Warrior” dei T. Rex, che tra pochi giorni compirà 55 anni, è una possibile risposta arrivata da un'epoca in cui questo aspetto sembrava perfettamente naturale.

È uno dei dischi che più di ogni altro ha dato una forma sonora al glam rock: sfrontato, sensuale, ironico, sfacciatamente fisico. Le session di registrazione si svolsero tra marzo e giugno del 1971 tra Los Angeles, New York e Londra, sotto la supervisione di Tony Visconti, reduce dalla produzione di “The Man Who Sold the World” di David Bowie. Marc Bolan, che aveva già attraversato la psichedelia folk con i Tyrannosaurus Rex, aveva deciso di cambiare pelle. Il nome si accorcia in T. Rex e, nel 1970, arriva l'omonimo album della svolta. “Electric Warrior” del 1971 è però il momento in cui quella trasformazione trova la sua forma definitiva. Visconti ha raccontato di essere entrato in studio con una richiesta precisa di Bolan: “Tu entra là dentro e microfona tutto, noi suoneremo dal vivo”. Le registrazioni durarono complessivamente non più di sei settimane distribuite nell'arco di quattro mesi.

Il risultato conserva infatti qualcosa di istintivo, quasi carnale: non sembra un disco progettato a tavolino per diventare il manifesto di un'epoca. Ma lo fu. L'apertura di “Mambo Sun” mette subito in chiaro le coordinate: ritmo essenziale, riff e voce di Bolan. Poi arriva “Cosmic Dancer”, dove la chitarra acustica e gli archi ampliano lo spazio del brano senza spegnerne la sensualità. Il pezzo è stato utilizzato anche nella colonna sonora della seconda stagione della serie televisiva britannica “Sex Education”. “Get It On”, costruita anche a partire da “Little Queenie” di Chuck Berry, diventa invece il momento in cui il rock and roll si trasforma definitivamente in qualcosa di più sporco, ballabile e seducente, grazie anche al drumming di Bill Legend e ai fiati curati da Ian McDonald dei King Crimson. E poi c'è “Rip Off”: Bolan alza la voce, rompe la compostezza del disco e porta tutto verso una forma di proto-punk sguaiata e ironica. È un'altra faccia della stessa attitudine: il sesso, il rock, il glamour e il nonsense non sono compartimenti separati, ma parte di uno stesso immaginario.

All'epoca “Electric Warrior” fu un successo enorme per i T. Rex, anche se non tutti lo accolsero allo stesso modo. Alcuni critici lo definirono bizzarro e destinato ad adolescenti britannici in una tempesta ormonale. Poi, come spesso accade, è arrivato il tempo a stabilire il peso reale di quel progetto. “Electric Warrior” è entrato nel DNA di artisti lontanissimi tra loro: dagli U2, Culture Club e Blondie, che hanno ripreso “Bang a Gong”, fino a Morrissey e Nick Cave, passati da “Cosmic Dancer”. E ancora Red Hot Chili Peppers, Joan Jett, Teenage Fanclub, Lucinda Williams, Tricky, Paul Weller e molti altri.

Forse è proprio qui che si trova la ragione per cui, 55 anni dopo, “Electric Warrior” continua a parlare anche al presente. Non perché il rock di oggi abbia smesso di occuparsi di sesso, ma perché sembra aver perso, almeno in parte, la capacità di farlo attraverso il suono prima ancora che attraverso l'immagine. Il glam di Bolan non aveva bisogno di spiegare che era sexy: lo era il riff, lo era il ritmo, lo era quella voce, lo era il modo in cui le canzoni sembravano chiedere al corpo di muoversi, senza un libretto di istruzioni. Cinquantacinque anni dopo, a tutto ciò forse si può aggiungere una domanda: quando è stata l'ultima volta che un disco rock ci ha fatto chiudere gli occhi, immaginandoci di ballare in modo elettrico dentro il corpo di qualcun altro?

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