Le "Cicale" di Malika Ayane: "Nuovo non è sempre migliore"
Le canzoni di un album, diceva Tom Waits, sono come persone che scendono dall’autobus e sono unite dall’aver fatto un viaggio assieme, anche se hanno storie e origini diverse. Nell’autobus di Malika Ayane ci sono le “Cicale” che ha cresciuto in questi anni e che ha portato a uscire allo scoperto assieme a Giovanni Pallotti, che ha curato la produzione del disco che esce oggi, 18 settembre. “Ero sia l’autista sia uno dei passeggeri”, racconta sorridendo Malika. “Cicale” è il primo album della cantante in cinque anni e mezzo, un periodo intenso passato tra teatro, singoli e live, fino al ritorno a Sanremo lo scorso febbraio. Ma anche un periodo di ricerca e di alleggerimento: “Ho cercato una volontà introspettiva, ma non giudicante, e non c’è nessuna volontà di stupire. Essermi alleggerita totalmente dall’idea di cosa avrebbe pensato qualcuno ascoltando il disco è stato molto liberatorio”.
Le cicale e il tempo sottoterra
Il titolo nasce proprio dall’idea di qualcosa che rimane nascosto a lungo prima di uscire allo scoperto. “Una volta, in una camera d’albergo, ho visto un documentario e mi ha straziato scoprire che le cicale possono passare fino a diciassette anni sottoterra e poi vengono giudicate come animali nullafacenti, superficiali”, racconta. “Colpa anche di Fedro, anzi totalmente colpa sua, che ci ha raccontato questa cicala sfaticata che non pensa al domani. In realtà c’è tutta una parte della loro vita che non si vede e di cui nessuno si preoccupa”.
“Cicale” arriva dopo quattro anni di scrittura, incontri con collaboratori abituali e altri più recenti. Pallotti, che ha lavorato con Mengoni e Angelina Mango tra gli altri, è stato chiamato a fare il “co-pilota”, dando una forma comune alle canzoni, che viaggiano tra i diversi mondi del pop ma senza inseguire mode o, all'opposto, retromanie. “Ci siamo proprio divertiti”, dice semplicemente Malika. “Sono arrivata con tanto lavoro già fatto. Era più facile dare indicazioni chiare sulla strada che volevo prendere”. La difficoltà era tenere insieme un disco e non una semplice sequenza di singoli: “A noi piacciono gli album, non le collezioni di canzoni. È stato interessante capire dove andare, se verso un mondo più di fiati e percussioni oppure sfruttare bassi e tastiere. Alla fine abbiamo capito che quel mondo di tastiere ci permetteva di essere più versatili”.
“Nuovo non è sempre migliore”
“Che fatica è reggere il peso delle gonne in estate/Più che riuscire a convincersi che nuovo non è sempre migliore”, canta Malika in “Come la prima volta”: una riflessione che ha anche a che fare con le scelte musicali. Le canzoni di “Cicale” vanno dalla ballata Motown dell’iniziale “Finalmente” al synth-pop di “Detto tra noi”, ai beat di “All’improvviso ci verrà da ridere”, senza cercare però di andare a tutti i costi un suono riconoscibile come “contemporaneo”. Anche perché, secondo Malika Ayane, oggi è diventato difficile perfino definire cosa lo sia. “La cosa positiva di questo momento così confuso e affollato è che non esiste più una vera distinzione di genere, né un’estetica che rappresenti perfettamente il presente. Lo trovo bello, perché puoi prendere quello che ti interessa da ogni cosa”. Un esempio è “Primavera in città”, prodotta da Mr. Monkey, un nome che arriva da un mondo apparentemente lontano dal suo. “È un produttore che lavora anche con i trapper, e quella è praticamente la cosa più classica che c’è nel disco. Fa ridere. Alla fine ci sono i musicisti e i musicisti”.
Dargen e l’unica collaborazione
“Cicale” ha un solo vero featuring, anzi una collaborazione: quella di Dargen D’Amico in “Diversamente”. Una scelta coerente con una discografia in cui gli ospiti sono sempre stati pochi. “Non sono una fanatica del featuring, anche se in certi casi potrebbe essere conveniente”, dice sorridendo. “Nei miei dischi ne ho avuti pochissimi: Paolo Conte, Biréli Lagrène, Cremonini. Pacifico per me è parte dell’arredo, quindi non lo contiamo”. Con Dargen il rapporto nasce da lontano. “Ci siamo conosciuti perché Stefano Fontana aveva fatto un disco, ormai una quindicina di anni fa, coinvolgendo entrambi. Da allora ho iniziato a seguire il suo lavoro con attenzione. Jacopo scrive benissimo e ha una profondità importante, ben oltre quello che si è visto nei suoi Sanremo”. “Diversamente”, scritto con Leo Pari e Alessandro Donadei, era già finito, ma durava poco più di due minuti e mezzo. “Sapevo di non avere più niente da aggiungere: ogni parola in più sarebbe stata eccessiva. Allora ho pensato di mandarlo a Jacopo perché provasse a costruire una sua idea di quella stessa storia, di quello stesso stato d’animo”. Dargen ha risposto con un racconto parallelo: “Ci mette dentro immagini quasi surreali, ma quel senso di mancanza, quel vuoto, me l’ha restituito molto bene”.
Sanremo e la strada meno facile
In mezzo al lungo percorso verso il disco c’è stato anche il ritorno a Sanremo. Più che cambiare la direzione di “Cicale”, il Festival sembra avere avuto l’effetto di riaprire un contatto con una parte del pubblico. “È stato molto utile. Tante persone durante l’anno sono prese da altre cose, ma in quel periodo si riuniscono davanti alla televisione o alla radio. Per loro potevo anche essere finita a Ibiza a vendere gelati, che potrebbe comunque essere un ottimo piano. Invece mi hanno rivista lì, mi hanno ritrovata. È stato bello sentire un affetto così”.
Quell’esperienza ha anche rafforzato una scelta: fidarsi maggiormente del proprio istinto. “Per la prima volta in sette album ho pensato che dovesse essere la mia sensazione quella finale, quella giusta. Non lasciarsi condizionare dall’apparente strada più facile è stato bellissimo”.
Il tour: niente sequenze
Da novembre queste canzoni arriveranno dal vivo con una formazione volutamente ridotta: un quartetto più Malika. “Sarà una cosa molto essenziale. Ho scelto musicisti veramente bravi sia con il proprio strumento sia nell’utilizzo di tutte le tecniche che oggi gli strumenti permettono. Sono capaci di stare all’estremo acustico e allo stesso tempo di trovare vestiti contemporanei diversi”.
Niente sequenze, anche stavolta. “Porteremo synth e altro, naturalmente, ma niente di programmato”. Il lavoro sarà quello di rileggere anche il repertorio precedente dentro questo suono, senza trasformare il palco in una mega produzione: “Dovremo far convivere cose molto diverse con un suono di oggi, senza cedere alla vanità di portarci dietro una sezione enorme e senza cadere nella teatralità della cosa”. Le cicale, dopo il loro tempo sottoterra, sono pronte a farsi sentire.