Per capire i Geese bisogna vederli dal vivo
Ciclicamente ci si trova davanti alla band fenomeno del momento, quella che improvvisamente viene acclamata da tutta la critica, per cui fa quasi status dire di conoscerla da prima del boom e che tutti vogliono vedere dal vivo, anche quando magari ne hanno ascoltato soltanto una canzone. È quello che sta accadendo con i Geese, attesissimi la sera del 19 agosto sul palco del Circolo Magnolia di Segrate, alle porte di Milano, per il loro primo concerto in Italia, sold out praticamente dall’annuncio. Piacciono persino a Mick Jagger, che si aggiunge a una lista già lunga di musicisti conquistati dalla band. In un’intervista di pochi giorni fa al “New York Times”, il leader dei Rolling Stones ha raccontato: "Tutti parlavano di questa band. Mi aspettavo che il loro suono si avvicinasse più a quello di un gruppo indie. Invece mi sono sembrati molto più sperimentali di quanto mi aspettassi. Questa cosa mi è sembrata fantastica. Per una band tanto sperimentale è molto difficile riuscire a emergere e stare al centro della musica mainstream. Forse negli anni Settanta sarebbe potuto succedere, ma oggi non avrei pensato fosse possibile. Comunque, magari ci riusciranno, magari mi sbaglio”.
I Geese bisogna vederli live
“Ciao Milano”, dice Cameron Winter appena raggiunge il centro del palco, mentre gli altri prendono posizione. Accanto a lui ci sono Emily Green alla chitarra, Dominic DiGesu al basso, Max Bassin alla batteria e Sam Revaz, il musicista che accompagna il quartetto dal vivo alle tastiere e alla keytar. Sono proprio i colpi della grancassa ad amplificare l’attesa dell’inizio e, alle 21 in punto, sulle prime note di chitarra e sulla prepotenza del basso, entra la voce di Winter. “Husbands” costruisce lentamente un muro di suono dentro il quale per qualche istante il Magnolia rimane in silenzio, prima che dalla folla si alzino le prime urla. “Getting Killed” aumenta subito la pressione e mette in evidenza uno dei punti di forza del gruppo, la capacità di suonare con grande precisione senza dare mai l’impressione di essere rigido. DiGesu e Bassin tengono insieme il groove, Green apre squarci con la chitarra e Winter si muove sopra quella base allungando le parole, abbassando il registro e poi spingendo la voce dove serve.
Con “Islands of Men” partono i battimani, ma basta poco perché il pubblico torni ad ascoltare quasi incantato. È soprattutto Winter a rendere evidente quanto i Geese guadagnino nella dimensione dal vivo. La voce del cantante - che proprio poco prima dello show ha annunciato per il prossimo 9 ottobre l'uscita del suo nuovo album dal vivo solista, “Live at Carnegie Hall” - può ricordare a tratti la profondità di Hozier e certe inflessioni nasali e oblique di Joe Newman degli alt-J, ma il modo in cui cambia registro nel giro di pochi secondi ha ormai una personalità precisa. Prima di “Half Real” la band si ferma soltanto per qualche convenevole. “È il nostro primo show in Italia”, ricorda Winter, ottenendo una delle reazioni più rumorose della serata, mentre tra le prime file compare anche uno striscione. A colpire sono la luga coda al banchetto del merch, con le maglie della band che tutti sembrano voler possedere, e la varietà del pubblico, composto da ragazzi molto giovani ma anche da spettatori di generazioni diverse. È uno dei segnali della trasversalità raggiunta dai Geese, come è successo in anni recenti, pur con musiche molto differenti, a fenomeni statunitensi come i Greta Van Fleet o da noi a Lucio Corsi.
Perché i Geese piacciono tanto?
Visti sul palco, i motivi del consenso raccolto dai Geese diventano più chiari anche per chi, ascoltando i dischi, può essere rimasto più freddo. Qualcuno li ha paragonati agli Strokes e nella penombra di una scenografia praticamente inesistente la sagoma di Winter può effettivamente ricordare quella di un giovane Julian Casablancas. Musicalmente, però, il discorso è molto più irregolare. L’introduzione di “Half Real” sembra guardare verso la fine degli anni Sessanta e porta con sé qualcosa dei Doors, mentre “2122” ha una spinta nervosa che può far pensare alla prima urgenza degli Arctic Monkeys di “I Bet You Look Good on the Dancefloor”. Dentro le loro canzoni passano decenni di rock, post-punk, blues e improvvisazione, ma dal vivo la componente derivativa smette quasi di essere una forzatura. I Geese prendono quei riferimenti, li deformano e li fanno convivere dentro brani che cambiano continuamente dinamica senza perdere compattezza.
Prima di “100 Horses” trovano anche il tempo per sorprendere il Magnolia con un omaggio all’Italia e dagli altoparlanti parte una tarantella della tradizione popolare siciliana. È un intermezzo breve, perché il concerto riparte subito e “I See Myself” diventa uno dei grandi momenti collettivi della serata, cantato da buona parte del pubblico. Dopo “Cobra” accade invece qualcosa di meno prevedibile quando uno spettatore chiede di salire sul palco per suonare la batteria. “Abbiamo un solo kit, però”, risponde Winter. Dopo qualche istante di consultazione tra i musicisti arriva il via libera. “Sali su. Ma non facciamola diventare un’abitudine. È un’eccezione per l’Italia”, dichiara il frontman. Il ragazzo salta sul palco e prende quindi posto dietro alle pelli e attacca “Bow Down”. “Mica male”, commenta Winter prima di iniziare a cantare. Alla fine del pezzo la band lo invita persino davanti al microfono. “Non so cosa dire”, ammette lui in italiano, prima di far partire un coro di “Geese! Geese!” dal pubblico.
Poi Max Bassin si riprende il suo posto e il concerto torna sui binari, anche se con i Geese parlare di binari significa accettare deviazioni continue. “Au Pays du Cocaine” è tra i brani accolti con maggiore entusiasmo, mentre “Taxes” conferma quanto una band capace di spingersi verso territori contorti possa al tempo stesso scrivere ritornelli immediati. Dopo circa un’ora e mezza è “Trinidad” a chiudere il debutto italiano. Il verso “There’s a bomb in my car”, ripetuto, assume la forza di un mantra e dentro la tensione crescente del pezzo sembra affiorare perfino qualcosa della ritualità di “The End” dei Doors. Jagger si è concesso il beneficio del dubbio quando si è chiesto se una band tanto sperimentale possa davvero arrivare al centro del mainstream. Può darsi che Cameron Winter e soci non ci arrivino mai, ma al Magnolia diventa altrettanto difficile liquidare quello che sta succedendo intorno ai Geese come semplice hype. Dietro il fenomeno c’è una band giovane, tecnicamente solidissima e soprattutto capace di trasformare sul palco tutto ciò che nei dischi può non colpire chiunque, dando vita in concerto a qualcosa di vivo, fisico e sorprendentemente naturale. Ed è proprio lì, sul palco, che i Geese si capiscono meglio.
Ecco la scaletta:
Husbands
Getting Killed
Islands of Men
Crusades
Half Real
2122
Cowboy Nudes
100 Horses
I See Myself
Fantasies/Survival
Cobra
Gravity Blues
Bow Down
Au Pays du Cocaine
Taxes
Bis
Trinidad