Woodstock, visto dal seggiolino della batteria
Quando si storicizza il Festival di Woodstock, la memoria collettiva corre inevitabilmente verso la pancia della chitarra di Jimi Hendrix, le frange di Roger Daltrey o la voce scartavetrata di Janis Joplin. Ma se togliamo il velo della retorica controculturale e analizziamo la "tre giorni di pace e musica" dal punto di vista strettamente tecnico, l'agosto del 1969 a Bethel fu quasi una trincea. Soprattutto per chi sedeva dietro i tamburi.
Mentre il frontman costruiva il mito, i batteristi combattevano contro l'umidità, l'assenza di monitoraggio e il caos logistico, reggendo, letteralmente e a fatica, sulle proprie spalle l'impalcatura musicale del festival più caotico e rivoluzionario del Novecento.
Un inferno (logistico)
Per capire il livello di difficoltà tecnica, bisogna calarsi nel contesto hardware dell'epoca. Nel 1969, i sistemi di bloccaggio e le meccaniche dei fusti non avevano la stabilità ingegneristica di oggi.
L'umidità opprimente dello stato di New York, mescolata ai violenti acquazzoni che trasformarono la fattoria di Max Yasgur in una palude, fu il peggior nemico dell'accordatura. Le pelli (alcuni set integravano ancora elementi naturali, sebbene il mylar circolasse già da qualche anno) subivano sbalzi di tensione continui. I rullanti perdevano l'attacco, i tom si scordavano tra un pezzo e l'altro e le meccaniche dei pedali e delle aste dei piatti – spesso poggiate su palchi scivolosi e improvvisati – rischiavano di cedere o spostarsi per le vibrazioni.
A questo si aggiungevano i cambi palco infiniti: ore di attesa nel fango, strumenti montati e smontati in condizioni di emergenza, senza veri soundcheck. Mantenere il groove in un contesto in cui la risposta fisica dello strumento cambiava a ogni colpo richiedeva - oltre alla tecnica - un'incredibile capacità di adattamento.
Suonare alla cieca
Oggi, suonare davanti a centinaia di migliaia di persone significa affidarsi a in-ear monitor perfetti e mix personalizzati. A Woodstock, il monitoraggio sul palco era rudimentale, per non dire inesistente.
Le spie erano insufficienti, la dispersione del suono era enorme e l'impianto voce faticava a superare il muro di amplificatori. I batteristi si trovarono a dover suonare "alla cieca". Quando non riesci a sentire nitidamente il basso o il ritorno della chitarra, tenere il tempo non è più una questione di ascolto condiviso, ma di puro istinto e autorità. Da Mitch Mitchell con Hendrix fino a Keith Moon con gli Who, la sezione ritmica doveva imporsi visivamente e fisicamente per non far deragliare band che, spesso, dilatavano i pezzi in jam session totalmente improvvisate.
I miracoli esistono
In mezzo a questo delirio organizzativo, il 16 agosto (il secondo giorno di festival) andò in scena uno dei momenti più alti della storia della batteria rock. I Santana salirono sul palco come perfetti sconosciuti. Dietro i tamburi c'era Michael Shrieve, un ragazzo che aveva compiuto vent'anni appena un mese prima.
Il set culminò con Soul Sacrifice, un brano strumentale costruito quasi interamente sull'energia ritmica. L'assolo di Shrieve in quel frangente è da manuale: la velocità combinata sapientemente alla costruzione narrativa. Iniziò incastrando poliritmie latine su un pattern incessante, mantenendo una dinamica che cresceva fisiologicamente senza mai perdere il respiro.
Mentre il resto della band sembrava in balìa degli eccessi (Carlos Santana ammise in seguito di aver suonato sotto l'effetto di allucinogeni che gli facevano percepire il manico della chitarra come un serpente), Shrieve rimase il faro di lucidità. La sua performance salvò l'esibizione, regalando al gruppo un contratto discografico e un posto nella leggenda.
Woodstock non fu quindi solo la celebrazione del chitarrista-eroe. Fu, soprattutto, la prova del fuoco per una generazione di batteristi che, mentre il mondo intorno sprofondava nel fango e nel caos, doveva fare i conti con il tempo, senza mai permettersi il lusso di cedere.