Gilbert O’Sullivan visto dall’avvocato Malinconico
Qualche settimana fa ho letto tutti i volumi dedicati alle (dis)avventure dell'avvocato Vincenzo Malinconico ("Non avevo capito niente", 2007, "Mia suocera beve", 2010, "Sono contrario alle emozioni", 2011, "Divorziare con stile", 2017, "I valori che contano (avrei preferito non scoprirli)", 2020, e "Sono felice, dove ho sbagliato?", 2022), dai quali è stata tratta anche una serie di telefilm per la TV. Al divertimento della lettura si è sommata la sorpresa di trovare, sparsi qua e là fra le pagine dei libri, dei capitoletti a tema musicale. Incuriosito, ho preso contatto con Diego De Silva, l'autore, e l'ho intervistato, poi gli ho chiesto il permesso di pubblicare su Rockol alcuni di questi capitoletti.
“Alone again (naturally)”, del cantautore irlandese Gilbert O’Sullivan, fu un hit-single internazionale, agli inizi degli anni Settanta. Una canzone orecchiabilissima, dalla melodia indovinata e accattivante, di quelle che ti veniva voglia di riascoltare appena finiva il disco, anche se non potevi canticchiarla perché non sapevi l’inglese.
In Italia il successo fu tale che Fausto Papetti ne fece una versione strumentale in uno dei suoi famosi dischi con le ragazze in topless sulla copertina.
Mio padre, che come tutti i padri degli anni Settanta era specializzato nel comprare solo musica di merda, che sentiva (e imponeva) esclusivamente in macchina, ovviamente aveva la cassetta. Ricordo ancora con orrore i nastri
di Fred Bongusto, Stelvio Cipriani, Bruno Martino e – anche se più recente – quella gran cacata di “A come amore” di Richard Clayderman, nelle disperate trasferte domenicali in cui andavamo a trovare i nonni, quando quei brani tremendi si diffondevano nell’abitacolo, facendo calare nelle nostre povere coscienze di bambini seduti dietro il sospetto che la vita fosse una faccenda piuttosto penosa da sbrigare.
A ogni modo, “Alone again” era così carina che manco Fausto Papetti era riuscito a inguaiarla.
Gilbert O’Sullivan, che in realtà si chiamava Ryan Sullivan (il nome se l’era dato in omaggio al duo di compositori ottocenteschi Gilbert & Sullivan), aveva esordito nel ’71 alla Royal Albert Hall di Londra, quando praticamente nessuno sapeva chi fosse, essendo fra l’altro attesa l’esibizione, nella stessa sera sullo stesso palco, di artisti ben più noti all’epoca, come gli Sweet, i Rockpile e Ashton Gardner.
Bene: lui andò in scena vestito come una specie di emulo pop di Buster Keaton, con la scoppola di traverso, i calzoncini corti e l’espressione cucciola, e colpì al cuore il pubblico con le sue canzoni garbate, canticchiabili, melodiche, dalla struttura semplice e sapiente, contro il glam rock che governava la scena musicale di quegli anni.
Ed è proprio con “Alone again” che O’Sullivan conquista, nel 1972, la fama internazionale. La particolarità di quel pezzo sta nel fatto che le parole, a dispetto di una musica graziosamente composta, piacevole e orecchiabile, grondano di una tristezza e di un’infelicità senza rimedio. “Alone again” è la lucida, disarmante cronaca di una vita segnata dalla solitudine, principio a cui la giostra dell’esistenza, per quanti giri offra, inevitabilmente riconduce.
Abbandonato sull’altare nel giorno delle nozze, l’autore riporta fatti e sentimenti con spudorata sincerità, rifiutando il ricorso alla metafora:
Tra poco, se va avanti così
prometto di trattarmi bene.
Vado a una torre vicina
salgo in cima e mi butto
tanto perché si sappia cosa vuol dire sentirsi a pezzi
lasciati in una chiesa ad aspettare
con la gente intorno che dice: «Poveretto, l’ha mollato.
Che restiamo a fare qui, torniamocene a casa».
Come ho fatto io.
Di nuovo solo, naturalmente.
L’effetto che questa prosa elementare produce, in noi che la leggiamo, è quello di un imbarazzante senso d’impotenza. A una persona amica che ci raccontasse una cosa del genere (e soprattutto ci dicesse di pensarla così), non sapremmo cosa dire. Qualsiasi tentativo di dissuasione, di incitamento alla speranza, sarebbe destinato a soccombere sotto la banale tripletta soggetto-predicato-complemento.
Cosa rispondere, del resto, a uno che canta, sulle note di una deliziosa partitura musicale, parole come queste:
E ora, guardando agli anni passati
e a tutto quello che mi appare
ricordo che ho pianto quando mio padre è morto
senza mai voler nascondere le lacrime.
E a sessantacinque anni mia madre, pace all’anima sua
non riusciva a capire perché l’unico uomo che avesse mai amato
le fosse stato tolto
lasciandola sola a ricominciare con il cuore a pezzi.
Nonostante il mio aiuto
non ha più aperto bocca.
E quando anche lei è morta
ho pianto e pianto tanto.
Di nuovo solo, naturalmente.
Come molti altri artisti della sua generazione, O’Sullivan cela il male di vivere nella leggerezza di una melodia. “Alone again” ti fa battere il piede, annuire a tempo e inorridire al termine di ogni strofa. La musica è una trappola, un espediente per raccontarti le cose come stanno. Ed è così rassicurante all’orecchio, così comoda da indossare, che le parole arrivano in ritardo, quasi dovessi fare uno sforzo per sentirle. Come un doppio fondo in cui ti prendi la briga di guardare se proprio t’interessa.
In quegli anni ancora liberi, perfino la musica leggera riusciva a ordire qualche complotto. Gli artisti carini, giovani, intonati, autori di canzonette che facevano innamorare le ragazze e arricchire i discografici, erano in realtà dei depressi infiltrati nel music business allo scopo di diffondere fra i fans una concezione tragica dell’esistenza. Facevano la bella faccia per poi confidarti delle cose tremende quando restavi solo in camera con loro e li mettevi sul giradischi.
Prima di scomparire (artisticamente, s’intende; almeno qui da noi), Gilbert O’Sullivan bissò il successo di “Alone again” con “Clair”, altra perfetta pop-song da classifica internazionale, capace d’imprimersi nella memoria al primo ascolto, della quale Johnny Dorelli incise una discutibile versione italiana.
Anche in “Clair” c’è la dicotomia testo/musica che caratterizza le composizioni O’Sullivaniane. Ma se “Alone again” è resa dichiarata al dolore e alla solitudine, “Clair”, al contrario, è una boccata d’ossigeno nel più grande e speranzoso dei sentimenti che l’esperienza umana possa offrire: l’amore. Un amore, però, rivolto a chiare lettere non a una donna ma a una bambina, di nome Clair, appunto.
Le parole, anche in questo caso, non lasciano alcuno spazio all’equivoco:
Clair, quando ti ho incontrata, giuro
ho sentito che mi era successo qualcosa
che non potevo accettare.
E poi, quando t’ho rivista
dovevamo essere amici
non poteva essere altrimenti.
Ma per quanto mi sforzi non riesco a capire
perché tu mi prendi tanto.
Quando alzi lo sguardo e sorridi
le parole non hanno più senso.
Non m’importa di quello che dice la gente
per me sei più di una bambina.
Oh Clair, Clair.
Ancora una volta, la sincerità con cui l’autore mette a nudo i suoi sentimenti si serve di una prosa che lascia ammutoliti nella sua elementarità.
Clair, te l’ho già detto
non ci provare
torna a letto, non lo vedi che è tardi
no, non puoi averlo un drink
d’accordo, ma aspetta un momento
mentre io, sforzandomi di farti da balia, riprendo fiato.
Sei una tortura a quest’ora del giorno
ma domattina quest’ora sembrerà lontana una vita.
Oh Clair, Clair.
La versione italiana (che porta la firma di Daniele Pace, decano della musica leggera italiana e membro dello storico gruppo degli Squallor), al di là di qualche comprensibile adeguamento metrico, rispetta nella sostanza il contenuto dell’originale. Canta infatti Johnny Dorelli:
Clair, tua madre è uscita con me
e tu non lo sai, ma perché
mi guardi così, con gli occhi all’insù
per me ricordo più bello non c’è
eppure da quando tu sei qui
non so se pensare a lei o a te.
Ma tu hai preso il mio cuore mille volte in più
io mi vergogno di giocar così
ma in fondo che importa quel che dice la gente
quando tu mi sorridi non sei più una bambina, Clair.
E ancora:
Clair adesso è tardi per te
andiamo a dormire, è quello il tuo letto
e non mi dispiace
è quasi mattina ormai.
Hai preso il mio cuore e non lo lasci più
senti il respiro, quasi non l’ho più.
Abbiamo giocato ma domani con calma
sarà tutto passato
sarà meglio dormire, Clair.
Leggere, nel secondo millennio, – e leggere in Italia, nel secondo millennio, – parole simili, è faccenda che immediatamente imbarazza. Che manda gli occhi in cerca di altri occhi. Che mette addosso un’inquietudine, una colpevolizzazione sottile a cui è istintivo cercare di sottrarsi.
C’è da scommettere che un pezzo del genere, mandato oggi alla radio o in un programma televisivo di medio ascolto, provocherebbe una sollevazione trasversale di stroncatori che, a diversi livelli d’ipocrisia, controfirmerebbero una denuncia collettiva di apologia del reato che la società moderna, in assoluto, più compattamente impallina.
È evidente che il testo, nella sua appassionata tensione verso l’infanzia, ha tutta l’autonomia poetica che gli serve per rivendicare la sua insospettabilità e rimandare l’accusa al mittente.
Ma è ancora più evidente che il solo prestarsi della canzone a una possibile interpretazione in chiave pedofila, sarebbe oggi sufficiente a muovere una censura sociale che farebbe fuori dal mercato, con la forza di uno tsunami, una canzone come “Clair”, ancora oggi superiore di una spanna alla quasi totalità della melmetta perbenista che l’industria della musica leggera contemporanea propina al suo pubblico.
Per gentile concessione dell’editore Einaudi e dell’autore.
