Thin Lizzy: storia ed evoluzione di una band immortale
Universal Music pubblica oggi un cofanetto che celebra l'album di debutto dei Thin Lizzy, uscito nel 1971, con brani inediti, sessioni per la BBC, rarità e nuovi remix in Dolby Atmos, 5.1 e stereo (qui tutti i dettagli). Nell'occasione, ecco un'analisi della parabola della band.
"I'm a rocker... and I'm a roller too"
("The Rocker", Thin Lizzy - dall'album "Vagabonds Of The Western World", 1973).
Quello dei Thin Lizzy si configura come uno dei casi più emblematici e suggestivi del genere hard rock. Prima di assurgere al rango di pionieri imprescindibili del genere, i dublinesi mossero i primi passi in veste di trio e indissolubilmente ancorati alle suggestioni folk della propria terra natia. La line-up originaria – imperniata sul carisma lirico e vocale del bassista Phil Lynott, sul drumming tentacolare di Brian Downey e sulle digressioni psichedeliche del chitarrista Eric Bell – debuttò sul palco, sebbene non si sappia bene di quale location, il 13 febbraio 1970. Una data memorabile, segnata da una singolare e involontaria convergenza storica, visto che proprio in quel preciso giorno un giovane quartetto di Birmingham, quello dei Black Sabbath, pubblicava l'inquietante album omonimo ridefinendo per sempre, e con un budget irrisorio di poche centinaia di sterline, i confini della musica pesante. La parabola dei Thin Lizzy si distinse sin da subito per una repentina evoluzione sul piano contrattuale. Dopo aver affidato alla Parlophone il singolo d'esordio "The Farmer" – la cui tiratura originale rappresenta oggi una rarità di culto per i collezionisti –, il gruppo approdò alla storica Decca Records. Il conseguente trasferimento a Londra inaugurò le sessioni di registrazione del primo, omonimo full-length, sotto la guida produttiva di Scott English e Nick Tauber, e proprio durante la traversata verso la capitale britannica, Lynott fu in grado di tessere un legame provvidenziale con John Peel, il celebre e influente sodale di BBC Radio 1. Peel, intuendo immediatamente il potenziale della formazione, divenne a tutti gli effetti il primo, autorevole e decisivo mentore radiofonico in riferimento alla causa Thin Lizzy.
I cinquantacinque anni di "Thin Lizzy"
Uscito originariamente il 30 aprile 1971, se esaminato oggi ex post, il debutto "Thin Lizzy" si rivela un'opera embrionale e frammentaria, ancora distante dalla piena focalizzazione di quel potenziale sonoro che avrebbe consegnato la band alla storia. Ciononostante, tra le pieghe di ballate agrodolci come "Honesty Is No Excuse" e "Diddy Levine", o nelle trame di "The Friendly Ranger at Clontarf Castle", "Ray-Gun" e l'energica "Look What the Wind Blew In", si intercettano già i fecondi germi di una personalità compositiva in divenire. Proprio al fine di riscoprirne il valore documentario (inteso come tassello propedeutico alla comprensione della parabola di Lynott e soci), il debutto viene oggi ripubblicato da Universal in una sontuosa edizione celebrativa per il suo cinquantacinquesimo anniversario. La riedizione multiformato, declinata in un ricco box set da 3CD e Blu-ray, in una versione da 4LP e in ulteriori tirature a colori, non si limita a riesumare rarità d'archivio come l'EP "New Day", o le prime Peel session, ma restituisce l'opera originaria rigenerata da un ineccepibile e inedito mix stereo curato da Richard Whittaker. Un'operazione che riesce nel compito di esaltare una potenza espressiva e una nitidezza dinamica mai sentite prima, garantendo assoluto vigore sia alla voce e al basso di Phil Lynott, sia alle architetture strumentali della band.
L'ascesa dei Thin Lizzy attraverso gli album
Se l'esordio generò originariamente poche scintille, un successivo approccio, intriso di atmosfere progressive e ballate dedicate alla Dublino operaia, si consolidò nel discreto secondo album "Shades of a Blue Orphanage" (1972). In questo lavoro, caratterizzato da sfumature acustiche e più intime, spiccano la malinconica traccia omonima (come profondo omaggio all'infanzia di Lynott), l'epica "Brought Down" e la ritmata "Buffalo Gal". Parliamo di un'opera di transizione che preparò il terreno alla svolta decisiva, giunta nel 1973 con "Vagabonds of the Western World". L'atto conclusivo della prima era dei Thin Lizzy fondeva l'irruenza stradale con la dimensione del mito, regalando al trio il primo vero successo in classifica grazie alla rilettura del brano tradizionale "Whiskey In The Jar" e alla devastante, torbida potenza di "The Rocker" e "The Hero and the Madman". Con l’addio di Eric Bell, Lynott decise di rivoluzionare l'assetto sonoro espandendo la formazione a quartetto grazie all'innesto dello scozzese Brian Robertson e dell’americano Scott Gorham.
Nacque così il leggendario marchio di fabbrica delle cosiddette twin guitars (chitarre gemelle), uno stile esecutivo pionieristico in cui i due solisti superavano la classica alternanza tra ritmica e assolo per intrecciare linee melodiche rigorosamente armonizzate. Tale approccio generò un sound denso ed epico destinato non solo a riscrivere le regole dell'hard rock britannico, ma anche a servire da pilastro fondamentale su cui la New Wave of British Heavy Metal avrebbe edificato il proprio lascito – l'influenza di questa innovazione solamente su una band come gli Iron Maiden è incalcolabile. L'abilità individuale dei due storici assi dei Thin Lizzy si rivelò complementare e micidiale. Gorham portava in dote fraseggi fluidi e spiccatamente melodici, mentre il giovanissimo Robertson rispondeva con feroci attacchi chitarristici e un uso magistrale del pedale wah-wah. Parallelamente a questa mutazione sonora, i Thin Lizzy subirono una radicale metamorfosi estetica. Il gruppo abbracciò l'archetipo dei rocker fuorilegge prendendo a indossare giubbotti di pelle nera chiodati, stivali da cowboy, camicie sbottonate e l'atteggiamento sfrontato tipico delle gang urbane. Al centro di questa estetica si stagliava il fiero magnetismo di Lynott, ormai elevato a simbolo di stile intramontabile con il suo inconfondibile orecchino a cerchio e il basso Fender Precision nero (col battipenna specchiato). Sul palco, Lynott emanava ora una carica sciamanica e una sfrontatezza tali da renderlo una sorta di Jimi Hendrix imbracciante il basso: un frontman totale, capace di fondere il dinamismo e la teatralità del leggendario chitarrista con la spinta ritmica e pulsante delle quattro corde.
Eroi dell'hard rock
Con l'approdo alla Vertigo Records – guarda caso la stessa etichetta dei Black Sabbath – capitoli discografici come "Nightlife" (1974) e "Fighting" (1975) si configurarono, per i Thin Lizzy, come passaggi interlocutori ma tutt'altro che trascurabili. Pur non trattandosi di una delle vette assolute della band, il primo brillava per almeno una manciata di classici assoluti, tra cui "Sha-La-La" e "Philomena". Nel secondo lavoro, che introduceva per la prima volta l'affilato e ormai storico logo del gruppo, la virata definitiva verso l'hard rock si impose con una certa invidiabile forza a partire dall'epica "Rosalie". La consacrazione planetaria dei Thin Lizzy arrivò tuttavia nel 1976 con la pubblicazione di "Jailbreak", autentica pietra miliare della loro discografia. Trainato da inni immortali come "The Boys Are Back in Town" – brano successivamente reinterpretato sia dai Bon Jovi, sia da una formazione agli antipodi come gli Happy Mondays –, il disco fotografò il gruppo all'apice della forma espressiva, capace di suonare duro ma melodico, romantico ma spietato.
Sfruttando la scia di questo straordinario slancio creativo, nell'ottobre dello stesso anno la band diede alle stampe "Johnny the Fox". Scritto in gran parte da Phil Lynott durante la convalescenza da un attacco di epatite, l'album si rivelò un altro centro perfetto, impreziosito dal successo del trascinante singolo "Don't Believe a Word" e dalle influenze marcatamente funk di "Johnny the Fox Meets Jimmy the Weed". Tali traguardi proseguirono, nel 1977, con l'elegante durezza di "Bad Reputation" e il suo perfetto equilibrio tra il groove contagioso di "Dancing in the Moonlight (It's Caught Me in Its Spotlight)", la malinconia stradale di "Southbound" e le sferzate di "Opium Trail". L'immensa energia del gruppo fu quindi immortalata nel monumentale doppio LP "Live and Dangerous" (1978), universalmente celebrato come uno dei dischi dal vivo più vibranti e riusciti nella storia del rock. Proprio su quest'opera, tuttavia, ferve ancora oggi un acceso dibattito critico: se per molti si tratta di una testimonianza purissima e fedele della devastante dimensione on stage dei Thin Lizzy, per altri il disco avrebbe subìto massicci interventi di post-produzione in studio, con ampie sovraincisioni volte a limare le imperfezioni e a potenziarne la resa sonora (un sospetto alimentato negli anni dalle dichiarazioni dello stesso produttore Tony Visconti). L'evoluzione estetica e concettuale dei Thin Lizzy, in ogni caso, passò anche attraverso la potente identità visiva delle loro copertine – aspetto tutt'altro che minore –, gran parte delle quali firmate dall'illustratore Jim Fitzpatrick. Il suo stile, fortemente influenzato dalle suggestioni celtiche, dal mondo dei fumetti e dalla fantascienza, diede un volto indelebile ai personaggi e alle narrazioni nati dalla penna di Lynott.
Gli anni Ottanta e l'avvicinamento all'heavy metal
La parabola dei Thin Lizzy proseguì negli anni Ottanta tra continui cambi di formazione e una complessa maturazione sonora, spesso sottovalutata dalla critica. Nel 1979, l'arrivo in pianta stabile del virtuoso Gary Moore, che già aveva affiancato per brevi periodi Lynott e compagni, tra il ‘74 e il ‘77, generò "Black Rose: A Rock Legend", la cui suite finale rimane un monumentale omaggio alla mitologia celtica. Quest'era esercitò una profonda fascinazione sul futuro leader dei Guns N' Roses, Axl Rose, che elesse Phil Lynott a punto di riferimento attitudinale. Spinto da questo legame viscerale, a soli ventidue anni Axl si impresse sulla spalla il suo primissimo tatuaggio: la rosa nera della copertina di Jim Fitzpatrick. Il cantante dichiarò che la musica di Lynott gli salvò la vita, per poi orgogliosamente sfoggiare, nel febbraio 1988, una t-shirt dei Thin Lizzy durante lo storico live al Ritz di New York dei Guns N' Roses, lo stesso che fu filmato e trasmesso da MTV. Nel 1980, l'ingresso nella band, in sostituzione di Moore, del chitarrista Snowy White – già turnista per i Pink Floyd nel tour di "Animals" – inaugurò la svolta più cupa di "Chinatown". Il disco univa l'hard rock a venature di stampo new wave, come evidenziato dal memorabile singolo "Killer on the Loose" e dalle ritmiche serrate di "Having a Good Time". Il tocco controllato e pulito di White smussò le storiche distorsioni della band per una metamorfosi che si rifletté anche sul piano estetico, da cui i tagli geometrici e i completi scuri dei musicisti, in perfetta sintonia con i dragoni metropolitani impressi sulla front cover.
Successivamente, il gruppo aprì alla parentesi tastieristica dell'album "Renegade" (1981), lavoro dominato da atmosfere intime e progressive, introdotte dal giovane Darren Wharton. Considerato da molti il punto più basso della loro discografia, il disco merita in realtà un ascolto più attento, tenendo conto che, pur non brillando per omogeneità, contiene perle assolute come l'iniziale "Angel of Death", la trascinante "Hollywood (Down on Your Luck)", così come la stessa title track "Renegade". L'atto finale dei Thin Lizzy si consumò poi nel 1983, con "Thunder and Lightning". L'innesto del talentuoso chitarrista John Sykes (futuro membro dei Whitesnake) indurì ancora il sound, alternando la rabbia metallica di un brano come "Cold Sweat" alle trame sognanti e crepuscolari di "The Sun Goes Down". Allineati, ormai anche visivamente, ai canoni della NWOBHM, i Thin Lizzy dimostrarono – grazie soprattutto al fulminante vibrato di Sykes – di poter ancora influenzare la nuova generazione heavy e di non lasciare indifferenti nemmeno i già citati Iron Maiden, che proprio in quel periodo iniziavano la conquista delle arene grazie all'ingresso di Bruce Dickinson in formazione.
L'eredità di Phil Lynott, ovvero di un poeta
Dopo i concerti finali del 1983, da cui l'apparizione al prestigioso festival di Reading, la gloriosa corsa della band si interruppe bruscamente, schiacciata dal peso di crescenti tensioni interne e, soprattutto, dalle severe dipendenze che stavano sempre più logorando la salute del leader. Già nel biennio precedente, a cavallo tra il 1980 e il 1982, Lynott aveva cercato una valvola di sfogo creativa avviando una parallela carriera solista. I suoi due album in studio, "Solo in Soho" e "The Phil Lynott Album", si rivelarono progetti fortemente personali e stilisticamente eterogenei; in queste opere, lontane dalle canoniche architetture hard rock, Lynott esplorava sonorità pop, funk e synth-pop, collaborando con amici illustri come Mark Knopfler e dando libero sfogo a una scrittura intima e confessionale. Tuttavia, il definitivo tramonto dei Lizzy accelerò la spirale autodistruttiva dell'artista. I cronici problemi legati all'abuso di alcol e all'eroina culminarono drammaticamente la notte di Natale del 1985, quando Lynott collassò nella sua casa nel Berkshire. Ricoverato d'urgenza, si spense pochi giorni dopo, il 4 gennaio 1986, a soli trentasei anni, per uno shock settico causato da una grave polmonite. Al di là della fine tragica, Phil Lynott non fu semplicemente un bassista carismatico o un frontman magnetico, bensì un autentico poeta di strada, capace di fondere la vulnerabilità delle ballate d'amore con la cruda aggressività del rock 'n' roll urbano e decadente. Custodire la sua eredità, e insieme quella dei Thin Lizzy, rimane oggi un dovere imprescindibile, nonché, effettivamente, un atto di giustizia culturale.