E’ successo nel 2005: 21 ottobre

David Sylvian presenta i Nine Horses: 'Torno, temporaneamente, alla melodia' (21 ottobre 2005)

Non fatevi confondere dallo pseudonimo: dietro la sigla “Nine horses” si nasconde David Sylvian, accompagnato dal fratello Steve Jansen e da Burnt Friedman. Non è la prima volta che l’amato musicista (“di culto” è un'espressione abusata ma perfetta per il suo status nella comunità artistica) pubblica un disco celandosi sotto il nome di una band: capitò all’inizio degli anni ’90 per quella mini reunion dei Japan che fu il progetto Rain Tree Crow. Ma, soprattutto, non è la prima volta che Sylvian torna sui suoi passi: dopo lo sperimentale album solista “Blemish”, questo nuovo “Snow borne sorrow” segna un ritorno alla forma canzone e alle melodie raffinate che hanno fatto la sua fortuna.

E’ lo stesso Sylvian, incontrato da Rockol in un albergo milanese qualche settimana fa, a spiegare il motivo della pubblicazione di questo disco sotto il nome Nine Horses: “Si tratta di una collaborazione a tre.

Ho iniziato a lavorare a questa musica scrivendo con Steve (Jansen) tra il 2001 e il 2002. Era un processo lento, perché stavamo provando delle nuove tecnologie al computer, che imparavamo ad usare componendo. Abbiamo scritto molte cose, ma senza un vero centro. Ho abbandonato quel materiale per lavorare a ‘Blemish”, e il disco mi ha allontanato da quel materiale, in tutti i sensi: rappresentava una direzione più sperimentale, che mi piaceva provare, e la risposta che ha avuto mi ha tenuto occupato per un po’. Poi qualche tempo fa ho incontrato di persona Burnt Friedman, il cui lavoro come musicista conoscevo già. Mi ha chiesto di lavorare ad un suo progetto, e dopo mesi mi ha inviato un CD con dei demo. Ho registrato qualcosa per lui, gliel’ho spedito, ma quello era il suo disco, poi pubblicato a suo nome”. Quel materiale, uscito come “Out in the sticks” a nome di Burnt Friedman & Jaki Liebezeit, non gli piaceva in quella forma, ci spiega Sylvian. Così l’ha rielaborato, sostituendo la batteria di Liebezeit con quella di suo fratello Steve, rielaborando le canzoni, recuperando parte del materiale che avevo scritto con Jansen. “La vera sfida è stata rendere questo processo complicato in un disco compatto”, chiosa l'artista.


Quanto all’impianto più melodico, Sylvian ammette: “Non nascondo che, dopo ‘Blemish’, ho fatto fatica a tornare sui miei passi. Ma ‘Snow borne sorrow’ è un disco comunque sperimentale, visto che molte delle canzoni sono basate su loop, come ‘The librarian’. Musicalmente la sfida è stata più nei testi che nella forma: ho affrontato temi politici che avevo solo sfiorato in passato”. Canzoni come “The banality of evil”, infatti, parlano del clima di sospetto che si vive in America dopo l’11 settembre: “Abbiamo la tendenza a guardarci male l’un l’altro, a sospettare, a giudicarci, a tracciare dei confini. Forse è una tendenza subconscia, ma sta segnando questi tempi in modo molto pericoloso”.
L’altro tema che permea il disco, fin dal suo titolo, è quello dell’inverno. “E’ un tema più inconscio”, spiega Sylvian. “Vivo da tempo in parti del mondo – prima nel Winsconsin, ora in New Hampshire – che sono coperte dalla neve per buona parte dell’anno. L’inverno è un buon momento per far maturare idee e pensieri, da questo punto di vista. Ma se le cose della tua vita non vanno bene – e le mie non andavano bene mentre stavo scrivendo questi brani – ti puoi sentire intrappolato”.

Sylvian conclude l’intervista con due notizie. La prima è che questo ritorno alla melodia è solo temporaneo: “Sto lavorando ad un altro progetto, che ho interrotto per questo. Una sorta di continuazione di ‘Blemish’, senza strutture definite”. La seconda è che potremmo presto non vederlo più suonare dal vivo: “Non ho ancora deciso se andrò in tour con i Nine Horses. Non è detto, anzi, che la loro storia sia finita qua. Ma non credo che faremo concerti. Nella mia testa continua a girare l’idea che prima o poi potrei decidere di ritirarmi dai concerti, ma ora come ora non ci sono ancora arrivato".
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