Ed O'Brien: "Non ascolto più musica indie"
Che cosa si cela dietro i gusti musicali di un membro di una delle band più influenti e celebrate della storia del rock? Ed O'Brien si mette a nudo in un viaggio intimo, nostalgico e a tratti decisamente ironico attraverso le canzoni che hanno segnato la sua esistenza. Dalle cotte adolescenziali ai retroscena più folli dei tour, lo storico chitarrista dei Radiohead racconta al "Guardian" la colonna sonora della sua vita.
Il viaggio musicale di Ed parte da lontano, per l'esattezza dal 1978. Un O'Brien bambino viene completamente travolto dalla febbre dei Mondiali di calcio grazie a Ally’s Tartan Army, l'inno della nazionale scozzese. Una scelta bizzarra per un inglese, dettata però da una dura realtà: "L'Inghilterra non si era qualificata. Ma io adoravo quella squadra scozzese – Alan Rough, Martin Buchan, Kenny Dalglish – e a 10 anni mi sono lasciato trascinare".
Ma è a 17 anni che la musica si intreccia per la prima volta con il cuore e con le prime delusioni sentimentali:
Mi innamorai di una ragazza di nome Mary, che era una grandissima fan degli Smiths. Comprai Hatful of Hollow per poterle fare una serenata con William, It Was Really Nothing. Non credo, però, che lei adorasse me tanto quanto adorava Morrissey e compagni.
Poco dopo, arriva la folgorazione che cambierà tutto. Sono i Police con Walking on the Moon a dargli la spinta definitiva per diventare un musicista. Il segreto? Il sound alieno di Andy Summers: "Fa sembrare la chitarra come se fosse stata registrata sulla luna".
Crescere significa anche finire nel frullatore del successo planetario con i Radiohead. O'Brien ricorda con enorme divertimento il suo 29esimo compleanno in Giappone, nel pieno della promozione del leggendario album OK Computer. Quella sera, il capo della Toshiba EMI, il signor Inagawa, trascinò la band in un karaoke bar:
All'una di notte indossavamo teste di animali finte e il signor Inagawa era in un mare di lacrime mentre Thom [Yorke] cantava My Way. Adoro il karaoke quando la gente è così ubriaca da dire: 'Ti amo, cazzo, cantiamo Copacabana per la terza volta!
Se si parla di pop, il chitarrista non ha paura di ammettere i propri "guilty pleasures", come una viscerale ammirazione per Fastlove di George Michael, che definisce senza mezzi termini un genio: "Porca miseria, che voce... il che potrebbe sembrare strano detto da un tizio dei Radiohead". E quando si tratta di dare una scossa a una festa un po' troppo rigida, come un party di Halloween a Los Angeles a cui ha partecipato, la soluzione è una sola: Daft Punk Is Playing at My House degli LCD Soundsystem. "Lì ho pensato: 'Porca puttana, ci siamo'".
Oggi, tuttavia, il rapporto di O'Brien con il genere che lo ha reso famoso è radicalmente cambiato. Il musicista ammette di aver chiuso con le chitarre: "Non ascolto più musica indie, ne ho avuto abbastanza. In un certo senso, ho chiuso con la musica per chitarra. E sono certamente felice di non dover più ascoltare How Do You? dei Radiohead".
Il suo approccio è diventato così analitico da rendergli difficile il semplice ascolto distratto. Spesso si ritrova a isolarsi con gli amici per sezionare una melodia, come gli è accaduto di recente con The Captain of Her Heart dei Double: "Un tempo l'avrei liquidata come una traccia discutibile, ma ora penso: 'Questo è un fottuto bel pezzo'". Persino nei momenti di massima intimità, la musica deve fare un passo indietro. Alla domanda su quale sia la canzone perfetta per fare sesso, Ed non ha dubbi: "Per me è o la musica o il sesso. Preferisco di gran lunga i suoni della natura: il fiume, il vento, noi due".
La quotidianità attuale di Ed O'Brien è scandita da una forte componente emotiva e spirituale. Se la mattina ha bisogno della solennità della Messa in Si minore di Bach per attivarsi, la commozione vera arriva quando guarda al passato della sua famiglia. La sua nuova canzone solista, Blue Morpho, evoca ricordi dolorosamente splendidi: "Quando i bambini erano piccoli, vivevamo in Brasile in una fattoria ai margini della foresta pluviale. È incredibile come la musica riesca a catturare le emozioni. Ogni volta che penso alla loro infanzia, inizio a piangere".
Infine, uno sguardo inevitabile al futuro più lontano, quello del suo funerale. Nessun pezzo rock, nessuna sperimentazione elettronica, ma un ritorno alle origini della sua infanzia, quando cantava in un coro: l'In Paradisum tratto dal Requiem di Gabriel Fauré. "È uno dei pezzi musicali più belli e apparentemente semplici che esistano. Quindi prenderò quello, per favore".