John Lennon, cosa c'è nel documentario sull'ultima intervista

“John Lennon: the last interview” di Steven Soderbergh sarà presentato domani al Festival di Cannes
John Lennon, cosa c'è nel documentario sull'ultima intervista

Domani sera al Festival del Cinema di Cannes verrà proiettato il documentario di Steven Soderberg “John Lennon: the last interview”, realizzato in collaborazione con Meta e con l’uso dell’intelligenza artificiale (ne abbiamo già scritto qui).

In sostanza, il documentario illustra per immagini l’intervista concessa da John e Yoko a KFRC Radio, per il network RKO Radio, la mattina dell’8 dicembre 1980, lo stesso giorno dell’assassinio da parte di Mark David Chapman. E’ quindi l’ultima intervista concessa in vita da Lennon. Erano presenti la giornalista Laurie Kaye, il direttore musicale della KFRC Dave Sholin e il fonico Ron Hummel, oltre a Bert Keane della Warner/Geffen in rappresentanza della casa discografica.

L’intervista è già ben nota, sia perché è disponibile in audio su YouTube sia perché la Keane ne ha scritto in un suo libro, “Confessions of a rock’n’roll name-dropper: my life leading up to Lennon last interview”. L’interesse del documentario, quindi, non sta nel suo contenuto “storico” ma principalmente nella curiosità di vedere che uso ha fatto Soderbergh dell’intelligenza artificiale.

Nell’intervista, lunga circa un’ora e mezza, Lennon (e Ono) toccano molti temi. Qui di seguito, un ampio riassunto della “last interview” di John Lennon.

 

John inizia con il descrivere una sua giornata-tipo:

“Quando non stiamo facendo dischi e non siamo rimasti svegli fino a tardi, mi alzo verso le sei. Vado in cucina. Prendo una tazza di caffè. Tossisco un po’. Fumo una sigaretta. I giornali arrivano alle sette. Sean si alza alle 7:20, 7:25. Controllo la sua colazione — non la cucino più. Mi sono stufato di quella cosa. Però mi assicuro di sapere cosa sta mangiando”.

Spiega poi che Sean può guardare i cartoni animati ma non la pubblicità (“Perché ti ipnotizza — non voglio che mi chieda cibo spazzatura ogni dieci minuti, perché la sua dieta di base è abbastanza orientata verso il cibo sano, anche se non lo faccio soffrire, capisci? Può avere il suo gelato — preferibilmente Haagen-Dazs, magari una volta a settimana”).

E rispondendo alla domanda “Come pensi che voi due — tu e Sean — siate cresciuti grazie al vostro rapporto estremamente stretto?”, John spiega:

“Mi considero fortunato a poter passare tanto tempo con lui. Ma quel tempo me lo sono preso. (…) Io non la compro, quella storia del ‘la mia carriera è così importante che mi occuperò dei figli più tardi’. L’ho già fatto con il mio primo matrimonio e il mio primo figlio, Julian — e in un certo senso me ne pento. E adesso io e Julian abbiamo dei problemi. Se Dio vuole, non avrò problemi con Sean — o noi non ne avremo, Sean e io, più avanti. O forse sì, non lo so”.

E più avanti racconta:

“Un giorno eravamo semplicemente seduti, sdraiati sul letto insieme. Forse stavamo guardando ‘Sesame Street’, o qualcosa del genere. E lui si è tirato su e ha detto: ‘Sai cosa voglio fare da grande?’ Io ho detto: ‘No, cosa?’ E lui mi ha guardato dritto negli occhi e ha detto: ‘Solo il papà’. E io ho pensato: ‘Ah, ehm, vuoi dire che non ti piace che io stia lavorando adesso, giusto, e che esca molto?’ Lui ha detto: ‘Giusto’. Io gli ho detto: ‘Beh, ti dico una cosa, Sean: fare musica mi rende felice. E potrei essere meno… potrei divertirmi di più con te se sono più felice, giusto?’ Lui ha detto: ‘Uh-hum’. Ed è finita lì”.

Il tema di Sean continua per un po’, parlando di asili, di educazione inglese o americana (“Sto cercando semplicemente di non imporre una disciplina davvero pesante sul comportamento, solo: ‘Non essere maleducato; non ferire gli altri. E sì, devi lavarti i denti dopo aver mangiato. Quando mangi, mangi. Poi giochi dopo. Non entrambe le cose nello stesso momento’. E orari regolari per andare a letto”), e poi Laurie Kaye passa al tema centrale: “Voglio chiedervi del momento in cui vi è tornata la voglia di fare musica…” (quando Lennon e Ono pubblicarono “Double Fantasy” erano passati più di cinque anni dall’uscita del precedente album di John, “Rock’n’roll”).

John risponde:

“All’improvviso ho avuto, perdonate l’espressione, una ‘diarrea’ di creatività. E infatti siamo entrati in studio e abbiamo inciso circa 22 tracce, che poi abbiamo ridotte a 14. Quindi non vedevo l’ora di tornare” (dalle Bermuda, dove era con Sean) “e cominciare. All’improvviso avevo tutto questo materiale. Dopo cinque anni in cui non ci avevo davvero provato… ma neanche non ci avevo provato. Ero stato molto chiuso nell’ambiente domestico e avevo così completamente cambiato il mio modo di pensare, che non pensavo davvero alla musica. La mia chitarra era appesa dietro il letto — letteralmente. E non credo di averla tirata giù per cinque anni”.

Sholin accenna a un possibile blocco di creatività, e Lennon spiega:

“Dieci, quindici, quasi vent’anni sotto contratto, e con l’obbligo di produrre almeno due album all’anno — almeno nei primi tempi - e un singolo ogni tre mesi, indipendentemente da che diavolo altro stessi facendo, o da com’era la tua vita familiare, o la tua vita personale; era come se nulla contasse: dovevi solo tirar fuori quelle canzoni.

E Paul e io tirammo fuori molte canzoni in quei giorni. Ed era più facile perché era l’inizio del nostro business… sai, del rapporto e della carriera. Paul e io ci siamo sviluppati in pubblico, per così dire. Avevamo fatto un po’ di prove in privato, ma principalmente abbiamo sviluppato le nostre capacità in pubblico. Poi però è diventato un format. E in un certo senso non era più il piacere che era stato.

È allora che ho sentito di aver perso me stesso. Non che stessi apposta, deliberatamente, facendo l’ipocrita o il falso, ma… mi ha tolto qualcosa da ciò che mi ero proposto di fare. Avevo iniziato a fare rock and roll perché mi piaceva assolutamente farlo. Per questo alla fine ho fatto un brano come ‘(Just Like) Starting Over’. È un po’ ironico. Sai, è ‘w-e-e-e-e-l-l-l-l-l, w-e-e-e-e-l-l-l-l-l’. È un po’ alla Elvis e cose così; e spero che la gente lo accetti in quel modo. Penso che sia un lavoro serio, ma è anche ironico, capisci?

Voglio dire, sono tornato proprio alle mie radici. Per tutto il tempo in cui lo facevamo, quel brano, lo chiamavo ‘Elvis Orbison’, capisci? E non si tratta di tornare a essere il John-Beatle degli anni Sessanta, ma di essere John Lennon, quello la cui vita fu completamente cambiata ascoltando il rock and roll americano alla radio da bambino. Ed è quella parte di me che sta tornando fuori, ed è per questo che questa volta mi diverto. Non sto cercando di competere con il mio vecchio io, né con i giovani ragazzi new wave, o cose del genere che stanno arrivando. Non sto competendo con niente. Sto cercando di tornare indietro e godermela, come me la godevo all’inizio. E funziona.»

A questo punto Lennon rievoca gli inizi dei Beatles, l’incontro con Paul McCartney, l’arrivo di George e Ringo. Poi, richiesto da Laurie Kaye, racconta l’incontro con Yoko Ono alla galleria d’arte Indica -senza aggiungere dettagli a come conosciamo la storia, fino alla fatidica notte di “Two virgins”.

John:

“’Two virgins’ fu l’inizio di tutto il casino. ‘Che cosa stanno facendo?!?!? Questa strega giapponese lo ha fatto impazzire, ed è andato fuori di testa!’. Ma tutto quello che lei ha fatto è stato tirare fuori dall’armadio la parte folle di me, capisci, quella che era stata inibita dall’altra parte. Fu un vero totale sollievo incontrare qualcun altro che fosse fuori di testa quanto me, capisci?”

L’intervista continua esplorando l’influenza artistica reciproca fra John e Yoko, la collaborazione paritaria in “Some Time in New York City”, le iniziative comuni per la pace.

Si arriva poi a “Double Fantasy”, l’album di coppia che era uscito da pochi giorni.

John:

“Noi sentiamo che questo è il nostro primo album. So che abbiamo lavorato insieme prima; abbiamo persino fatto album insieme prima. Ma sentiamo che questo è il primo album. Mi sembra che… per noi… niente sia successo prima di oggi”.

Dave Sholin: “Il titolo dell’album?”

John:

“Eravamo alle Bermuda, ai Giardini Botanici per pranzo, in un ristorante italiano, perché io potevo prendermi un espresso e Sean poteva mangiare un po’ di cibo spazzatura. E stavo semplicemente camminando, guardai in basso e nel giardino botanico c’era scritto ‘Freezier Double Fantasy’, ed erano dei fiori.

E pensai semplicemente: ‘Double Fantasy — è un titolo fantastico!’. Perché ha così tanti significati che non puoi nemmeno cominciare a pensare a cosa significhi, quindi significa qualunque cosa tu possa pensare. Voglio dire, è una doppia coppia. È vita reale ma è ancora fantasia perché ora è in plastica e in fotografia. Ed è fantastico! Sembrava semplicemente perfetto come titolo per l’album. E siamo in due. E in qualche modo dice tutto — senza dire davvero nulla, dice tutto. Ed è un fiore, in realtà”.

Lennon spiega poi che il rintocco di una campanella all’inizio di ‘Starting over’ è il riflesso ottimista della campana a morto che apriva “Mother” nell’album “John Lennon – Plastic Ono Band”: “E gli anni Ottanta sono come se avessimo una nuova possibilità, capisci?”

John rievoca la separazione da Yoko (“E’ Yoko che ha cacciato me. Non me ne sono andato dicendo: ‘Sarò uno scapolo rock and roll’. Lei mi ha letteralmente detto: ‘Vattene’. E io ho detto: ‘Oooooh, ok! Vado!’”), parla dell’album “Walls and bridges” realizzato durante il famigerato “lost weekend”, della riconciliazione con Yoko, poi si torna a “Double Fantasy” parlando della canzone “Woman” e dell’importanza delle donne.

John:

“La canzone è per Yoko, ma è per tutte le donne. Perché il mio ruolo nella società — o il ruolo di qualunque artista o poeta — è cercare di esprimere ciò che tutti proviamo. (…)  È come se questo fosse il lavoro dell’artista nella società: gli artisti devono riflettere ciò che siamo tutti. Questo è il punto — artisti, o poeti, o come vuoi chiamarli.

Ed è quello che cerco di esprimere a nome di tutti gli uomini verso tutte le donne, attraverso i miei sentimenti personali sulle donne — quando mi è apparso chiaro: ‘Dio! Sono l’altra metà del cielo’, e senza di loro non c’è nulla. E senza di noi non c’è nulla. Ci sono i due, insieme, che creano figli, creano società”.

Si discute piuttosto a lungo di storia presente e passata e di letteratura, gli anni Sessanta, Idi Amin e gli Ayatollah e Margaret Thatcher, George Orwell e Aldous Huxley, della musica corrente (John: “Anche la new wave un giorno sarà vecchia”), e della possibilità di un tour:

“Voglio fare altri dischi prima di andare in tour. Quindi vorrei fare almeno un altro album prima di prendere davvero quella… quella decisione finale di chiamare quei musicisti di studio molto costosi e portarli in tournée, capisci? (…)

Ma quando stavamo suonando in quello studio… e poi, non so se fu Tony, il bassista, o il batterista, dopo che avevamo fatto ‘Starting Over’, disse: ‘Possiamo rifarla? Voglio dire, portiamola in tour!’ E io… è stata la prima volta che mi è venuto in mente: ‘Mio Dio, sarebbe divertente, no?’

E se possiamo farlo nel modo in cui abbiamo fatto l’album, cioè divertendoci, godendoci la musica, godendoci la performance, essendo accettati come John e Yoko, allora sarei felice di uscire là fuori”.

Purtroppo, non gli è stato possibile.

 

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