Marracash e la fede che lo tiene in piedi nel 2026
Nel brano “Qualcosa in cui credere”, uno degli snodi centrali di “Persona” del 2019, Marracash rappa: “La fede che mi tiene ancora in piedi, è lo scheletro. Musica, tu allevia e mantieni l'anima intatta, dì la parola che sveglia il golem, dai un cuore all'Uomo di Latta. Fà del palco la mia chiesa, dei testi il mio testamento. Tieni la mia mano ferma se e quando verrà il momento. E dammi voce in eterno e cose vere da dire, sii il mio punto fermo, qualcosa per cui morire”. In quel momento Marra non si sentiva più parte di una comunità. Guardava ai ragazzi della Barona e non si riconosceva più: percepiva uno scarto, una distanza, legata anche a nuove forme di arrivismo e a interessi sempre più borghesi da parte di chi non manifestava più un orgoglio di classe popolare, quello che lui invece portava dentro da ragazzino. Una frattura identitaria, personale e collettiva insieme, messa a fuoco in un disco gioiello. Diamante.
Sono passati sette anni. “Persona” è stato certificato, per l’appunto, disco di Diamante e forse non è un caso che proprio in quel brano simbolo ci fosse come feat Guè, con cui Marra condividerà il palco in occasione dei due concerti celebrativi di “Santeria” il prossimo 12 e 13 settembre a Milano. In questo 2026 quel viaggio dell’eroe, partito da lontano, arriva a un nuovo compimento: Marracash chiude ulteriormente il cerchio della trilogia iniziata nel 2019 e proseguita con “Noi, loro, gli altri” del 2021 ed “È finita la pace” del 2024. Un percorso che ha avuto al centro proprio lo scollamento tra Fabio e Marracash, tra l’uomo e l’artista. Il tour negli stadi del 2025, poi proseguito nei palazzetti, ha rappresentato un passaggio chiave: come ha spiegato lui stesso, è servito a riavvicinare queste due dimensioni, a colmare, almeno per ora, quella crepa. La chiusura di questo lungo capitolo, nel 2026, non può che quindi ripartire dalla Barona.
Il Marra Block Party del 18 aprile diventa così un gesto tanto simbolico quanto verace: esibirsi nel quartiere da cui tutto è iniziato, e da cui Marra non è mai andato via, ma con uno sguardo diverso. Se nel 2019 dominava il senso di distacco, oggi c’è la volontà di rinsaldare un legame, di ritrovare un senso di collettività, altro fulcro dei tre ultimi album. Anche in controtendenza rispetto ai grandi show contemporanei, il block party è una forma diretta, quasi originaria, di connessione con il pubblico, una festa popolare che ha a che fare con la storia della cultura hip hop e non solo. L’anno scorso lo hanno sperimentato, per il punk, gli Idles, nella loro Bristol, e Tyler, the Creator, per il rap, nella sua LA. Quella di Marra è una scelta che si inserisce in un più ampio ritorno alle radici, come dimostra anche il viaggio a Nicosia, in Sicilia, nel settembre 2025, dove ha ricevuto la cittadinanza onoraria. Un processo sempre più lucido di riallineamento e recupero totale della propria identità. Perché, per l’appunto, Marra e Fabio sono tornati a sovrapporsi, non più a duellare.
Dentro questo iter, un ruolo centrale lo gioca anche l’amicizia, un sentimento d’amore puro, in molti casi scevro da condizionamenti, aspettative e sovrastrutture tossiche, proprio quelle raccontate nella trilogia. Insomma, si torna magicamente allo start: non è un caso, forse, che “Qualcosa in cui credere” fosse condivisa con Guè, e che nel 2026 cadano i dieci anni di “Santeria”, celebrati con i due grandi live a settembre, di cui uno è già sold out. Un disco fondamentale, diventato culto, che all’epoca avrebbe dovuto rappresentare un punto di svolta, ma che Marracash non riuscì davvero a sfruttare perché attraversato da quella crisi che avrebbe poi raccontato in “Persona”. Dopo aver riabbracciato i “suoi” in Barona, ritrovarsi con l’amico di sempre, Gué, su quel palco, insieme, chiuderà idealmente quel passaggio rimasto sospeso, il tutto per riaffermare ancora una volta i valori fondanti della sua poetica. Marracash si è ritrovato: dalla crisi alla ricostruzione, dalla distanza al riavvicinamento. I puntini si uniscono, sembra un film. E la fede che lo tiene ancora in piedi, in questo 2026, resta la stessa di sempre. La musica. Lo scheletro.