Salmo ed “Hellvisback”: una fiamma di libertà che arde ancora
“Hellvisback” non è solo il quarto album di Salmo, uscito nel 2016. È un manifesto. Già dal titolo si capisce tutto: Elvis Presley e l’inferno, il mito e la caduta, il ritorno e la rinascita. Salmo prende quell’immaginario e lo trasforma in un simbolo di libertà assoluta, in un’icona di rottura. Elvis, qui, non è una figura storica: è un’attitudine. È la forza che rompe gli equilibri e non segue le mode. Non a caso, Salmo ha sempre parlato di “Hellvisback” come di un disco di “resistenza”. Esce in un momento in cui la musica sta cambiando velocemente, quasi sfuggendo di mano con la trap che è ormai sul trampolino di lancio. Il rapper sardo risponde con un progetto che è sia trincea sia corsa selvaggia contromano, perché non tiene conto di nulla se non di quella fame di libertà. Dieci anni dopo, quella spinta non si è esaurita. Anzi. Salmo torna su “Hellvisback”, lo riapre, lo rielabora, aggiunge tre tracce inedite, “10 AD”, “Eclissi”, “Crackers”, come se volesse chiudere davvero quel capitolo. Mettere un punto, ma senza cancellare nulla. “Hellvisback 10 Years Later” aggiorna l’immaginario e la tracklist. Nel frattempo è successo altro: nel 2025 è uscito “Ranch”.
I fan lo riconoscono subito: quella stessa libertà, quella stessa autodeterminazione, quel sound. Non è nostalgia, è continuità. Perché il legame è chiaro: se “Hellvisback” è la vita rock and roll di Hell, il volto simbolo di quel disco, “Ranch” è il suo ritiro in cui però non ha perso il ribellismo. Lo stesso personaggio, dieci anni dopo. Come se quell’Elvis sregolato si fosse spostato altrove, in un suo spazio intimo, un locus amoenus, senza però abbandonare l’ironia e l’anarchia di fondo. Due dischi lontani nel tempo ma vicinissimi nello spirito. Pochissimi feat, scelta controcorrente ieri come oggi. E soprattutto la stessa energia. Non c’è rottura tra il Salmo di allora e quello di adesso. C’è una linea continua, un percorso che tiene insieme tutto senza bisogno di nostalgia. “Hellvisback”, in fondo, non è mai finito davvero. Lo ha raccontato lo stesso rapper in esclusica in un booklet da collezione, curato da Rockol con Sony Music, che si può trovare in selezionati negozi di dischi:
“Per me “Ranch” è proprio la continuazione di “Hellvisback”, è la sua parte più matura. Ma non l’ho realizzato pensando questa cosa a tavolino, è proprio arrivato così. È uno sguardo su di me, dieci anni dopo, un po’ più vecchio, più consapevole. “Hellvisback” è la fotografia di una fase folle della mia vita a Milano mentre “Ranch” è figlio di un mix di cose, tra cui l’essere ritornato a vivere in Sardegna e anche l’aver mollato i social. Una disintossicazione che mi ha portato a fare il disco, a recitare in Blocco 181, a realizzarne la colonna sonora e a scrivere un libro. Staccarmi dai social è stato salvifico. Anche le tracce inedite dell’edizione 2026 di “Hellvisback” arrivano da questa “liberazione”.” La radice sonora di “Hellvisback” e di “Ranch” è comune: il blues, il country, la musica folcloristica, la musica suonata in larga parte con gli strumenti. Io ho sempre cercato di essere libero, di inseguire quella libertà.
“Hellvisback” è un disco stratificato, denso, attraversato da direzioni diverse che però restano legate da una visione comune. La musica suonata e gli strumenti tengono insieme tutto, ma non mancano deviazioni improvvise, momenti che sfuggono a qualsiasi controllo. Sono brani che non cercano approvazione, e proprio per questo conservano ancora oggi qualcosa di indomabile: restano difficili da afferrare, liberi, fuori traiettoria. Dieci anni dopo, in “Ranch”, riemerge perfino Mr. Thunder, il surreale discografico che popola la parte finale di “Hellvisback”, proprio come se non se ne fosse mai andato. Ed è proprio questo il punto: tra “Hellvisback” e “Ranch” si crea ancora una volta un continuum che racconta un decennio di confusione creativa e industriale. Il personaggio è lo stesso, ma il contesto è ancora più estremo: la musica è sempre più in preda alle mode. È proprio per questo che l’operazione di aggiornamento di “Hellvisback” risulta interessante: non indulge nella nostalgia, non guarda indietro per compiacere, ma tiene un filo diretto con il presente di Salmo.
Il Salmo di dieci anni fa inseguiva la libertà con un approccio istintivo, quasi incendiario. Era una fase di vita irregolare, segnata da un’energia difficile da contenere, da una giovinezza che spingeva tutto al limite. Oggi quello slancio non è scomparso: si è trasformato. Resta l’attitudine a muoversi controcorrente, quasi da outsider permanente, con quella tensione anarchica che richiama mondi alla “Sons of Anarchy”, ma cambia la consapevolezza. È un Salmo più centrato, che forse in una sorta di disciplina ha trovato una nuova forma di radicalità. Un paradosso solo apparente: è lì che oggi vive il suo spirito più punk. Anche la maschera segue questa traiettoria. Non è mai stata un rifugio, e continua a non esserlo. È uno strumento di esposizione: serve a spingere più a fondo, a dire di più. In questa nuova versione del disco, aggiornata e resa ancora più visivamente potente, anche quel simbolo resta intatto nel significato. Come rappa in “La festa è finita”: “Questa maschera non mi nasconde, mi rivela”.