“Ho visto Nina volare”: il ritorno di Angelina Mango sul palco

La libertà come spazio reale e la musica che aiuta a curare: il racconto del live a Torino.
“Ho visto Nina volare”: il ritorno di Angelina Mango sul palco
Credits: Blacco

Fateci caso: ogni volta che si prova a immaginare la libertà come “spazio”, se ne pensa uno sconfinato e aperto, magari naturalistico. Crescendo però si capisce che la libertà spesso non è un luogo senza confini. Ma è un ambiente preciso, magari anche delimitato, dentro cui ci si sente finalmente se stessi perché si può scegliere. Angelina Mango questa cosa l’ha imparata presto. A 24 anni. Prima di questo tour “Nina canta nei teatri”, che ne sancisce il ritorno, nel 2024 la cantautrice stava capitalizzando il successo della vittoria al Festival di Sanremo e della partecipazione all’Eurovision, quando improvvisamente decise di fermarsi, annullando le date rimanenti. Un passo indietro inatteso, seguito, dopo un anno di silenzio e di rifioritura personale, dal ritorno con l’album “caramé”, pubblicato a sorpresa nell’ottobre 2025. 

Il nuovo tour nei teatri, luoghi scelti ad hoc perché fondati sull’ascolto, è la forma concreta di questa ripartenza. E anche il palco del Teatro Colosseo di Torino lo racconta. La scenografia rievoca una casa. L’elemento che cattura subito lo sguardo è un letto a castello verde: quello che la cantautrice condivideva da bambina con il fratello Filippo, oggi batterista della sua band e a cui ha dedicato “Edmund e Lucy”, il posto dove sono passati sogni, notti e segreti. L’inizio del concerto ha una sua ritualità: Angelina arriva dalla platea, da dove poi uscirà a fine live, tra la gente, e parte subito con “La noia”, il brano con cui ha vinto Sanremo e che ha cambiato tutto. Lo accenna e poi lo destruttura: non è manierismo, è un esorcismo. Da lì la scaletta, con arrangiamenti curati tutti da lei, affiancata da una formazione di sette elementi, diventa un percorso alla ricerca di una leggerezza senza vincoli, quella di cui lei stessa aveva parlato prima del tour: “Non è il successo, il calendario pieno o lo stress ad avermi fatto ammalare. Quello che fa male davvero è non ascoltarsi, è non sentirsi liberi”. Il live è il ritrovamento di sensazioni pure, una lettera d’amore al potere salvifico della musica. Mango balla, sorride, si diverte, canta, vive letteralmente la scena, non la attraversa.

In “Seven Up” canta “non sono una star, nemmeno per sbaglio, sono matricola a vita”, in “Pacco fragile” racconta il bisogno di “restare umani”, vulnerabili. Spuntano “Melodrama”, esuberante e liberatoria, alla Rosalìa, e “Che t'o dico a fa” in cui si trasforma in un piccolo tornado. Mango, in più frangenti, sembra abbandonare definitivamente certi movimenti quasi marziali degli inizi, quei gesti precisi, affilati, per lasciarsi andare a una presenza più istintiva, meno controllata. Non c’è più bisogno di coreografie perfette: il corpo segue lo spirito della musica. Anche l’estetica cambia. Oversize, più anarchica, con cappellino o bandana, con un’energia che ricorda la scuola di Billie Eilish. C’è spazio per la luce di “Smile”, dove il sorriso diventa un approccio alla vita, e per il “lasciar andare”, direbbe lo scrittore Alessandro Baricco, di “Scarpe slacciate”. Ma non mancano le ferite, a partire dal demone che in “Io e io” rende difficile abitare la propria pelle: “E il mio corpo non è più un corpo. È un ingombro di spazio”, canta guardandosi davanti a uno specchio. Il concerto è curato nei dettagli, e lo si capisce anche dal lavoro sulle luci: non mettono mai troppo in primo piano l’artista e, in più momenti, la lasciano quasi dissolversi nell’ombra, a ribadire che l’immagine non deve sovrastare la musica.

Interpreta “cosicosicosicosi” con la cantautrice valtellinese Henna e si arriva a “Fila indiana”, uno dei momenti più intensi: il racconto dei “vampiri” mediatici che si aggiravano attorno a casa dopo la morte del padre, Pino Mango, alla ricerca di notizie e dolore. “Bomba a mano” rivela il crollo delle aspettative: “E ripartirei da zero”, e poi c’è probabilmente il brano chiave di questa nuova fase artistica, “Velo sugli occhi”. Il manifesto di “caramé” con al centro il velo che cala quando perdiamo lo sguardo puro dell’infanzia, ma anche il mantra che lo squarcia: “ora voglio solo vivere”. Le persone in sala si alzano in piedi e le tributano una standing ovation, lei risponde commossa e urla il suo nome: “Nina”. È un momento che muove qualcosa dentro.

E torna un’immagine. Quella libertà raccontata da Fabrizio De André in “Ho visto Nina volare”: un’amica, una ragazzina sull’altalena, la spensieratezza mentre dentro e intorno a noi il mondo grida. La stessa sensazione che oggi sembra abitare il palco di Angelina Mango. Perché guardandola adesso si percepisce una verità: una ragazza, ancora prima che un’artista, in dialogo con se stessa e con le proprie cicatrici. Nonostante la giovane età e un repertorio ancora da costruire, possiede una voce e una presenza fisica magnetiche, oltre alla consapevolezza rara di chi ha capito, ora, dove si trova il proprio spazio. A volte non è infinito. A volte è grande quanto un palco che ha il profumo di casa. E lì, anche solo per un momento, sembra davvero possibile vedere “Nina volare”.

Scaletta: 
Intro + La noia
La vita va presa a morsi
lo e io
Ci siamo persi la fine
Gioielli di famiglia
Come un bambino
7up
Pacco fragile
Melodrama
Aiaiai
Nina canta 
Che t'o dico a fa
Edmund e Lucy
Tutto all'aria
Mani vuote
Smile
Le scarpe slacciate
Cosìcosìcosìcosì con Henna
My Love
Bomba a mano
Fila indiana
Velo sugli occhi
Igloo
Caramé

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