Robert Plant: ‘Vi racconto il mio nuovo album’ (10 febbraio 2005)
E’ in Italia per presentare “Mighty rearranger”, l’album che lo ripropone con la sua più recente formazione, quella degli Strange Sensation con cui aveva realizzato “Dreamland” nel 2002. Incontra la stampa al Jungle Sound di Milano e, senza attendere le domande dei giornalisti che hanno appena ascoltato il suo nuovo CD (sarà pubblicato in Italia il 22 aprile, preceduto a fine marzo dal singolo “Shine it all around”), parte in quarta con un monologo di qualche minuto.
“Scusate il ritardo, il traffico. Allora, stessa band, nuovo spirito. Era tempo che volevo consolidare la mia musica. Forse a un certo punto non credevo più nelle mie capacità, pensavo che il mio zenith artistico fosse alle spalle; mi guardavo intorno, notavo cosa facevano i miei pari età ed avevo concluso che non avevo più nulla da dire. Non avevo più un posto dove stare in questo mondo pop. Ma tre anni con questi musicisti, invece, mi hanno sorprendentemente dato un posto dove rifiorire. Sono passato da ‘niente da dire’ a ‘molto da dire’. E’ stata una rivelazione”.
E’ in forma, Robert Plant. Dimostra tutti i suoi 57 anni ma è in splendida forma: simpatico, aperto, curioso, chiacchierone. “Mighty rearranger”, sul quale torneremo con una recensione più avanti, suona come un disco originale. Non che fosse necessario in alcun modo, ma è sancita ancora una volta l’indipendenza della carriera solista di Plant rispetto ai suoi trascorsi zeppeliniani, un fardello di gloria dal quale ha saggiamente cercato di distanziarsi fin dal 1980. Il suono è originale, i testi sono più socialmente orientati che in passato, l’alchimia particolare ce la spiega lui in pillole…
“Con gli Strange Sensation abbiamo capito che la questione era avere meno rispetto per la ‘hi-fi music’ che impera da qualche anno. Abbiamo lavorato sulla compressione. Abbiamo spremuto ed agitato il suono per creare musica in un ambiente acustico diverso. Ci abbiamo messo più anarchia. C’è questo ritorno al ‘wall of sound’, all’analogico: noi abbiamo combinato gli elementi musicali storici con la tecnologia, imprimendo un carattere alla nostra musica. Non vorrei sembrare presuntuoso, ma credo che abbiamo toccato un punto piuttosto elevato”. In canzoni con “Tin Pan Valley”, Plant prende di mira la superficialità dei colleghi, la loro incapacità di concentrarsi sulla musica invece di pensare solo ad apparire: “Non cerco di fare un greatest hits, alla mia età. Non voglio fare cabaret. Il successo di massa non è una gran questione per me, non è una valuta preziosa. E poi il successo è sempre accidentale. Vedo alla televisione i colleghi della mia età trasformarsi in puttane pur di fare gli ospiti in qualche programma. Infatti, eccomi qua… Non capiscono che si vive per la propria musica, non perché si è un volto in uno show televisivo. Tenete presente, inoltre, che molti musicisti non sono dei grandi narratori e riescono a sortire su sé stessi effetti terribili in TV. Il mio manager mi dice sempre che sono ingenuo: ‘La gente non vuole andare a Timbuktu, vuole andare da Tiffany’s’…”.
Quando gli chiediamo se certi cenni nelle liriche di “Another tribe” o “Freedom fries” sono citazioni bibliche, risponde: “No, non sono prese dalla Bibbia. Sono prese da ‘American Pie’ – la stessa cosa. Nella cultura pop è normale. ‘Promised land’, la terra promessa, è un’espressione volutamente contradditoria, la terra promessa non esiste”. Robert Plant stenta a comprendere la sorpresa per la sua attenzione nei testi alle questioni contemporanee: “Da ragazzo il commento sociale nella musica rock era perfino ovvio, ma dov’è finito?! Oggi so giusto che le Dixie Chicks hanno avuto qualche problema…”. Di nuovo su “Freedom fries”: “Mi chiedete cosa penso dello scontro tra culture che stiamo sperimentando in questi anni? E’ una catena di errori. E’ tutta una grossa manipolazione. Se vai nel deserto, non ricevi una grande ospitalità; ed è facile che se un Tuareg viene dalle tue parti, non gli darai grande ospitalità. Scontro tra culture… E’ tipico dei tempi congestionati che viviamo in questo 21° secolo. Troppa gente e manipolazione. E’ un’enorme vergogna”.
In tutti i brani di “Mighty rearranger” aleggia la passione, ormai trentennale, che Plant ha per la musica magrebina e sono forti le influenze del deserto e del Marocco. In proposito racconta: “A Timbuktu ho sentito per la prima volta i ritmi Takamba dai Tuareg. Sono ritmi basati sui movimenti del cammello. La musica del Marocco la conosco molto bene. Oggi quei musicisti vanno con le percussioni verso i quattro quarti, mentre noi siamo affascinati da loro e andiamo in direzione opposta… Siamo innamorati di questa musica. Se traduceste dei brani Tuareg, sareste sorpresi per la bellezza e l’acume dei testi. Dal vivo tutto questo lo traduciamo in un suono acustico, senza però per questo finire nel mondo di James Taylor… Direi che abbiamo un suono ‘sabbioso’…. Sono stato in Marocco per la prima volta nel 1971 e ero atterrito dalla loro cultura, non la capivo. Oggi parlo discretamente il magrebino, non ci sono più gli hippie (allora era di moda, anche Hendrix ci andò) e lo trovo un paese bellissimo con bellissima gente”.
Qualcuno ha scorto in “All the King’s horses” qualche similitudine con Paul McCartney… “McCartney? Oh, no! Non voglio parlare di altri, ma posso dire che McCartney è, dal punto di vista musicale, molto più quintessenziale di me, che sono solo un povero hippie. La sua musica ha una portata più ampia, la mia è più definita”.
La sua rinascita passa da un gruppo giovane: “Mi hanno rigenerato, hanno un grande merito. Certo, abbiamo punti di vista diversi e dobbiamo lavorarci su. L’altro giorno ho fatto una litigata furibonda con il batterista. Ha visto la copertina dell’album e non gli è piaciuta; mi ha gridato: ‘Ma è una cazzo di copertina hippie!’. E io mi sono incazzato e gli ho risposto: ‘Ma certo, e io sono un hippie del cazzo!’. Ed è vero. Posso essere ricchissimo, ma credo ancora nella fratellanza tra uomini”.
Robert Plant non parla volentieri dei Led Zeppelin, e i presenti lo sanno; ma un paio di accenni ci scappano: “Volete sapere quanto mi resi conto allora, giovanissimo, della grandezza di una canzone come “Whole lotta love”… Rispondo che la musica è come le stagioni. A volte senti caldo, a volte freddo. Cosa diavolo successe, allora? So solo che creammo un mostro. Un bellissimo mostro, inteso come gigantesco animale. E scaturì dagli alti e bassi della nostra musica, che sono fondamentali – altrimenti finisci a Tin Pan Valley… Ormai non mi ricordo nemmeno più cosa feci durante quei dodici anni. L’unica cosa di cui sono sicuro è che sono diventato immune alla penicillina. Jimmy Page? Ma cosa volete, ormai quando ci incontriamo stiamo seduti sul divano a parlare della plastic art di Chicago. Magari un giorno faremo un maxi single, con i Boney M e una grande orchestra”.
La tracklist di “Mighty rearranger” è la seguente:
“Another tribe”
“Shine it all around”
“Freedom fries”
“Tin Pan Valley”
“All the king’s horses”
“The enchanter”
“Takamba”
“Dancing in heaven”
“Somebody knocking”
“Let the four winds blow”
“Mighty rearranger”.
E’ in Italia per presentare “Mighty rearranger”, l’album che lo ripropone con la sua più recente formazione, quella degli Strange Sensation con cui aveva realizzato “Dreamland” nel 2002. Incontra la stampa al Jungle Sound di Milano e, senza attendere le domande dei giornalisti che hanno appena ascoltato il suo nuovo CD (sarà pubblicato in Italia il 22 aprile, preceduto a fine marzo dal singolo “Shine it all around”), parte in quarta con un monologo di qualche minuto.
“Scusate il ritardo, il traffico. Allora, stessa band, nuovo spirito. Era tempo che volevo consolidare la mia musica. Forse a un certo punto non credevo più nelle mie capacità, pensavo che il mio zenith artistico fosse alle spalle; mi guardavo intorno, notavo cosa facevano i miei pari età ed avevo concluso che non avevo più nulla da dire. Non avevo più un posto dove stare in questo mondo pop. Ma tre anni con questi musicisti, invece, mi hanno sorprendentemente dato un posto dove rifiorire. Sono passato da ‘niente da dire’ a ‘molto da dire’. E’ stata una rivelazione”.
E’ in forma, Robert Plant. Dimostra tutti i suoi 57 anni ma è in splendida forma: simpatico, aperto, curioso, chiacchierone. “Mighty rearranger”, sul quale torneremo con una recensione più avanti, suona come un disco originale. Non che fosse necessario in alcun modo, ma è sancita ancora una volta l’indipendenza della carriera solista di Plant rispetto ai suoi trascorsi zeppeliniani, un fardello di gloria dal quale ha saggiamente cercato di distanziarsi fin dal 1980. Il suono è originale, i testi sono più socialmente orientati che in passato, l’alchimia particolare ce la spiega lui in pillole…
“Con gli Strange Sensation abbiamo capito che la questione era avere meno rispetto per la ‘hi-fi music’ che impera da qualche anno. Abbiamo lavorato sulla compressione. Abbiamo spremuto ed agitato il suono per creare musica in un ambiente acustico diverso. Ci abbiamo messo più anarchia. C’è questo ritorno al ‘wall of sound’, all’analogico: noi abbiamo combinato gli elementi musicali storici con la tecnologia, imprimendo un carattere alla nostra musica. Non vorrei sembrare presuntuoso, ma credo che abbiamo toccato un punto piuttosto elevato”. In canzoni con “Tin Pan Valley”, Plant prende di mira la superficialità dei colleghi, la loro incapacità di concentrarsi sulla musica invece di pensare solo ad apparire: “Non cerco di fare un greatest hits, alla mia età. Non voglio fare cabaret. Il successo di massa non è una gran questione per me, non è una valuta preziosa. E poi il successo è sempre accidentale. Vedo alla televisione i colleghi della mia età trasformarsi in puttane pur di fare gli ospiti in qualche programma. Infatti, eccomi qua… Non capiscono che si vive per la propria musica, non perché si è un volto in uno show televisivo. Tenete presente, inoltre, che molti musicisti non sono dei grandi narratori e riescono a sortire su sé stessi effetti terribili in TV. Il mio manager mi dice sempre che sono ingenuo: ‘La gente non vuole andare a Timbuktu, vuole andare da Tiffany’s’…”.
Quando gli chiediamo se certi cenni nelle liriche di “Another tribe” o “Freedom fries” sono citazioni bibliche, risponde: “No, non sono prese dalla Bibbia. Sono prese da ‘American Pie’ – la stessa cosa. Nella cultura pop è normale. ‘Promised land’, la terra promessa, è un’espressione volutamente contradditoria, la terra promessa non esiste”. Robert Plant stenta a comprendere la sorpresa per la sua attenzione nei testi alle questioni contemporanee: “Da ragazzo il commento sociale nella musica rock era perfino ovvio, ma dov’è finito?! Oggi so giusto che le Dixie Chicks hanno avuto qualche problema…”. Di nuovo su “Freedom fries”: “Mi chiedete cosa penso dello scontro tra culture che stiamo sperimentando in questi anni? E’ una catena di errori. E’ tutta una grossa manipolazione. Se vai nel deserto, non ricevi una grande ospitalità; ed è facile che se un Tuareg viene dalle tue parti, non gli darai grande ospitalità. Scontro tra culture… E’ tipico dei tempi congestionati che viviamo in questo 21° secolo. Troppa gente e manipolazione. E’ un’enorme vergogna”.
In tutti i brani di “Mighty rearranger” aleggia la passione, ormai trentennale, che Plant ha per la musica magrebina e sono forti le influenze del deserto e del Marocco. In proposito racconta: “A Timbuktu ho sentito per la prima volta i ritmi Takamba dai Tuareg. Sono ritmi basati sui movimenti del cammello. La musica del Marocco la conosco molto bene. Oggi quei musicisti vanno con le percussioni verso i quattro quarti, mentre noi siamo affascinati da loro e andiamo in direzione opposta… Siamo innamorati di questa musica. Se traduceste dei brani Tuareg, sareste sorpresi per la bellezza e l’acume dei testi. Dal vivo tutto questo lo traduciamo in un suono acustico, senza però per questo finire nel mondo di James Taylor… Direi che abbiamo un suono ‘sabbioso’…. Sono stato in Marocco per la prima volta nel 1971 e ero atterrito dalla loro cultura, non la capivo. Oggi parlo discretamente il magrebino, non ci sono più gli hippie (allora era di moda, anche Hendrix ci andò) e lo trovo un paese bellissimo con bellissima gente”.
Qualcuno ha scorto in “All the King’s horses” qualche similitudine con Paul McCartney… “McCartney? Oh, no! Non voglio parlare di altri, ma posso dire che McCartney è, dal punto di vista musicale, molto più quintessenziale di me, che sono solo un povero hippie. La sua musica ha una portata più ampia, la mia è più definita”.
La sua rinascita passa da un gruppo giovane: “Mi hanno rigenerato, hanno un grande merito. Certo, abbiamo punti di vista diversi e dobbiamo lavorarci su. L’altro giorno ho fatto una litigata furibonda con il batterista. Ha visto la copertina dell’album e non gli è piaciuta; mi ha gridato: ‘Ma è una cazzo di copertina hippie!’. E io mi sono incazzato e gli ho risposto: ‘Ma certo, e io sono un hippie del cazzo!’. Ed è vero. Posso essere ricchissimo, ma credo ancora nella fratellanza tra uomini”.
Robert Plant non parla volentieri dei Led Zeppelin, e i presenti lo sanno; ma un paio di accenni ci scappano: “Volete sapere quanto mi resi conto allora, giovanissimo, della grandezza di una canzone come “Whole lotta love”… Rispondo che la musica è come le stagioni. A volte senti caldo, a volte freddo. Cosa diavolo successe, allora? So solo che creammo un mostro. Un bellissimo mostro, inteso come gigantesco animale. E scaturì dagli alti e bassi della nostra musica, che sono fondamentali – altrimenti finisci a Tin Pan Valley… Ormai non mi ricordo nemmeno più cosa feci durante quei dodici anni. L’unica cosa di cui sono sicuro è che sono diventato immune alla penicillina. Jimmy Page? Ma cosa volete, ormai quando ci incontriamo stiamo seduti sul divano a parlare della plastic art di Chicago. Magari un giorno faremo un maxi single, con i Boney M e una grande orchestra”.
La tracklist di “Mighty rearranger” è la seguente:
“Another tribe”
“Shine it all around”
“Freedom fries”
“Tin Pan Valley”
“All the king’s horses”
“The enchanter”
“Takamba”
“Dancing in heaven”
“Somebody knocking”
“Let the four winds blow”
“Mighty rearranger”.
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