David Bowie, l’esile Duca Bianco

Come è nato “Station to station”, che compie 50 anni
David Bowie, l’esile Duca Bianco

Dieci anni sono ormai trascorsi da quella mattina del 10 gennaio 2016 in cui il mondo si svegliava scoprendo la scomparsa di David Bowie. La notizia giungeva appena due giorni dopo l'uscita del suo album finale, "Blackstar", scatenando un'onda d'urto emotiva senza precedenti. Milioni i fan unitisi spontaneamente in un lutto collettivo, sotto i murales di Brixton piuttosto che dinnanzi all'appartamento di New York dove Bowie viveva da anni (si considerava, per questo, "un vero newyorkese"). Il ricordo dell'evento si intreccia oggi con un altro anniversario fondamentale: il mezzo secolo di "Station To Station". Pubblicato il 23 gennaio 1976, il decimo lavoro in studio dell'artista fu accolto con entusiasmo dalla critica e consacrato dal pubblico, raggiungendo la Top 5 nelle classifiche britanniche e americane. Ma se "Blackstar" appariva come il testamento finale officiato da un artista consapevole d'esser giunto alla fine del proprio percorso, "Station To Station" fu il disco che per primo proiettò Bowie in una dimensione di potente astrazione, dove lo stesso lambì l'apice di un'oscurità profonda e quasi maniacale, nel rivolgere lo sguardo verso la questione esoterica: la Qabbalah e le pratiche della Golden Dawn, ma anche il misticismo e il simbolismo nazista (come le ricerche sul Sacro Graal di Otto Rahn) e le figure autoritarie. Elementi, questi, che confluirono nella creazione del suo nuovo, glaciale alter ego: il Thin White Duke, l'esile Duca Bianco.

 

Una nuova transizione stilistica

Schiacciato da una severa dipendenza dalla cocaina e alimentato - secondo il mito - da una dieta a base di soli peperoni rossi e latte, lo stato psichico di David Bowie appariva talmente alterato che, anni dopo, lo stesso dichiarò di non conservare alcun ricordo lucido delle sessioni di registrazione di "Station To Station". I resoconti storici del periodo a Los Angeles, dove il disco fu registrato, ci restituiscono un Bowie carente di sonno e in perenne stato allucinatorio, sebbene vigile e organizzato rispetto al trattamento della sua arte. L'album giunse al culmine di un'ascesa inarrestabile negli Stati Uniti, dove il trionfo di "Young Americans" e la storica collaborazione con John Lennon nel brano "Fame" avevano proiettato il cantante nell'olimpo del successo globale. La transizione di "Station To Station" verso la musica europea d'avanguardia, il krautrock e l'elettronica non rappresentò, tuttavia, un distacco netto dai suoni "plastic soul" del disco precedente. Fu piuttosto un’evoluzione visionaria, capace di trasformare radicalmente l’identità di David Bowie. Per questo il disco può essere visto come un ponte ideale fra "Young Americans" e l’oscura "Trilogia di Berlino", un sodalizio, quest'ultimo, meno geografico di quanto il nome suggerisca, dato che tra "Low", "'Heroes'" e "Lodger", l’unico a essere stato registrato interamente nella capitale tedesca è il secondo.

 

Thomas Jerome Newton e la Genesi del "Thin White Duke"

"Station To Station", e in particolare l'algida figura del Duca Bianco, restano indissolubilmente legati all'esperienza cinematografica del cantante sul set di "The Man Who Fell to Earth" (L'uomo che cadde sulla Terra) del regista Nicolas Roeg (ma tratto dal testo omonimo di Walter Tevis). Nel film, Bowie interpretava l'alieno Thomas Jerome Newton, "forestiero in terra straniera" che in quella metà degli anni Settanta divenne l'esatta metafora psichica ed esistenziale della sua stessa condizione. Dopo aver ultimato le riprese, infatti, egli faticò a liberarsi del personaggio di Newton, al punto che l'estetica sfoggiata nella pellicola finì per definire i contorni di quella che si sarebbe presto tramutata nella "divisa" dell'esile Duca Bianco. I costumi androgini del periodo glam furono sostituiti da un rigore sartoriale impeccabile - completi eleganti a tre pezzi, camicie bianche inamidate e pantaloni a vita alta -, con cui il Duca avrebbe calcato il palco dell'Isolar tour '76. Rispetto al lavoro di Roeg, Bowie lavorò anche su alcuni frammenti per la colonna sonora, ma i contrasti con la produzione lo portarono a salvare quelle idee e a lasciarle confluire nelle atmosfere sperimentali del suo decimo album (un frame iconico del film, con Bowie in una camera anecoica, servì comunque da copertina per "Station To Station").

 

Oscurità e salvezza spirituale

A coordinare tecnicamente l'album fu il produttore Harry Maslin, colui che già aveva co-prodotto con Bowie "Fame" e la cover di "Across The Universe" su "Young Americans". Maslin ebbe il difficile compito di tradurre in realtà sonora le visioni paranoiche del cantante, rese ancora più caotiche dalle sessioni di registrazione, che furono alimentate dalla droga. Il suo tocco servì a ottenere il suono caldo, asciutto e privo di riverberi eccessivi che Bowie desiderava: un suono sì europeo, ma dotato di un certa robustezza americana. Maslin riuscì a bilanciare la sezione ritmica funk con una pulizia quasi clinica, creando un risultato che fu definito dalla critica come "il suono del ghiaccio bollente".

"Station To Station", uscito nei negozi il 23 gennaio del 1976, resta in sintesi un capolavoro capace di fondere soul, funk e avanguardia tedesca, ma è anche il documento analitico di un’anima in bilico tra santità e dannazione, tra ricerca mistica e dipendenza autodistruttiva. Un enigma sonoro senza tempo, talvolta oscurato dai lavori più celebri firmati da Bowie. Negli anni Novanta, riflettendo sulla sua eredità, quest'ultimo lo definì un disco "estremamente bello", pur sottolineandone, quasi fosse un limite, la natura "particolarmente oscura".

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