La Brigitte Bardot cantante non aveva nulla di meno dell'attrice
Dici Brigitte Bardot e subito la mente corre veloce verso il cinema: il vento tra i capelli di "Et Dieu… créa la femme" di Roger Vaidm (in Italia arrivò con il titolo di "Piace a troppi", nel 1956), la libertà sensuale, l’irruzione di una femminilità nuova che tra la fine degli Anni ’50 e gli Anni ’60 ha cambiato per sempre il modo di stare sullo schermo. Eppure, ridurre Bardot, scomparsa oggi all’età di 91 anni, alla sola dimensione di attrice e sex symbol significa perdere un capitolo essenziale della sua espressività: quello musicale. Quella della Brigitte Bardot cantante è stata una carriera breve, sì, ma sorprendentemente densa, coerente e influente, che non ha vissuto all’ombra del cinema. E che ha regalato all’icona pop grandi soddisfazioni. Compreso un incontro con il mito Serge Gainsbourg.
Una voce fragile
È bene specificare che Brigitte Bardot non è mai stata una cantante vera e propria, nel senso classico del termine: non aveva studiato canto e non aveva una tecnica da cantante. Quella che tra gli Anni ’60 e ’70 si ritrovò a incidere una serie di 45 giri e pure qualche 33 giri era una voce fragile, quasi parlata, a volte imperfetta. Ed è proprio lì che risiedeva il suo fascino. Come accadeva sullo schermo, Bardot non interpretava un ruolo: ci si calava dentro. Nella canzone, come nel cinema, la sua forza stava nell’immediatezza, in una naturalezza che trasformava la debolezza in stile. Non potendosi cimentare in virtuosismi da cantante vera, cercava con la sua voce di trasmettere una verità emotiva che arrivasse diretta, senza filtri. Tutto sommato, era avanti: in un’epoca ancora dominata da voci potenti e orchestrazioni sontuose, Bardot anticipò un’idea di pop intimo, quasi confidenziale, che troverà pieno sviluppo solo decenni dopo.
L’incontro decisivo con Serge Gainsbourg
Lo abbiamo citato: l’apice della carriera musicale di Brigitte Bardot è rappresentato forse dal fortunatissimo incontro con Serge Gainsbourg, uno degli autori più raffinati e provocatori della chanson francese. Gainsbourg capì immediatamente ciò che molti non avevano ancora colto: Bardot non doveva “cantare meglio”, doveva cantare come Brigitte Bardot. E così cominciò a scrivere per lei canzoni su misura, dove la voce diventa strumento di seduzione malinconica, ironia e languore. Il risultato fu una serie di brani che hanno segnato un’epoca. "Bonnie and Clyde", ad esempio, un dialogo musicale sospeso, sensuale, narrativo, in cui Bardot non sovrasta mai la scena, ma la illumina con una grazia disarmante. Ancora più audace è "Je t’aime… moi non plus", registrata ma inizialmente censurata, che resta una delle dichiarazioni d’amore più controverse e sussurrate della storia della musica popolare. Gainsbourg la incise originariamente nell’autunno del 1967 proprio insieme a Brigitte Bardot. Il brano avrebbe dovuto far parte dell’album "Bonnie and Clyde", al quale il cantautore stava lavorando proprio insieme all’attrice. I due erano legati da una relazione intensa, segreta e passionale. Ma Bardot, all’epoca, era sposata con il fotografo svizzero Gunter Sachs e temeva che l’uscita di un brano come "Je t’aime… moi non plus", che era a tutti gli effetti un atto d’amore inciso su nastro, senza ambiguità, potesse suscitare scandalo. Quando ascoltò la registrazione, l’attrice chiese a Gainsbourg di non pubblicarlo. Quest’ultimo accettò: rimise il nastro in un cassetto e reincise "Je t’aime… moi non plus" insieme a Jane Birkin. La versione originale in duetto con Brigitte Bardot uscì solamente nel 1986.
Un repertorio che racconta una donna, non un personaggio
Proprio nel duetto con Gainsbourg in "Je t’aime… moi non plus" sta il segreto dell’importanza della carriera musicale di Brigitte Bardot. Ciò che rende la storia musicale di Bardot non inferiore a quella cinematografica è la coerenza espressiva. Le sue canzoni non sono un capriccio da star, ma il naturale prolungamento della sua personalità pubblica e privata. Nei testi e nelle interpretazioni emerge la stessa tensione tra libertà e malinconia, tra desiderio di fuga e vulnerabilità che caratterizza i suoi ruoli sul grande schermo e la sua vita. Brani come "Harley Davidson" o "La Madrague" non funzionano perché “li canta Bardot”, ma perché solo Bardot poteva cantarli così. In "La Madrague", in particolare, la musica diventa quasi confessione: un inno alla solitudine scelta, al ritiro dal mondo, che sembra anticipare il suo futuro abbandono delle scene.
Un album, una dichiarazione di stile
L’apice di questa avventura musicale si trova nell’album "Show", datato 1968, di cui una sorta di manifesto artistico. Il disco era la colonna sonora di uno speciale televisivo prodotto dalla stessa Brigitte Bardot. Nelle quindici tracce che lo compongono, l’attrice spazia tra stili e generi: dalle ballate al pop psichedelico, passando per il cantautorato (in cabina di regia c’è ancora una volta Gainsbourg). Molte delle canzoni contenute del disco furono accompagnate da relativi videoclip: una pratica — siamo nel 1968 — che sembra anticipare la cultura dei videoclip musicali, che farà irruzione negli Anni ’80.
Perché la Bardot cantante conta quanto l’attrice
Dire che la carriera musicale di Brigitte Bardot “non è da meno” di quella cinematografica non significa paragonarne la durata o il successo commerciale. Significa riconoscerne l’impatto culturale. Come attrice, Bardot ha reinventato l’immagine della donna sullo schermo; come cantante, ha anticipato un modo nuovo di abitare la canzone pop: più fragile, più sensuale, più vero. E alla fine, a pensarci bene, le due carriere hanno composto un’unica, grande traiettoria artistica, declinata in linguaggi diversi. Il cinema l’ha resa immortale. La musica ce l’ha resa intimamente vicina.