Ginevra Di Marco: “Non siamo una cosa sola, abbiamo mille anime”
Ginevra Di Marco è una voce che incanta e travolge, capace di attraversare generi e decenni senza perdere autenticità. Cantante, interprete e ricercatrice musicale, fonde la tradizione della canzone d’autore italiana con echi di world music, jazz e folk, creando un universo sonoro unico e riconoscibile. La sua arte non è mai superficiale: ogni nota, ogni frase, porta con sé un mondo di emozioni, memoria e impegno. Dal 26 al 29 dicembre il complesso monumentale di Santa Maria la Nova, in piazza Santa Maria la Nova 44 a Napoli, ospita “Racconti al femminile”, la rassegna gratuita del Comune di Napoli che esplora e celebra i nuovi linguaggi sonori plasmati dalle donne. Il 28 dicembre, dalle 19, sarà lei a essere protagonista.
Che cosa aspettarsi dalla data “Racconti al femminile”?
Ho spesso l’occasione di suonare alla fine dell’anno, nel periodo che precede il Natale. Il Capodanno, invece, mi interessa relativamente. Suonare nelle chiese è qualcosa di particolare: sento la fine dell’anno come un momento in cui fare il punto sulla vita, più che festeggiare, sulla nostra vita in generale. Questo concerto a Napoli rinsalda il mio rapporto con il sacro e il profano. Porteremo un live costruito sulla base di quello natalizio che abbiamo realizzato tra il 2010 e il 2011 al Cenacolo di Santa Croce, a Firenze. Sarà uno spettacolo che, come ci suggerì già allora quel luogo, sviluppa una concezione essenziale della musica. Viviamo in un mondo pieno di orpelli, di superficialità, di elementi superflui. Qui, invece, andremo a togliere: arriveremo all’osso. Il repertorio spazierà dalla canzone d’autore alla tradizione popolare.
Il suo ultimo album “Kaleidoscope” ha vinto la Targa Tenco nella categoria “Interprete”. Come lo descriverebbe?
Questo progetto non nasce per caso: è una sorta di celebrazione di questi venti-venticinque anni di musica. È un album che rende omaggio alle molte anime che ci abitano. Passiamo tutta la vita a cercare un’identità, mentre il mondo spesso prova a cucirci addosso un vestito. Il bello, invece, è poter spaziare da un’anima all’altra, perché ognuno di noi può contenerne centomila. Quando abbraccio un’anima, io sento subito il desiderio di uscirne e scoprirne un’altra. Ecco: questo disco celebra proprio tutto questo, le diversità, i passaggi, le molteplici sfumature che ci compongono.
Il ruolo dell’interprete in Italia è sottovalutato?
Il ruolo dell’interprete è meraviglioso. In Italia viene spesso considerato secondario, ma non è così: essere interpreti permette di lasciare un proprio segno. Molti canti del mondo, popolari, di tradizione, di world music, non sarebbero conosciuti se non esistessero gli interpreti. Interpretare è una grande opportunità. La musica popolare non è un fossile: nasce da canzoni generate da ferite, da lotte; affronta temi come la violenza, l’emigrazione, la resistenza. Sono tutti argomenti attuali e urgenti. Cantare un’artista come Rosa Balistreri non significa fare un esercizio di nostalgia, ma parlare al presente.
Nell’album la sua voce torna a duettare con quella di Giovanni Lindo Ferretti in “Tramonto D’Africa”.
Sì, quello è un brano dei PGR che amiamo molto. Ha una venatura world che noi abbiamo voluto reinterpretare in chiave più afro-rock, alla Fela Kuti. Con Giovanni c’è qualcosa di eterno che va oltre le parole: le nostre voci si riconosceranno per sempre. Nel lavorare a questa canzone abbiamo vissuto un incontro molto dolce. C’è stato un ritorno, una rinnovata voglia di ascoltarsi dopo venticinque anni.
E l’incontro con i CSI? C’è aria di reunion.
Sì, ci siamo rivisti con i CSI, c’è stato un incontro. È stato molto emozionante, ma è tutto ancora molto vago. Le intenzioni ci sono. Dobbiamo fare qualche cosa per la gente che ci ha amato, che ci ha dato tanto. C'è qualche cosa... Si sente questo desiderio, sentiamo questa responsabilità di arrivare ancora una volta al cuore delle persone. Non sappiamo ancora i tempi, ma ci sono molte probabilità che si torni insieme.
C’è un suo progetto che amo: “Quello che conta - Ginevra canta Luigi Tenco”. Come si tramanda un artista come Tenco?
Con una propria sensibilità. Quando ci avviciniamo ai grandi autori ci possiamo mettere qualche cosa di noi, e bisogna trovare un equilibrio, proprio anche nel caso di Luigi Tenco, tra quello che lui era, quello che rappresentava, e la mia visione nel cantarlo. Il tentativo è stato quello di mantenere le sue caratteristiche, anche portando degli elementi miei, nostri. Abbiamo per esempio riscritto gli archi. Io ho cercato di togliere dalle canzoni la sua esperienza privata e di portare i brani dentro una dimensione più collettiva. Lui scrisse delle melodie strepitose. Più che un combattente fu un disertore, per questo resta una figura speciale.
Come si parla alle nuove generazioni?
Ho due figli adolescenti che ascoltano musica soprattutto attraverso i singoli e le playlist, e va benissimo così. Però continuo a credere che la dimensione dell’album sia magica, che abbia un valore profondo. Capire perché un artista ha scritto un disco, come lo ha costruito, perché quelle canzoni formano proprio quel progetto: tutto questo rimane fondamentale. Si dice spesso che le nuove generazioni non abbiano attenzione, che preferiscano solo ciò che è veloce, facile, immediato. Io, invece, credo che si possa insegnare loro l’importanza di una visione più ampia, di un progetto più articolato, persino di un’identità che può emergere da un disco. Non so per quanto tempo gli album continueranno a esistere, ma credo che sia importante parlarne e farne comprendere il valore.