“This is Spinal Tap” e i luoghi comuni del rock

Con il film del 1984, e il recente sequel, Rob Reiner smontò linguaggio, riti e narrazioni del rock
“This is Spinal Tap” e i luoghi comuni del rock

Purtroppo, non siamo davanti a una notizia falsa o a una costruzione ironica degna di uno dei suoi film. Nella giornata del 14 dicembre, Rob Reiner e la moglie Michele sono stati trovati privi di vita nella loro casa di Los Angeles, in circostanze che le autorità stanno ancora cercando di chiarire. La scomparsa di Reiner chiude una traiettoria centrale del cinema americano degli ultimi quarant’anni, ma impone anche di tornare a uno dei suoi gesti più radicali e influenti: "This is Spinal Tap", il film che ha usato la forma del documentario per smontare, dall’interno, il linguaggio, i riti e le auto-narrazioni del rock.

Uscito nel 1984 e accolto inizialmente con più curiosità che successo, "This Is Spinal Tap" si presenta come il racconto di un tour americano di una band heavy metal inglese immaginaria, formata dal chitarrista Nigel Tufnel (interpretato da Christopher Guest), dal cantante David St. Hubbins (ruolo affidato a Michael McKean) e dal bassista Derek Smalls (interpretato da Harry Shearer). Nel film il gruppo è seguito passo dopo passo dal regista-giornalista Marty DiBergi, interpretato dallo stesso Reiner. Il dispositivo è semplice e, proprio per questo, definitivo: tutto ciò che vediamo è girato come se fosse vero, senza mai segnalare allo spettatore il confine tra realtà e invenzione. È in questa zona ambigua che il film costruisce la sua forza, perché non prende di mira il rock come genere musicale, ma il sistema di comportamenti, narrazioni e automatismi che lo circondano.

I luoghi comuni messi in scena sono quelli che chiunque abbia familiarità con il rock riconosce senza bisogno di spiegazioni. Ci sono il declino mascherato da rilancio, la grandeur scenica che collide con la realtà logistica, l’ossessione per il volume, la sacralizzazione degli strumenti, il culto dell’ego, la retorica dell’artista incompreso. L’amplificatore che “arriva a 11”, per avere un volume "un po' più alto", non è una gag tecnica, ma una dichiarazione di poetica creata in un'iconica battuta sulla logica assurda del rock, che oggi è diventata anche un modo di dire per indicare la massima intensità possibile. L'idea è che l’eccesso è sempre una soluzione, anche quando non serve a nulla.

Allo stesso modo, la maledizione dei batteristi, che muoiono uno dopo l’altro in incidenti sempre più assurdi, diventa una sintesi perfetta del modo in cui il rock trasforma ogni tragedia in aneddoto. All'inizio di "This Is Spinal Tap", la band è completata alla batteria da Mick Shrimpton, che finisce per esplodere sul palco durante un'esibizione, prima di essere sostituito da Joe "Mama" Besser. Anche diversi precedenti batteristi della band morirono in circostanze bizzarre e spesso grottesche, tra cui John “Stumpy” Pepys, che morì in un "bizzarro incidente di giardinaggio", che secondo la polizia, era meglio lasciare irrisolto, ed Eric “Stumpy Joe” Childs, il quale morì soffocato dal vomito di qualcun altro. Anche il sequel "Spinal Tap II: The end continues" (in italiano: "Spinal Tap II: La fine è solo l’inizio", uscito il 12 settembre 2025, ritrova gli Spinal Tap circa quarant’anni dopo il primo film di nuovo insieme e, ovviamente, alla ricerca di un batterista, dato che tutti quelli precedenti sono misteriosamente morti.

Reiner osserva tutto questo con uno sguardo che non è mai esterno o giudicante. I concerti disastrati, le copertine censurate, le tournée ridimensionate, i camerini vuoti, il numero sul cartellone più piccolo del previsto non sono strumenti di demolizione, ma elementi di un racconto coerente. Gli Spinal Tap non sono stupidi, né caricature, ma sono prigionieri di una mitologia che hanno imparato a ripetere. È qui che il film supera la parodia e diventa ritratto, perché riconosce nel rock una forma narrativa prima ancora che musicale, fatta di simboli, frasi rituali, posture obbligate.

Il tempo ha trasformato "This is Spinal Tap" in un oggetto ancora più preciso di quanto fosse alla sua uscita. Avendo saputo cogliere con precisione e affetto tutte le assurdità del mondo del rock, la pellicola si è guadagnata lo status di cult assoluto tra musicisti e fan. È uno di quei film che, pur esagerando volutamente, ha finito per risultare fin troppo realistico. Negli anni, molti artisti – da Ozzy Osbourne a Metallica – hanno ammesso di essersi riconosciuti in alcune delle situazioni surreali del lungometraggio. Lo scorso settembre, è quindi arrivato il succitato sequel, al quale hanno preso parte direttamente numerose star del rock. Inizialmente previsto per marzo 2024, il secondo capitolo "Spinal Tap II: The end continues", era stato posticipato a causa dello sciopero di sceneggiatori e attori che ha paralizzato Hollywood per mesi nel 2023.

Grazie alla distribuzione curata dalla casa di produzione indipendente “Bleecker Street”, il ritorno degli Spinal Tap è quindi diventato ufficiale. Il ritorno della "band più assurda del rock" ha visto nuovamente Rob Reiner dietro la macchina da presa e nel ruolo del regista-fittizio della pellicola, Marty DiBergi. Ovviamente non manca la band di Christopher Guest, Michael McKean e Harry Shearer, che hanno ripresoi loro ruoli nei panni dei membri della fantomatica formazione metal. Il cast si è poi arricchito di Paul McCartney ed Elton John, aggiungono un livello ulteriore di gioco metanarrativo alla commedia, insieme a Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers e Lars Ulrich di Metallica. I due batteristi compaiono nel film quando i riuniti Spinal Tap sono alla ricerca di un nuovo addetto ai tamburi, ed entrambi rifiutano l’offerta di far parte della band, che accoglie poi tra le fila la musicista Didi Crockett interpretata da Valerie Franco.

Anche l'ex Beatle appare nei panni di se stesso, intervenendo durante le prove degli Spinal Tap per dispensare consigli e osservazioni sul loro repertorio, mentre il musicista di Pinner prende parte alla fase finale del racconto, prima cantando “Flower People” e poi partecipando alla messa in scena di “Stonehenge”, al pianoforte, in una sequenza che porta all’ennesimo disastro scenografico della band.

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