Nick Cave spiega cosa ha appreso dalla morte del figlio Arthur
Il 14 luglio del 2015 Arthur Cave, figlio di Nick e di sua moglie Suzie, moriva a soli 15 anni dopo essere precipitato da una scogliera mentre si trovava a Brighton. Ora a distanza di dieci anni (e una settimana) il cantautore australiano condivide con i suoi fan un pensiero sul lutto che colpì lui e la sua famiglia, sette anni prima di un'altra perdita tremenda come quella dell'altro figlio Jethro, morto a 31 anni nel 2022.
In un lungo post condiviso sul blog Red Hand Files, dove da anni il frontman dei Bad Seeds - attualmente in tour in italia: stasera e domani si esibirà alla Cavea del Parco della Musica di Roma, dopo gli show a Mantova, Lucca e Pompei - tiene un vero e proprio rapporto epistolare con i fan, Cave ha risposto a due fan che lo avevano contattato per chiedergli come stesse affrontando il dolore a dieci anni dalla morte del piccolo Arthur. Nel toccante post, il musicista ha spiegato che sebbene il "dolore rimanga" costante, lo ha visto "evolversi nel tempo":
"Il dolore sboccia con l'età, diventando meno un affronto personale, meno un tradimento cosmico e più una qualità poetica dell'essere man mano che impariamo ad abbandonarci ad esso. Ciò che sembra insopportabile alla fine si rivela non essere affatto insopportabile. Il dolore diventa più ricco, più profondo e più strutturato. Sembra più interessante, creativo e bello".
Nick Cave ha anche parlato di ciò che ha appreso in seguito alla morte di Arthur, raccontando come la tragica esperienza lo abbia portato a iniziare "a riconoscere l'immenso valore e il potenziale della nostra umanità, riconoscendo allo stesso tempo, nel profondo, la nostra situazione terrificantemente pericolosa":
"Ho capito che, anche se ognuno di noi è speciale e unico, il nostro dolore e la nostra sofferenza non lo sono. Il mondo non è indifferente o crudele, ma prezioso e amorevole".
Cave ha inoltre aggiunto che la perdita di Arthur gli ha offerto una comprensione più profonda di "Dio", non come "fede o convinzione", ma come "un modo di vedere":
"Ho capito che Dio era una forma di percezione, un mezzo per essere attenti alla risonanza poetica dell'essere. Ho scoperto che Dio è intessuto in tutte le cose, persino nei mali più grandi e nella nostra disperazione più profonda. A volte sento il mondo pulsare di un'energia ricca e lirica; altre volte lo sento piatto, vuoto e malevolo. Ho capito che Dio era presente e attivo in entrambe le esperienze".
Dopo aver raccontato di come la moglie Susie faccia sogni frequenti in cui Arthur viene a trovarla, Cave ha concluso:
"Non so cos'altro ho imparato, se non che siamo ancora qui, un decennio dopo, a vivere nel cuore radioso del trauma, il luogo in cui convergono tutti i pensieri e i sogni e dove risiedono ogni speranza e dolore, l'occhio luminoso e lacrimoso della tempesta: questo ragazzo vorticoso che è Dio, come ogni altra cosa".