Mark Hoppus: “Robert Smith voleva mettermi la lingua in bocca”
E’ uscita in questi giorni nelle librerie la versione italiana di “Fahrenheit-182”, l’autobiografia di Mark Hoppus dei Blink-182 (Limina, 390 pagine, euro 19.90). Ho iniziato a leggerlo con blanda curiosità e mi sono ritrovato a finirlo in un pomeriggio e sera. Pur non essendo, per ragioni prettamente anagrafiche, un fan dei Blink-182, ho trovato la lettura divertente e appassionante; merito della scansione delle pagine – suddivise in 64 capitoli veloci – e della narrazione svelta e avvincente, per la quale l’autore è stato affiancato da Dan Ozzi. (fz)
Per gentile concessione dell’editore, ne pubblichiamo un estratto qui di seguito, e una fotografia per questo articolo.
Eccolo lì, il mio idolo assoluto. La ragione per cui avevo imbracciato il basso e passato gli anni delle superiori vestito di nero: Robert Smith, a un mio concerto. Lo avevamo invitato a raggiungerci sul palco in una delle nostre due serate alla Wembley Arena di Londra per cantare la sua parte di “All of This” e, grazie alle solite pressioni del nipotame, aveva detto sì. Nel backstage si portò dietro tutta la famiglia, tipo lo zio gasato che fa un po’ il figo perché conosce i blink-182. Noi ribadimmo l’onore di averlo come ospite e di suonare insieme a lui. Strette di mano e sorrisi ovunque. Non stavamo nella pelle dalla gioia. Che figata! A metà scaletta Tom lo presentò al pubblico, che lo accolse con un applauso fragoroso. Attaccammo il pezzo e ancora non riuscivo a crederci: Robert Smith che cantava con la mia band. Cioè, ripensai a quando suonavo le canzoni dei Cure per far colpo sulle ragazze e mi mettevo pure il rossetto per copiarlo. ‘Se quei coglioni che a scuola mi davano del finocchio lo sapessero…’ Okay, forse non gliene sarebbe fregato nulla, ma a me sì. Era la mia rivincita.
Dopo qualche altro brano, toccò a “Josie”. In quel tour facevo sempre lo stesso giochetto: piazzavo l’asta del microfono da vanti a uno di quelli che stavano a lato palco e gliela cantavo dritto in faccia. Mi divertivo un sacco. Sei lì in santa pace a goderti lo show e all’improvviso, bam, ti ritrovi sotto i riflettori con tutti che ti guardano. I più erano straniti: ridacchiavano a disagio, si imbarazzavano e a metà prima strofa scappavano via. Ma non Robert. Mi fissò tutto il tempo, ballando a due centimetri dal mio viso e uscendo vincitore dal nostro metaforico braccio di ferro.
Tornò su anche per la cover di “Boys Don’t Cry” che facevamo durante i bis. Funzionava così: spegnevamo tutte le luci e Travis sgattaiolava verso una piattaforma rotante con tanto di batteria che saliva dal centro della sala. Poi si accendeva un singolo riflettore, e lui iniziava un assolo circondato dal pubblico. Che ogni volta impazziva, soprattutto chi era rimasto in fondo per tutto il concerto e ora si trovava Travis a un palmo dal naso. Nel frattempo noi stavamo nel backstage, aspettando il nostro turno per salire. Robert non staccava gli occhi da Travis, grondante sudore e a torso nudo, quasi volesse mangiarselo con lo sguardo. Gli avevo detto di prendere pure quello che voleva dal camerino, ma a giudicare dalla dilatazione delle pupille mi sa che si era fatto ben più che uno spuntino… Non ho idea di quali sostanze girassero nel suo sistema, ma di si curo sembrava partito per la tangente. A un certo punto gli si avvicinò e gli piazzò una mano sul petto e l’altra sulla schiena, strofinandole in cerchio come se stesse cercando di evocare il genio della lampada. Poi se ne uscì con: «Oddio, sei una vera ispirazione!»
Suonammo “Boys Don’t Cry” – un altro sogno d’infanzia realizzato – e salutammo il pubblico. Dopo il concerto ci attardammo a festeggiare nei camerini insieme a tutto lo staff e al nostro ospite d’onore. Quando arrivò il momento di andare, recuperai Skye e iniziai il giro dei saluti. «Robert, grazie ancora. Quasi non ci credo. È stato pazzesco averti con noi stasera». Mi avvicinai per abbracciarlo, ma lui puntava dritto… alle mie labbra. Mi scansai all’ultimo così che, invece che sulla bocca, mi stampò un bacio sulla guancia.
«Ehm, okay, grazie ancora» dissi come per tagliare corto. Mi fermò e scosse la testa. «No, dài, fallo come si deve». Ridacchiai nervosamente, finché non capii che non stava affatto scherzando. Mi abbracciò e iniziò ad avvicinarsi come in una scena al rallentatore. In quei pochi secondi surreali mi accorsi che nessuno sembrava accorgersi di nulla: Robert Smith insisteva per baciarmi in bocca, e non c’era uno straccio di testimone. Poi, con la coda dell’occhio, incrociai lo sguardo di Daniel, il tecnico della batteria. Mi scrutava con un misto di confusione e panico, come a dire ‘Cosa cavolo sta succedendo?’ ‘Non ne ho la più pallida idea’ risposi senza proferire parola. Robert ci riprovò e io mi ritrassi, guadagnandomi qualche altro bacino sulle guance e sul mento. Poi Skye mi afferrò per il braccio e mi trascinò fuori dalla stanza e sul sedile posteriore dell’auto che ci avrebbe riaccompagnato in albergo.
«Che serata incredibile» commentò osservando gli edifici di Londra fuori dal finestrino. «Sarai al settimo cielo». Mi lanciò uno sguardo e notò la mia perplessità. «Cosa c’è?» «Come cosa c’è?! Non ti sei accorta di niente?» «Di cosa?» «Robert Smith ha provato a limonarmi!» Lei scoppiò a ridere. «Ma dài! Io non ho visto niente, te lo sarai sognato». Ero uscito di testa? Magari mi ero immaginato tutto. For se era solo il mio cervello di fanboy che si era fatto un film. No, era successo davvero. O forse no? In quel momento non ne ero più così sicuro. Quella notte mi rigirai nel letto ripensando all’accaduto, rivedendo quell’ammasso di capelli arruffati e quel rossetto sempre più vicino. Alla fine, verso le quattro, decisi di darci un taglio e chiamai Daniel. Rispose al primo squillo, già ridacchiando.
«Okay. Hai visto tutto, vero?» «Parli del tipo che ha provato a ficcarti la lingua in bocca davanti a tua moglie? Certo che l’ho visto». Allora non me l’ero sognato, Robert Smith aveva davvero cercato di baciarmi. Dicono sia meglio non incontrare mai i propri idoli, ma chissà quali sono le linee guida per i contatti… di altro tipo. Ogni tanto ci ripenso ancora. Mi ero giocato l’occasione di entrare nella leggenda del rock, tipo quelle storie assurde su Bowie e Jagger? Forse dovevo buttarmi e basta. Cazzo.
