Concerto del Primo Maggio a Roma 2025: è quello che ci meritiamo?
Alzi la mano chi è riuscito a seguire per intero il Concerto del Primo Maggio 2025 di Roma. Forse – volenti o nolenti – solo i presenti nella restaurata Piazza San Giovanni, che quest’anno ha ritrovato il suo ruolo di sede del tradizionale Concertone. Eppure, questa ennesima edizione della manifestazione promossa dai Sindacati Confederali (CGIL, CISL, UIL) e organizzata da iCompany non aveva la forza per tenere incollati gli spettatori alla tv.
Retorica e slogan sono forse i principali ingredienti che spengono da subito l’interesse. “Uniti per un lavoro sicuro”, dedicato alla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, è nobile nell’intento, ma tra le parole e la concretezza resta un abisso. Dall’impegno delle sigle sindacali al minuto dedicato ai lavoratori dello spettacolo – i cui problemi erano emersi realmente solo “grazie” alla pandemia – , allo show in scena e i réclame dei vari artisti, lo slogan ci ricorda “un tema ancora troppo attuale”: “a distanza di tanto tempo quante cose sono cambiate?”, ci si chiede sul palco. La risposta, sottintesa, è: pochissime.
Intorno all’ora dall’inizio, sono i conduttori Ermal Meta e Noemi a portare sul palco la tematica, scegliendo di leggere alcuni versi di “Pablo” di Francesco De Gregori da “Rimmel”. Ma il momento, invece che toccante, suona quasi come una barzelletta.
Ed è qui che emerge un altro problema di questa edizione 2025: una conduzione debole, affidata a figure che non sono nate per questo ruolo. La buona volontà e l’entusiasmo di BigMama, spesso fuori ritmo, o le incursioni di Vincenzo Schettini non bastano a salvare costantemente la situazione. Né Meta né Noemi riescono davvero a dare peso ai “momenti impegnati”, se loro stessi sembrano i primi a non crederci fino in fondo.
“Il futuro suona oggi” è stato invece il motto scelto per comporre la line-up. Ma la ricetta resta quella già vista negli ultimi anni: cantautori e band pescati dal sottobosco più o meno indie, operazioni furbe (vedi “Bella ciao” proposta da Leo Gassmann all'inizio), cover evitabili (BigMama su “Diavolo in me”, Meta e Noemi su “One” degli U2), una spolverata di nomi che erano già finiti nel dimenticatoio, un po’ di rap semplice e un pizzico fin troppo abbondante di Sanremo. Nessuna vecchia gloria, questa volta. Ovviamente, neanche ospiti speciali e internazionali a chiudere: il gran finale è toccato a Gabry Ponte.
Eppure, qualcosa di buono c’è stato e non tutto vien per nuocere. Degno di nota è l’omaggio sentito a Paolo Benvegnù, scomparso lo scorso 31 dicembre. I suoi ex compagni di band, insieme a Brunori Sas ed Ermal Meta, lo hanno ricordato con “Oceano” e “Il mare verticale”.
Subito dopo, i tre conduttori – finalmente liberi dal loro ruolo – si esibiscono con La Municipàl, e qui le cose cambiano. Se le cover di “Diavolo in me” (con l’assurda intro da “Smells like teen spirit”) e “One” lasciano perplessi, funzionano bene “I kissed a girl” di Katy Perry e “Human” dei Killers: leggere, ironiche, azzeccate.
Quanto alla resa tecnica, ormai è chiaro: nessuno guarda il Concertone aspettandosi perfezione. Le sbavature si tollerano. E anche i ritardi, inevitabili: dopo una giornata filata liscia, proprio Gazzelle annuncia un problema tecnico tra una battuta e l’altra. “Ne approfitto per salutare mamma”, scherza. Intanto, dopo un improvviso stacco pubblicitario, il programma va lungo, tanto che alla fine la diretta televisiva sarà costretta a interrompersi prima dell'ultimo brano di Gabry Ponte, “Thunder”.
Tra i momenti migliori, senza dubbio l’energia scenica di Lucio Corsi, che conferma il suo stato di grazia con “Freccia bianca”, “Volevo essere un duro” e “Francis Delacroix”. Brunori Sas e Fulminacci ricordano cosa vuol dire “cantautorato”. Franco126 canta “Brioschi”, brano del 2019 che suona già come un piccolo classico. Joan Thiele incanta con la sua raffinatezza. E Giorgia si prende il titolo di regina della serata, senza discussioni.