"Sinners" è un grande film sul potere salvifico del blues
“Il blues ha sempre qualcosa di familiare, dietro una canzone c’è una melodia che gira da secoli, talvolta millenni” dice Ryan Coogler, sceneggiatore e regista di I peccatori. Un horror gore e sessualmente esplicito ambientato nel delta del Mississippi negli anni ’30, in cui un gruppo di afroamericani si riunisce per passare una serata di musica e balli e si ritrova assediato dai vampiri. Alcuni critici si sono spinti a definire “I peccatori” un musical. Potrebbe essere una forzatura, anche se in effetti il film è ricolmo di performance musicali, non solo da parte degli interpreti, ma anche di musicisti leggendari del genere. Dire di più sarebbe uno spoiler vero e proprio, perciò mettiamola così: ci sono almeno un paio di finali inframezzati sui titoli di coda del film. Assicuratevi di rimanere in sala fino a quando non apparirà il logo conclusivo di Warner Bros.
Cos’è dunque “I peccatori” e perché vale la pena di andare a vederlo al cinema? Probabilmente sarebbe più corretto definirlo un film sul potere salvifico della musica, anche se poi le misteriose e violente entità che lo popolano sono attirate proprio dalla presenza del giovane protagonista. Sammie "Preacher Boy" Moore è così talentuoso nel suonare la chitarra da riuscire a far convivere il passato e il futuro del blues quando i suoi polpastrelli toccano le corde di una chitarra regalatagli dai cugini. La musica, in “I peccatori”, è insomma un’entità potente, un rituale, ma soprattutto è sinonimo di blues. D’altronde siamo nel Mississippi, la culla statunitense del genere. Dopo i successi dettati dagli studios come “Black Panther” e “Creed - Nato per combattere”, Ryan Coogler è finalmente messo nella posizione di raccontare a modo suo la questione nera negli Stati Uniti di ieri e di oggi. Lo fa scegliendo il blues come prisma attraverso cui scomporre le questioni politiche, sociali, culturali della storia.
“I peccatori” infatti è ambientato in un momento cruciale della storia statunitense: i neri non sono più schiavi, il Ku Klux Klan è stato sciolto, almeno in teoria. Dopo essere tornati dalla guerra, dopo aver cercato fortuna come gangster nelle grandi città del nord, i gemelli afroamericani protagonisti del film tornano nella loro comunità e tentano di costruire una propria indipendenza economica, dei propri spazi sicuri. Spazi dove fare musica insieme. Al centro di “I peccatori” c’è l’apertura di un jukebar in una vecchia segheria. L’intenzione è quella di riunire la comunità e suonare e cantare blues. Ad esibirsi, oltre a Sammie, ci sono vecchi ubriaconi con esperienza infinita di bettole ed esibizioni per strada, giovani ragazze sensuali dalla voce potente. Chi fa parte della comunità, della famiglia del blues, è il benvenuto ma ci sono tre sconosciuti - bianchi - che vogliono essere invitati a entrare. C’è un passaggio - stupendo - in “I peccatori” in cui dentro il jukebar Sammie evoca le incarnazioni passate e future della musica afroamericana, che si mescolano ai presenti.
Non solo: ci sono altri immigrati che hanno portato con loro i ricordi musicali della loro terra. Tutti insieme, sudati e concentrati, le presenze e i presenti, ballano sulle note della chitarra di Sammie. Ci sono ragazze che twerkano, sciamani dal cuore dell’Africa che eseguono danze rituali, ballerine dell’Opera di Pechino: a tenere tutti insieme è il blues, la sua capacità di raccontare una storia millenaria di dolore e ribellione. L’entità malvagia del film desidera proprio questo: possedere il dono di Sammie di trovare una radice comune nella musica a sofferenze di persone tanto diverse. O in altre parole, la sua straordinaria capacità di fare blues. Nei suoi momenti migliori - quasi tutti musicali - “I peccatori” travalica la questione statunitense e si spinge oltre. La componente orrorifica per esempio è introdotta da un cattivo dalla retorica piuttosto seducente e, che a ben vedere, è anche un salvatore e a sua volta un oppresso. La musica è salvifica, certo, ma è soprattutto un’entità potente, che scivola spesso dalla passione all’ossessione. “I peccatori” ne esplicita benissimo la potenza quasi magica, la capacità di plasmare - nel bene e nel male - le vite di quanti le si dedicano completamente.
Dietro la musica di “I peccatori” - ibridata, contaminata, millenaria e seducente - c’è un’altra storia musicale, che si sovrappone perfettamente a quella dei vampiri del film. A comporre le musiche originali della colonna sonora c’è lo svedese Ludwig Göransson, fedele collaboratore di Coogler. Quando dopo "Black Panther" quest’ultimo ha sentito il bisogno di girare l’Africa ed esplorarne la cultura, Ludwig Göransson l’ha seguito, portandosi dietro il padre che lo aveva iniziato da bambino ai misteri della chitarra. Il genitore aveva imparato a suonare da autodidatta, affascinato proprio dalle melodie blues. Alle critiche ricevute per "Black Panther" e la sua rappresentazione “americanizzata” del continente africano Coogler ha reagito con un viaggio che ha reso il suo Mississippi più connesso alle radici africane ed europee del blues, regalando al film una visione più universale e comunitaria del fare musica. Il cerchio si chiude infine con il lungometraggio che ha ispirato a Coogler l’idea per la sua epopea vampiresca: “A proposito di Davis” dei fratelli Coen, biografia dolente di un genio mancato del folk. Un film intimista e malinconico su un giovane spiantato aspirante musicista folk bianco. Un titolo che in fondo parla esattamente della stessa cosa: di come la musica sia alla base di ogni entità che popola gli Stati Uniti, di come il suo potere possa dannare o salvare quanti tentano di raccontare quel continente con la propria voce e la chitarra.