"Drops of Jupiter": la commovente storia dietro la hit dei Train
L'estate del 2001 aveva il sapore dolce dell'incoscienza. Un mondo che sembrava immobile nella sua felicità, ignaro di ciò che sarebbe successo solo qualche mese dopo, a New York. Le radio italiane suonavano a ripetizione una canzone ipnotica intitolata "Xdono" di un giovane dalle belle speranze, mentre nel mondo 4 ologrammi dominavano le charts con un pezzo dal titolo "Clint Eastwood". E poi c'erano loro, i Train, band di San Francisco che nel luglio di quell'anno pubblicava una canzone destinata a renderla immortale: "Drops of Jupiter".
Il loro omonimo album d’esordio, uscito nel 1998, gli aveva già garantito un certo seguito negli States, ma serviva qualcosa di più. Qualcosa che lasciasse il segno. Quella canzone sarebbe arrivata, ma non da una ricerca ossessiva della hit perfetta, bensì da un sogno. Un sogno che affondava le radici nel dolore più profondo.
Dal lutto al sogno che ispirò "Drops of Jupiter"
1998. Il frontman Pat Monahan è in tour con la band. Il sogno di ogni musicista. Ma non il suo, non in quel momento. Lontano da casa, lontano dalla madre, che in quel periodo stava combattendo una battaglia durissima contro il cancro ai polmoni. All’epoca, niente smartphone, nessuna videochiamata. Solo telefonate durante i viaggi per sentire la sua voce, per rubare ancora qualche parola.
Arriva dicembre. Una telefonata, di quelle che non avresti mai voluto ricevere. Poche parole. E un vuoto impossibile da colmare.
Il dolore era lancinante, ma la vita non aspetta. Pochi mesi dopo i Train erano di nuovo al lavoro sul nuovo album. Le canzoni c’erano, l’etichetta era soddisfatta, ma mancava la scintilla. Mancava il pezzo che facesse esplodere tutto. E allora Monahan si prese una pausa. Tornò nella sua casa d’infanzia in Pennsylvania, alla ricerca di qualcosa, senza sapere bene cosa. Fu lì che accadde.
Una notte, un sogno.
Sua madre era lì, ma non come la ricordava. Fluttuava nello spazio, attraversava mondi, cadeva come pioggia da Giove. Al risveglio, un frase fissa nella testa: "Now she’s back in the atmosphere". Ora è tornata nell’atmosfera. Parole potentissime, che di certo non poteva ignorare. Così, iniziò a scrivere.
Monahan immaginò un dialogo con lo spirito della madre, una conversazione sospesa tra terra e cielo. "Hai viaggiato attraverso il sole? Hai attraversato la Via Lattea? Il paradiso è davvero così sopravvalutato?". Domande cariche di meraviglia e nostalgia, ma anche spiritualità. Un figlio che cerca risposte da sua madre tra le stelle.
Anni dopo, in un’intervista a VH1, Monahan raccontò quel momento con parole che ancora oggi risuonano fortissime: "La perdita della persona più importante della mia vita non smetteva di tormentarmi. Pensavo: e se nessuno se ne andasse mai davvero? E se fosse ancora qui, in una forma diversa?".
La profezia del Grammy
La canzone era pronta. Ora serviva solo qualcuno che ci credesse. Monahan si presentò negli uffici della Columbia Records con una demo incisa su nastro. Non era sicuro di aver fatto centro, ma il presidente della label Donnie Ienner, uno che di hit qualcosina ci capiva, lo era eccome.
"Con questa come minimo vinci un Grammy", gli disse.
Non era un’esagerazione. La Columbia chiese ai Train di registrarla immediatamente per poterla inserire di corsa nell’album che, in realtà, era già stato chiuso. Non solo: suggerì anche di intitolare il disco proprio "Drops of Jupiter". E alla fine, il Grammy arrivò davvero. Anzi, due: uno come "Miglior Canzone Rock", l’altro per il "Miglior Arrangiamento".
Sul palco della premiazione, Monahan dedicò il premio alla madre. Il momento più emozionante? L’esecuzione dal vivo del brano, arricchito da un’introduzione al violoncello di Denise Djokic e un arrangiamento orchestrale che amplificava ulteriormente l’impatto emotivo della canzone.
Interpretazioni e segreti nascosti
Nel frattempo, "Drops of Jupiter" aveva già conquistato il mondo. Eppure, la sua origine rimaneva avvolta nel mistero. Monahan, nelle interviste, preferiva non svelare subito il significato del testo, lasciando spazio a diverse interpretazioni. E, come spesso accade per le grandi canzoni, ciascuno la interpretò a suo modo.
Molti lessero nel testo la storia di un amore perduto. Un dialogo tra due ex amanti, con lei che ritorna dopo un lungo viaggio. Altri la videro come il percorso di un uomo alla ricerca di sé stesso, un’odissea interiore tra stelle e galassie lontane.
C’era poi quella frase enigmatica: "Qualcuno che non abbia una cicatrice indelebile". Un riferimento, in realtà, a una ferita molto concreta: una cicatrice sul mento che Monahan si era procurato in un incidente d’auto poco tempo prima.
Cover, aneddoti assurdi e… vini
Con il passare degli anni, la canzone è diventata un classico, reinterpretata da numerosi artisti. Tra le cover più celebri, quelle di Sebastian, Judy Collins e K!d B. Senza dimenticare Taylor Swift, che nel suo Speak Now World Tour del 2011 la inserì spesso in scaletta, regalandole nuova vita. E poi c’è l’episodio più surreale.
Natale 2009. Charlie Sheen viene arrestato per violenza domestica. Motivo della lite con la moglie Brooke Mueller? Secondo Us Magazine, tutto sarebbe nato proprio da "Drops of Jupiter". Sheen aveva raccontato di quanto amasse condividere quella canzone con sua figlia, scatenando la gelosia della moglie: "Hai una canzone speciale con tua figlia, ma non con me?". La reazione di Monahan alla notizia fu lapidaria: "Io preferisco vederla come una parte positiva della relazione tra Sheen e sua figlia".
E infine, un dettaglio curioso: i Train hanno lanciato una linea di vini, ognuno con il nome di una loro hit. "Drops of Jupiter" è diventato un vino rosso, affiancato dal Pinot Nero "Soul Sister" e dallo Chardonnay "Calling All Angels".
La musica è fatta di suoni, certo, ma anche di storie, connessioni e rivoluzioni culturali, piccole o grandi che siano. Nei miei articoli cerco di raccontarla così: con amore, attenzione ai dettagli e una passione smodata per l'aneddotica. Perché dietro ogni canzone c’è una parte di universo che si muove. Lo storytelling come approccio alla critica e al racconto musicale. La mia più grande fonte di ispirazione, in tal senso, è Federico Buffa.
Mi chiamo Marco Brunasso, mi occupo di musica da sempre (e ne scrivo da qualche anno), esplorando artisti, dischi e movimenti che reputo irresistibili e interessanti. Alcuni dei miei articoli sono già stati pubblicati su Rockit e TechPrincess (per quest’ultimo portale ho creato una rubrica di storytelling chiamata Dentro la Canzone). Da pochi giorni ho co-fondato un magazine online chiamato Eye On Hype, e sono fondatore, cantante e bassista della band indie-rock LEHAVRE.