La (giusta) autocelebrazione di Fabi Silvestri e Gazzè

La recensione del film "Un passo alla volta", al cinema il 7, 8 e 9 aprile, tra storie e aneddoti.
La (giusta) autocelebrazione di Fabi Silvestri e Gazzè
Credits: Cecchetti

Niccolo Fabi, Daniele Silvestri e Max Gazzè camminano sotto il sole al Circo Massimo, sorridendo e scherzando tra loro. È fine maggio e i tre stanno facendo un sopralluogo per quello che sarà il loro concerto-evento. Salto temporale: da fine maggio ci ritroviamo al 6 luglio. Nell'antico stadio romano è tutto pronto per la festa dei tre cantautori, che hanno radunato 50 mila spettatori provenienti da tutta Italia: c’è chi viene dalla Sicilia, chi dal Veneto, chi dall’Emilia-Romagna. Intervistati dalla troupe del film che Fabi, Silvestri e Gazzè stanno segretamente girando, parlano de “Il padrone della festa” come di un disco di culto. Lo è, in effetti. Altro salto temporale: da Roma si passa a Colonia, Germania. Dal 2024 si passa al 2014. Niccolò, Daniele e Max sono impegnati con la promozione del disco appena uscito e tra le varie tappe arrivano anche nella città tedesca, ospiti di una radio che parla agli italiani residenti in Germania. «Sono passati dieci anni. Quello che è successo è stata semplicemente la volontà di festeggiare tra di noi questo disco», dice Gazzè, alludendo al decennale dell’album congiunto, tornando al presente. «Non l’esperienza di noi tre, ma proprio quel disco», aggiunge Silvestri.

«Siamo dei pazzi. Mi faceva paura (mettere in piedi il concerto al Circo Massimo, ndr) perché sfugge a quella mia attenzione di garantire ai nostri ospiti l’attenzione che meritano», si lascia sfuggire Fabi, che tra i tre era il più perplesso all’idea di fare un mega raduno nello stesso luogo che ha ospitato quelli di popstar come Thegiornalisti, Ultimo, Maneskin, Marco Mengoni. Alla fine filerà tutto liscio: niente critiche, niente polemiche, solo tanti ricordi condivisi da conservare nelle librerie digitali degli smartphone o in quelle anatomiche, più che analogiche, del cuore. Ora, a distanza di nove mesi, quel concerto rivive in un film: si intitola “Fabi Silvestri Gazzè - Un passo alla volta”, lo ha diretto il regista Francesco Cordio, è stato presentato in anteprima al Bif&st di Bari e arriverà al cinema come evento speciale il 7, l’8 e il 9 aprile. Il concerto al Circo Massimo è solo il pretesto per raccontare in un’ora e quaranta l’amicizia tra i tre, dalle origini ad oggi, tra successi, tour, viaggi e pezzi di vita condivisi insieme: un’autocelebrazione che Niccolò, Daniele e Max, arrivati a questo punto delle rispettive carriere, hanno voluto concedersi. E in fondo va bene così.

Tutto partì dal Locale: «Dicevano che eravamo raccomandati»

Il film alterna le immagini del concerto davanti ai 50 mila spettatori al Circo Massimo a interviste realizzate ai tre, ma non mancano filmati d’archivio: gli esordi al Locale di vicolo del Fico (culla di quella che è stata definita la seconda scuola di cantautori capitolini, che negli Anni ’90 portò nuova linfa creativa a Roma dopo gli anni, gloriosi, del Folkstudio), le partecipazioni da esordienti al Festival di Sanremo, le ospitate in tv, le promozioni dei dischi. È la genealogia di un’amicizia fraterna tra tre che si sono ritrovati a vivere un momento importante della cultura pop italiana degli ultimi quarant’anni e ne sono stati protagonisti: «Ho sempre sentito una particolare connessione con Daniele, perché entrambi appartenevamo a una Roma “bene”, tra virgolette. Io ero pariolino, madre nobildonna. Nell’ambiente musicale eravamo considerati i fighetti. Dicevano: “Non si sono sporcati con la vita per poterla raccontare. Oltretutto, girava voce che io e lui fossimo figli di», riflette Fabi. «Mi sono sentito rivolgere quel tipo di accusa più volte. Girava voce che Renzo Arbore fosse lo zio di Niccolò, che mio papà fosse scrittore e autore del Maurizio Costanzo Show», gli fa eco Silvestri. E Niccolò insiste: «Io peraltro ero figlio di un produttore della Pfm e discografico, Claudio Fabi. Eravamo entrambi considerati due raccomandati: non avevamo la patente della simpatia». Daniele fa spallucce: «Ho sempre pensato che facesse parte del gioco. E alla fine mi ha dato una serie di possibilità, quello sì, ma proprio a livello di conoscenza». «Venire dai Parioli può favorire un già esistente senso di colpa di chi si sente privilegiato e non capisce bene se il privilegio è qualcosa che merita o meno», chiosa Fabi. E Max, invece? «Io tagliai tutti i ponti. Da Bruxelles andai a Londra: occupai una casa nella zona sud. Suonavo con una band inglese, i Four Play Four. Facevamo lavori molto duri, come lavorare sei mesi in una marmeria».

Il ruolo delle canzoni e della musica in generale

È la musica, naturalmente, a fare da filo conduttore, accompagnando gli spettatori in un racconto che è al tempo stesso intimo e universale, personale e collettivo. “Capelli”, “Lasciarsi un giorno a Roma”, “L’uomo col megafono”, “Testardo”, “Il solito sesso”, “Facciamo finta”, “Sotto casa”: ogni brano diventa il tassello di un mosaico più grande, che racconta non solo il successo artistico, ma anche un modo di intendere la musica, la canzone, la scrittura, fatto di cuore e cervello, di pancia e di mente, di politica sociale e divertimento. «Le canzoni sono degli oggetti molto piccoli. Io non credo che debbano avere come componente fondamentale il messaggio politico. Sono così piccole e banali che la possibilità di diventare retoriche diventa immediata», osserva Fabi. Silvestri è contrariato: non può non esserlo, uno che ha scritto pezzi come “Cohiba”, “La paranza”, “L’appello”, “A bocca chiusa”. E infatti subito dopo suona “Il mio nemico”. In fondo, aveva una forte componente politica, sociale, anche “Il padrone della festa”, ispirato alla crisi ambientale e climatica e alla fragilità del Pianeta, nato da un viaggio dei tre nel sud del Sudan insieme a Cuamm - Medici con l’Africa, e poi completato “un passo alla volta”. «Stavamo facendo la cosa che ci piace di più del mondo e farla insieme, ognuno diventando musicista dell’altro», spiega Silvestri. «Non c’è una gerarchia in questa cosa: tre cervelli che lavorano insieme fanno un cervello più grosso», sottolinea Gazzè.

La fotografia di un'amicizia

“Il padrone della festa” rappresentò uno snodo cruciale per le carriere dei tre. «Grazie a quel viaggio io sono diventato più coraggioso», sorride Fabi, che dopo pubblicò “Una somma di piccole cose”, il suo disco più minimalista e struggente, quello di “Facciamo finta”, “Una mano sugli occhi” e “Le chiavi di casa”, tra Bon Iver, Damien Rice (la copertina riprendeva quella di un album dal vivo del cantautore, “Live from the Union Chapel”), Ben Howard e Sufjan Stevens. Fu il suo primo disco a conquistare la vetta della classifica settimanale dei più venduti in Italia, battendo Beyoncè. Daniele SIlvestri con “Acrobati” diventò ancor più vulcanico, Gazzè con “Maximilian” più surreale. Quando nel 2023 annunciarono il mega show al Circo Massimo, i tre spiegarono: «”Il padrone della festa” è diventato un oggetto di culto. Per qualche ragione miracolosa ha continuato nel suo piccolo a vendere ogni giorno. In questi dieci anni è capitato spesso a tutti e tre di essere fermati da fan con una copia del disco da autografare. È stata la fotografia della nostra amicizia e di una generazione intera. Dentro ci abbiamo messo quella voglia di condividere la musica che ci accomuna da quando nel ’93 cominciammo ad esibirci insieme sul palco dello storico Locale di vicolo del Fico, oggi ormai chiuso. Quel disco contiene quella magia che hanno solo i dischi nati in maniera spontanea, senza seguire logiche particolari. Cominciammo a vederci a casa e a provare insieme, come facevamo in cantina da ragazzini: canzoni come “L’amore non esiste” e “Life is sweet” hanno resistito al tempo». E alla fine, per citare Fabi, anche «quell’azzardo folle» di radunare i loro fan in una cosa così «fuori dalla nostra portata e dalla nostra misura», sembra aver avuto un senso.

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