Steven Wilson, musica per capire il ruolo dell'uomo nel cosmo
Quando nel 2021 William Shatner, il capitano Kirk di “Star Trek”, andò davvero nello spazio, provò una tristezza infinita. Pensava di coronare il sogno una vita, contemplando da lassù la meraviglia del cosmo, e invece sperimentò il nulla assoluto: assenza di calore e di suono, senso profondo di morte, nessuno al timone. Capì che l’unica bellezza stava piuttosto laggiù, in quel puntino nel vuoto chiamato Terra. In sintesi, provò la trasformazione cognitiva che provano tutti i cosmonauti e che lo scrittore Frank White nel 1987 definì “The Overview Effect”, effetto della veduta d’insieme.
È questo il titolo del nuovo disco di Steven Wilson, in uscita il 14 marzo per Fiction Records, accompagnato da un film realizzato da Miles Skarin, e dal vivo il 7 giugno a Milano (Teatro Degli Arcimboldi) e l’8 giugno a Roma (Parco Della Musica). Due soli brani, “Objects Outlive Us” e “The Overview”, 42 minuti di rock espansivo in audio spaziale, scritto e prodotto in casa. Una specie di controffensiva al modello TikTok. Nel frattempo Wilson, che è diventato l’ingegnere del suono più ricercato per i remix, ha restaurato anche l’audio del “Live at Pompeii” dei Pink Floyd, in sala dal 24 al 30 aprile. «Un onore» spiega «Vidi il film da ragazzino in un cinema di quartiere e rimasi impressionato. Le immagini restaurate sembrano riprese di oggi. Sono rimasto fedele ai suoni originali di quel 1971, dando più chiarezza e profondità». Ascoltando il suo “The Overview Effect”, non si può non pensare ai Floyd o a Bowie (con tanto di citazione “is there life on Mars?”), eppure è un disco puramente alla Wilson, con il suo modo di sviluppare il tema e procedere fra gli stili, incorporando elettronica, ambient, metal, psichedelia. Detestò l’etichetta “prog” affibbiata negli anni ’90 ai suoi Porcupine Tree, e se ne è allontanato in ogni modo, stavolta però è proprio quel tipo di dilatazione che gli serviva «Ma senza riferimenti musicali precisi» sottolinea «Mi ha influenzato più il cinema, specialmente “2001 Odissea nello spazio».
È nato prima il concept o la musica?
«Avevo il titolo molto prima che uscisse una nota o una parola. Non sapevo nulla dell’”overview effect” finchè non ho parlato con Alex Milas di Space Rocks, l’organizzazione che combina arte e astronomia. Cos’hanno in comune scienza e musica? Curiosità e creatività. Per me l’arte, come la scienza, è esplorazione dell’ignoto».
Quale prospettiva ti ha dato quest’esplorazione?
«Ho colto l’insignificanza del pianeta Terra e della specie umana all’interno dello schema cosmologico. L’universo è disinteressato a noi, sta qui da miliardi di anni e ci sopravviverà, mentre noi siamo qui da cinque minuti e forse spariremo. Se accogli questa verità, capisci di vivere su un pianeta bellissimo».
Nel libro “Guida Galattica per gli Autostoppisti” la prospettiva totale era una tortura. Vedere tutto, per certi versi, è inaccettabile. No?
«Infatti il disco riflette questo conflitto. Le reazioni all’effetto panoramico sono sia positive che negative, è un vero viaggio nella coscienza, per questo motivo non aveva senso scrivere dieci brani separati. Doveva essere un film per le orecchie, un singolo flusso, per poi arrivare all’unica soluzione che ci può aiutare, e cioè capire che la vita è un dono, o un accidente se vuoi. Dobbiamo goderci al massimo la corsa».
Il disco è diviso in due parti. Corrispondono a punti di vista diversi?
«La seconda è nello spazio, più scientifica. Nella prima invece volevo mettere a confronto le piccole storie degli uomini, mini soap opera che viviamo come cataclismi, e fenomeni cosmologici di cui non ci preoccupiamo affatto. Ci guardiamo l’ombelico, lo schermo del telefonino, e non alziamo mai gli occhi per vedere cosa succede sopra le nostre teste e ridimensionarci»
I testi della prima parte sono affidati a Andy Partridge degli XTC. Perché lui?
«È un bravissimo osservatore del quotidiano. Riesce a narrare contemporanemanete il tassista e il meteorite, la fila in banca e la Via Lattea».
Non c’è speranza di portarlo con te ospite dal vivo?
«Ha una fobia per il palco, e tristemente non sarò io a fargli cambiare idea. Quello che fa, però, lo fa ancora in maniera brillante»
Il nostro sguardo verso lo spazio è cambiato. Un tempo era poetico, pieno di ottimismo. Oggi è di conquista, economico?
«Se ti limiti a pensare alla conquista di Marte da parte di Elon Musk o di un nuovo viaggio sulla Luna sì, ma è come girare per uno spazio locale, come bussare alla porta accanto. Lo sguardo deve essere molto più ampio, a trilioni di galassie, alla luce che impiega anni per arrivare ai nostri occhi. Ci sono più stelle che granelli di sabbia, è questo che ti dà le giuste proporzioni e ti fa capire quanto siamo piccoli»
Sbaglio se dico che “The Overview Effect” è la somma delle fasi della tua carriera?
«Vero. Faccio musica da più di trent’anni, ma ora ho un mio vocabolario, un suono e uno stile riconoscibile. Non è sempre stato così. Quando compongo non ho coscienza di cio che faccio, permetto solo al mio dna musicale di manifestarsi in modo naturale, quindi nel disco sono uscite tutte le mie esperienze e le mie influenze musicali. Poteva accadere solo a questo punto della mia carriera».
Fai finalmente ciò che desideravi?
«Sì perché a 11 anni già sognavo di fare un disco, e intendo proprio l’oggetto. Mai sognato di essere un chitarrista, un cantante o una popstar. Non volevo suonare per fare soldi nè per avere ragazze. Ero ossessionato solo da una cosa: creare quel tondo magico chiamato vinile. Desideravo essere il regista di un viaggio musicale, ed è ciò che faccio oggi, portando la gente dove non si aspetta, musicalmente, emotivamente e, in quest’ultimo caso, anche filosoficamente».
Il tuo nome viene sempre associato alla musica anni ’70, ci dimentichiamo che sei un ragazzo degli anni ‘80.
«Ho molti fan del rock progressive, e in questo disco il prog c’è ma perché è indotto dal tema trattato ed ha il significato che gli attribuisco io, cioè non è il passato, non sono i Genesis, ma è il non conforme, la direzione inaspettata, il cambio continuo, progressivo appunto. Io sono cresciuto con il post-punk, compravo i dischi di Kate Bush, Cure, Smiths, Depeche Mode, Talk Talk, Tears For Fears, il giorno stesso in cui uscivano. Poi ho scoperto il resto. E l’ho anche superato, andando ad ascoltare Stockhausen, Miles Davis, Luciano Berio, roba più sperimentale. Così come mi sono appassionato al jazz, al pop, all’elettronica. Si è tutto mischiato, e mi è difficile capire la nozione di “genere”. La musica è questa magica forza che si manifesta in migliaia di modi diversi».
Nel disco usi dei falsetti alla Prince. Fu il primo poster in cameretta?
«Non so se venne prima il poster di Prince o di “The Dark Side Of The Moon”, che mio padre da piccolo mi faceva ascoltare a ripetizione».
Che piacere trovi nel fare i remix?
«La gioia è imparare molto della musica che mi ha ispirato, soprattutto del recording. Decostruire e ricostruire è un privilegio perché scopri il processo tecnico e certi approcci che ormai non esistono più»
Hai mai chiesto di remixare Bowie?
«Eh, sarebbe il lavoro dei sogni! Ma è altamente improbabile. Bowie ha lasciato detto che solo gli ingegneri e i produttori che lavorarono ai suoi dischi possono rimetterci mano».
Come farai a trasferire il suono di questo disco nei live?
«Non sarà possibile farlo identico perché serve tanto tempo per calibrare acusticamente la sala e ho concerti ogni giorno in città diverse. Però userò la quadrifonia, con le casse dietro al pubblico, e videoproiezioni potenti. Con me ho una fantastica band, compreso il chitarrista Randy McStine (già dal vivo con i Porcupine Tree ndr). In ogni gruppo, cerco di essere sempre il peggiore musicista sul palco».
Alcuni sono scettici sull’audio spaziale. Jean Michel Jarre sostiene che invece sia il più naturale, perché noi percepiamo a 360°. Concordi?
«Pienamente. I puristi dello stereo obiettano che noi abbiamo solo due orecchie, quindi a che serve sentire suoni che arrivano da più parti? Io rispondo che, comunque, con due orecchie percepiamo da dove arriva quel suono. Ad un concerto il gruppo è davanti a te, ma tu senti anche i riverberi delle pareti, del soffitto, echi vari. La vita è tridimensionale, e l’esperienza immersiva prenderà sempre più piede, nei film, nei videogiochi, addirittura nelle call su Zoom».
Con i Porcupine Tree siete in pausa?
«Faremo altra musica insieme, ma do la priorità alla mia carriera solista. Adoro il fatto che oggi posso permettermi di fare entrambi».
Hai un legame forte con l’Italia?
«Fu il primo paese ad accogliere i Porcupine Tree. A Londra, a metà anni ’90, suonavamo letteralmente davanti a dieci persone nei pub. Ci aspettavamo gli stessi numeri a Roma, invece non dimenticherò mai la sensazione di salire sul palco davanti a 1500 persone che conoscevano tutti i testi a memoria. Se non fossi già stato innamorato dell’Italia, me ne sarei innamorato allora. Per me è un posto speciale».