Elvis Presley oggi compirebbe 90 anni

Cosa resta oggi del Re del rock'n'roll?
Elvis Presley oggi compirebbe 90 anni

L’8 gennaio 2025 Elvis Aaron Presley, nato a Tupelo l’8 gennaio del 1935 – solo sopravvissuto di un parto gemellare – e morto a Memphis il 16 agosto 1977, avrebbe compiuto novant’anni. Un traguardo, quello dei novant’anni, peraltro precluso alla maggior parte delle rockstar, forse anche a causa del postulato di Neil Young - “meglio bruciare che spegnersi lentamente” (“it’s better to burn out than fade away”).

Presley non arrivò neanche a metà di quel traguardo, ma questa ricorrenza ci induce a qualche considerazione su quanto ci abbia lasciato, il “re del rock’n roll”, in termini di eredità artistica.

Se nei teenagers di oggi già si sta scolorendo il mito dei Beatles, figuriamoci quello di Elvis che - soprattutto in Italia – è stato spesso considerato alla stregua di un’effimera stella cometa dalla parabola incomprensibile, diviso com’era fra musica, cinema, stardom e una vita privata minata da insicurezze ed eccessi.

“Forse non si potrà dire che Elvis sia stato l’inventore del rock and roll” scrivevo qualche decennio fa, “ma è certo che ne sia stato il più fulgido interprete – Presley è l’essenza stessa del rock”.

Ed in effetti per tutti gli storici e i fan esiste un mondo before e un mondo after Presley, il suo avvento essendo destinato a cambiare il panorama non solo musicale ma sociale e culturale; un mutamento avvenuto attraverso le sue canzoni, il suo stile, il suo modo di interpretarle.

A distanza ormai siderale non solo dalla nascita ma anche dalla morte di Presely – nel rock i decenni si misurano in eoni – cosa resta oggi del suo mito? Come si possono ancora ascoltare registrazioni talmente antiche che potrebbero presto finire in pubblico dominio (i diritti dei master scadono dopo 70 anni dalla loro prima pubblicazione)?

Forse, a far da ponte fra la preistoria e l’oggi e a dimostrazione di quanto la leggenda sia rimasta viva, ci possono venire in episodico soccorso le canzoni più o meno apertamente ispirate al personaggio: per esempio “Crazy little thing called love” dei Queen o “Tupelo” di Nick Cave (un rocker che ha citato più volte nelle sue canzoni il Re del rock’n roll), o i dichiarati, affettuosi riferimenti da parte di artisti come Springsteen o McCartney.

Ma ancora più è stata la cinematografia a continuare ad esplorare il mito di questo artista così presente nella memoria quanto elusivo nel permetterci di entrare nella sua stessa storia e soprattutto nei motivi (se mai ne possano esistere) di un inesorabile processo autodistruttivo – peraltro comune a tanti astri della nostra musica, da Jimi Hendrix a Janis Joplin, da Tim Buckley a Kurt Cobain e oltre.

Già un paio di anni fa il film “Elvis” di Baz Luhrmann aveva aperto la porta ad una rilettura della vita e dell’opera di Presley. Ma le analisi non sono finite qui: ecco allora le recentissime opere documentaristiche di Nick Randall, “The last days of Elvis Presley”, e soprattutto di Jason Hehir, “Return of the king, the fall and rise of Elvis Presley”.  Sì proprio così: the fall and rise, non the rise and fall (il film è visibile su Netflix).

Quest’ultima opera filmica si concentra su quello che può essere considerato l’apice artistico di Presley, cioè il “Comeback special”, lo show televisivo trasmesso dalla NBC il 3 dicembre del 1968, che segnò il suo ritorno sulle scene musicali dopo un lungo periodo di esilio hollywoodiano; un periodo che - se fece bene alle tasche dell’artista e alla sua popolarità presso il pubblico femminile – rischiò di decretarne la derubricazione dalla grande storia del rock.  

Quel ritorno fu seguito da almeno cinque anni di ottimi dischi e splendide performance – mai nessuna fuori dal confine degli Stati Uniti – e poi da un periodo di ripido declino, il viale del tramonto che lo avrebbe condotto alla fine, non solo del percorso artistico ma della sua stessa vita.

E dunque riaprire il suo songbook, a partire dalle prime, fondamentali registrazioni della fine degli anni Cinquanta per arrivare appunto agli anni del ritorno e del “Memphis record” e poi a qualche fenomenale concerto, ci permetterà di riassaporare, in questa data celebrativa, non solo le qualità vocali di un cantante straordinario, ma la sua personalità, la sua sensibilità nel saper affrontare a livello interpretativo ogni genere musicale (persino troppi).

Certo, l’Elvis che a noi piace di più è quello delle origini: come lui nessuno mai aveva saputo fondere e diffondere generi musicali in precedenza appartenenti alla cultura dei bianchi e a quella dei neri ma in modalità segregata, tanto nel momento compositivo quanto in quello della fruizione – blues, country, gospel, bluegrass; l’Elvis che a noi piace di più è quello che riemerge, inaspettato, ancora giovane ma più maturo, sul ring del Comeback special, risplendente in un completo di pelle nera. E rivederlo oggi prendere a pugni il destino, mai così in forma, mai così vibrante, mai così desideroso di rivincita, ancora ci emoziona. Ancora ci fa ricordare perché – per tutta la vita – abbiamo amato e ascoltato il rock and roll.

 

Claudio Buja, Presidente di Universal Music Publishing Ricordi e cultore di Elvis Presley, nel 1988 ha scritto la prima biografia italiana di Elvis Presley (nella foto sotto)

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