Kingfishr: la band folk irlandese pronta a prendersi l’Europa
Ci si sofferma già sul nome: Kingfishr. Una contrazione del nome inglese del martin pescatore, un volatile molto diffuso lungo corsi d’acqua irlandesi che rimane sedentario finché non resta senza cibo: a quel punto risale la montagna in cerca di ciò che non ha trovato a casa. Analogia formidabile, vero? Come il martin pescatore, ogni membro di questa band - che ancora per poco potremo definire emergente - ha cercato fuori dalla propria bolla esistenziale quel nutrimento di cui aveva bisogno per sopravvivere. L’hanno trovato tutti nello stesso luogo: la musica.
I Kingfishr sono un trio folk irlandese che ha appena varcato i confini nazionali e conquistato il Regno Unito in un amen. Anche fuori dalle isole britanniche si sono attivati i radar, perciò è diventato doveroso volare oltremanica per incontrare Edmond “Eddie” Keogh (voce, chitarra), Eoghan “McGoo” McGrath (banjo e tanti altri strumenti a corde) e Eoin “Fitz” Fitzgibbon (basso) e scoprire cosa c’è di tanto speciale in questi giovani musicisti.
Il passato
Eddie, McGoo e Fitz si sono incontrati qualche anno fa, all’università di Limerick. «Stavamo frequentando, male, ingegneria informatica» afferma Eddie, con una grande enfasi sull’avverbio. Sembrano tenerci al loro status di losers, che in effetti calza a pennello, nell’accezione più romantica e affettuosa possibile. La passione per la musica li ha fatti unire e la consapevolezza condivisa di non voler davvero diventare ingegneri ha fatto il resto. Da lì in poi è stato tutto molto veloce: hanno scritto una canzone, hanno capito quanto fosse buona, un loro amico stava aprendo uno studio di registrazione proprio in quel momento e siccome non aveva artisti con cui registrare propose a tre amici di farlo gratis, per iniziare. «Tutto è accaduto talmente in fretta che non ho fatto in tempo a dire a mio padre che suonavo», dice Eddie. «L’ha scoperto con eccessivo stupore quando mia sorella l’ha trascinato ad un paio d’ore da casa per vederci suonare. Superato lo shock di scoprire che avrei suonato, si aspettava un pub con qualche decina di amici a sentirci improvvisare delle cover e invece si è ritrovato davanti una folla di persone che cantavano, in un concerto in piena regola».
Per loro, come per ogni band che si rispetti e che vuole sopravvivere a questo business pronto a cannibalizzare chiunque resti indietro, i concerti sono la cosa più importante. Per questo, non possono proprio fare a meno di raccontare del loro primo Glastonbury Festival, andato in scena appena qualche mese fa. L’argomento gli scappa freneticamente di bocca alla prima buona occasione: «Non eravamo sul main stage, ma l’ansia era tantissima. Così come le insicurezze! Eravamo pronti a suonare solo per noi e per l’entourage» dice Fitz. «Sì, però ci sarebbe bastato. Per noi l’importante era essere a Glastonbury e meritarci quel palco», specifica McGoo, il più emozionato dei tre al cospetto di un ricordo tanto fresco quanto imponente. Solo che i Kingfishr, al festival più famoso del mondo, non hanno suonato solo per i roadie e il tour manager. Davanti al loro palco ogni centimetro di spazio vitale è stato occupato in pochi minuti, così si sono ritrovati a suonare per diecimila persone. E loro non hanno dubbi: è stato il concerto più bello e importante della loro carriera. Almeno finora, si intende.
Il presente
Oggi i Kingfishr sono in una di quelle situazioni in cui le trappole sono tante, ma le possibilità sembrano infinite. Stanno ancora definendo la loro impronta artistica, talvolta col rischio di assomigliare un po’ troppo ai loro punti di riferimento, ma sono in piena eruzione creativa. Hanno appena concluso un tour abbastanza sorprendente, in cui ogni singola data annunciata è andata sold out in prevendita. Tutto questo senza che sia ancora stato pubblicato un album in studio. Senza alcuna hit o canzone virale su TikTok. Un passaparola basato sulla qualità dei primi singoli pubblicati e dei live, che si distinguono da quelli di una band folk qualunque.
La sensazione è che la dimensione di palchi e platee andrà a crescere esponenzialmente, perché è dal vivo che i Kingfishr si rivelano in tutta la loro freschezza. L’energia di Eddie travolge il pubblico fin dall’ingresso sul palco. Un vero frontman, un autentico mattatore che ha la stamina dei ventenni ma la furbizia di un performer fatto e finito. Inoltre - e questo è forse la cosa più importante di tutte - ha una voce potente e avvolgente che da sola potrebbe già dare un senso alla carriera. Fitz e McGoo sono molto più introversi, ma suonano molto bene e appaiono divertiti. Ed è anche questo il bello di poter vedere dal vivo degli artisti agli albori di una carriera promettente: si godono ogni singolo momento immersi nella gratitudine e nell’entusiasmo, prima che la disillusione e il logorìo della vita in tour arrivi a corromperne o standardizzarne i contenuti. I Kingfishr dalla loro hanno un’identità culturale molto forte, soprattutto in riferimento al loro senso di appartenenza.
Secondo Eddie l’Irlanda sta vivendo un’esplosione culturale senza precedenti. Anche Fritz ne è molto convinto. Lui è il più taciturno dei tre, ma il suo sguardo si accende quando parliamo della sua terra. Si parla dei libri di Sally Rooney, forse in questo preciso momento l’autrice commercialmente più rilevante del mondo, e di Paul Lynch, che con il suo romanzo “Il canto del profeta” ha vinto il prestigiosissimo Booker Prize 2023, mentre qui in Italia è stato finalista del Premio Strega Europeo e tra i più interessanti ospiti del Salone Internazionale del Libro di Torino. E che dire del cinema? Basti pensare al successo di un film come “Gli spiriti dell'isola” (The Banshees of Inisherin) di Martin McDonagh, irlandese in ogni fotogramma, con una sfilza di attori irlandesi conosciuti e amati in tutto il mondo.
«Ma pensiamo alla musica, con Dermot Kennedy, Hozier, Fontaines D.C. e tanti altri artisti di successo che stanno portando la nostra nazione in ogni angolo del pianeta. Anche quello che stanno ottenendo i Kneecap è a modo suo unico. Questo è un momento d’oro per la nostra musica». Certo, stiamo parlando della patria degli U2, ma secondo McGoo ora è diverso. «È difficile dire quanta dignità ci fosse all’epoca nel rivendicare le origini irlandesi. In fondo gli U2 sono quelli che hanno insegnato alle band americane come essere più americane. Ma oggi per noi, come per tanti altri artisti, dire di essere irlandesi è un punto di forza, oltre che motivo di orgoglio». Lo dice anche la loro bio di Bandcamp: “I Kingfishr sono la prova dell’esperienza irlandese moderna, che affronta l'amore, la perdita e la lotta per trovare il proprio posto nella società”.
Il futuro
A quanto pare il loro posto nella società, per adesso, l’hanno trovato. Non c’è dubbio sul fatto che il percorso dei Kingfishr conduca a un futuro luminoso. Ma la voracità dell’industria musicale, non li spaventa? «Un po’ sì, e abbiamo già schivato due o tre proiettili in questi ultimi mesi. Anzi, proprio questo semestre è stato fondamentale per renderci conto dei pericoli del settore e realizzare che siamo perfettamente in grado di resistervi e di proseguire per la nostra strada. Non siamo focalizzati sulla fama, ma abbiamo grandi ambizioni e grande fiducia nei nostri mezzi». Stanno capendo come muoversi, così come stanno mettendo a punto quello che sarà il loro sound. Viene naturale portare a galla le fonti di ispirazione di cui i ragazzi parlano con grande passione, la stessa di chi ancora vede la musica come un grande amore, prima ancora che come un mestiere. Si parla di Bon Iver, Ben Howard, Hans Zimmer - Fitz ne sembra abbastanza ossessionato - e, inevitabilmente, dei Mumford and Sons.
I Mumford, all’apice della loro notorietà in quanto alfieri di un movimento new folk del tutto inaspettato, una decina di anni fa decisero di appendere il banjo al chiodo, imbracciare le chitarre elettriche e diventare una rock band. Per molti si trattò di un passaggio naturale, per non restare ancorati a un sound ripetitivo e troppo old fashioned per reggere la prova del tempo. Questo vale anche per i Kingfishr, che sul banjo di McGoo stanno puntando molto? Secondo loro sì. «Non abbiamo alcuna fretta di pensare al sound futuro, dato che stiamo ancora capendo quale dovrebbe essere quello di oggi, però non abbiamo alcuna intenzione di restare soltanto una band folk. Anzi, in un certo senso già mentre ne parliamo stiamo smettendo di esserlo. The Saviour, il nostro ultimo singolo, ha già un piede nel rock e siamo convinti che la nostra identità stia nel mezzo».
Non si pongono limiti e, in tal senso, includere nelle principali influenze artistiche anche Hans Zimmer, il compositore di colonne sonore più pop del mondo del cinema, acquisisce sempre più un senso. «Ci sentiamo molto cinematografici, nel senso più sensazionale del termine. Guardiamo con ammirazione agli artisti che scrivono canzoni epiche, evocative, per questo amiamo le colonne sonore. La nostra “flowers-fire” per esempio nasceva con quell’intento e appena avremo messo a punto gli ultimi dettagli per l’album saremo pronti a muoverci verso qualcosa di ancora più ampio». Quel qualcosa che molto probabilmente li porterà alla conquista dell’Europa e magari, perché no, del mondo.