"Rompi il silenzio": intervista a Mida
Salute mentale e industria musicale: questo è uno dei temi affrontati da Rockol alla Milano Music Week per per il terzo anno consecutivo, con una serie di incontri, tra cui quello con l’artista Mida, intervistato da Gianni Sibilla.
Che cos'è per te la salute mentale? Come definisci il tuo stare bene o male in questo ambiente?
Penso di dover dare una risposta soggettiva a questa domanda, perché credo che ognuno la viva in modo diverso. Per quanto riguarda il mio stare bene o male, dipende molto dal mio carattere e da come si impone su ciò che succede. È una cosa che spesso sento come innata. Quindi, rispondendo alla tua domanda, penso sia soggettivo.
In che modo il tuo benessere è influenzato dal tuo lavoro, dalle cose che scrivi o che ti accadono? Quando ti rendi conto che qualcosa nel lavoro, non ti fa stare bene e devi fermarti? Hai qualche indicatore?
Da fuori si vede spesso l'immagine stereotipata di un ragazzo che ha successo, anche se nel mio caso è stato in misura contenuta. Non è un lavoro facile. Una cosa che trovo particolarmente fastidiosa è quando leggo, per esempio, post su Olivia Rodrigo. Ho visto un articolo su ESSE Magazine che parlava di lei e del fatto che, durante un tour mondiale, si fosse sentita esausta sia fisicamente che psicologicamente. Quest'estate, vivendo una piccola parte di quella esperienza, ho capito cosa intendeva. Mi ha colpito vedere i commenti delle persone, spesso superficiali, che minimizzavano la situazione. Mi dispiace, perché manca una vera comprensione. Secondo me, andrebbe spiegato meglio.
Come si può spiegare questa situazione? Chi lavora nel mondo della musica viene percepito come privilegiato, ma è comunque un lavoro.
Lo siamo, ma questo non significa che non ci siano difficoltà. È un mondo di alti e bassi estremi, e devi essere pronto a gestirli, perché possono farti molto male. Un mese sei ovunque, tutti vogliono qualcosa da te, e il mese dopo nulla. Questo può destabilizzare. Io l'ho vissuto più volte quest'estate, con continui up e down, non solo miei, ma anche dei miei amici. Mi considero una persona forte, capace di affrontare questi alti e bassi, ma il problema nasce quando manca consapevolezza. Senza di essa, la situazione può diventare pericolosa.
Hai citato i social. Tu sei cresciuto immerso in questo ambiente. Come ti ci relazioni, considerando che possono essere strumenti potenti ma anche tossici?
Mi ci relaziono perché esistono. Però non ho ancora imparato a gestirli del tutto. È difficile separare il valore della tua persona dall'impatto che un post può avere. Spesso, le persone parlano di te in base ai like o ai commenti. Anche chi è pensante fa ragionamenti del genere, e io lo trovo triste. Quindi, sto ancora imparando. Non usarli significherebbe essere fuori dal mondo. Penso che in futuro si evolveranno, ma servono norme per regolarli.
Ti confronti con altri artisti su questi temi? Vi scambiate esperienze o consigli?
Sì. C'è un ragazzo a cui tengo molto, che sta avendo successo. Di recente ci siamo confrontati in maniera profonda. Guardandolo da fuori, sembra che stia vivendo un sogno, ma c'è molto di più. Quello che cerco di spiegare, anche con la mia musica, è che non è il traguardo a contare, ma il viaggio. Sembra un cliché, ma è la verità.
Come ti relazioni con i professionisti che ti supportano, come la tua etichetta, Believe? Riesci a esprimere quando qualcosa non ti fa stare bene?
Mi sento fortunato, perché chi mi segue tiene molto alla mia salute mentale. Il mio manager è anche un amico, quindi se qualcosa mi destabilizza, me lo fanno notare e mi dicono di chiedere aiuto se necessario.
Sanremo Giovani e Amici sono esperienze intense. Come le hai vissute mentalmente, oltre che musicalmente?
Sanremo Giovani è stata un'esperienza completamente diversa rispetto a Amici. Sanremo Giovani è durato molto più di quella singola settimana in cui ho partecipato: ci ho provato per due anni consecutivi. Il primo anno ero stato inserito nella lista, quindi inizialmente sembrava tutto andare per il meglio. Ero convinto di potermela giocare, ma poi ho vissuto l’illusione di non farcela. Quella delusione mi ha dato la forza di riprovarci l'anno successivo, senza fretta, con l'obiettivo di arrivarci più preparato. E infatti, l'anno dopo sono stato nuovamente inserito nella lista e questa volta sono arrivato in finale. Ricordo ancora il giorno in cui ho ricevuto la notizia: ero in Duomo quando mi è arrivato il messaggio dalla mia etichetta che diceva "Guarda che siamo dentro". È stato un momento carico di emozioni, un vero "up". In quel momento, ingenuamente, non avendo ancora vissuto ciò che sarebbe venuto dopo, ho gioito con la speranza di continuare il percorso e magari entrare tra i "Big". Quell'anno non è successo, ma col senno di poi forse è stato un bene. Dopo quell'esperienza ho passato un intero anno a produrre musica e a crescere, sia artisticamente che personalmente. È stato un anno fondamentale per il mio percorso, durante il quale ho cambiato completamente il mio approccio alla musica. In quel periodo ho scritto i pezzi che mi hanno cambiato la vita, quelli che ho poi presentato ad Amici.
Quando è arrivata la chiamata per Amici, ho pensato: "Che facciamo qua?". Partecipare a Amici è stato come vivere un’esperienza lunga quanto un podcast infinito: dura nove mesi, ma sembra che un giorno valga come una settimana. Io sono rimasto dentro per un anno intero. Raccontarlo in breve è impossibile, servirebbe davvero un podcast. Quest'anno sto osservando il programma dall'esterno e mi sono incontrato con Sara, una ragazza con cui ho partecipato. Loro sono già alla nona puntata e io mi sono chiesto: "Come sono già alla nona puntata?". Mi sembra che sia iniziato ieri, eppure loro sono già avanti. Alla nona puntata io ero completamente immerso, mentre ora loro sembrano aver già costruito legami destinati a durare per sempre. Amici è un percorso lungo, impegnativo e difficile da gestire. È una sfida continua, ma se affrontata nel modo giusto ti dà tanto, sia a livello personale che professionale.
Rifaresti questi percorsi?
Sì, perché mi hanno portato ad essere dove sono adesso, sicuramente. Insomma, è un percorso che non è iniziato l'altro ieri, ho già fatto un bel po' di strada, ho già un bel po' di esperienza.
In mezzo c'è stata la pandemia, che è stata un disastro per tutti, ma soprattutto per la tua generazione. Che percezione mentale hai avuto di quel periodo? È stato lì forse un momento in cui il tema della salute mentale è iniziato a venire davvero fuori, secondo te?
Per forza, perché matematicamente, quando si ha più tempo, la notte si riflette, perché si è da soli. In quel caso, la gente era costretta a riflettere per più tempo, perché si è un po' annullata la vita di tutti. Quindi riflettere per più tempo ti porta magari a delle conclusioni e a delle non conclusioni, quindi ti può portare a un tormento, come a una tristezza. Quindi è normale, secondo me, non che sia giusto, però è normale che ci sia stato un po' un'inclinazione riguardo i problemi di salute mentale, perché non è una cosa naturale stare chiusi in casa per mesi. Quindi, non può che far male.
Cosa ti aspetti ora dalla tua carriera? Ti senti più pronto?
Sono un sognatore. Il mio obiettivo è internazionale, e so che richiederà tempo. L’esperienza con Amici mi ha dato una corazza. C'è ancora molto da lavorare, ma mi sento sempre più pronto.
Questo contenuto fa parte della campagna di sensibilizzazione di Rockol sulla salute mentale: “Rompi il silenzio” - La salute mentale nell’industria musicale italiana - #oltrelostigma Un ringraziamento particolare a Believe per la collaborazione.