Ringo, you are the greatest
In coincidenza con la pubblicazione del cofanetto di vinili dei loro primi dischi in edizione statunitense, Sprea manda nelle edicole un numero speciale di "Classic Rock" dedicato ai Beatles, 116 pagine curate da Maurizio Becker, Luca Perasi e Luigi Abramo, con testi scritti dagli ultimi due. Dai contenuti della rivista, riccamente illustrata, l'editore ci ha gentilmente concesso di trarre le due pagine firmate da Luigi Abramo dedicate al profilo di Ringo Starr, del quale è di imminente uscita l'album "Look up".
Freddie Mercury. David Bowie. Elton John. Sting. Bob Dylan. Bono. Joe Strummer. Iggy Pop...
Meglio fermarsi, perché l’elenco dei nomi d’arte del pianeta Rock è davvero lunghissimo. Eppure, se ci chiedessero a bruciapelo di nominarne uno, l’istinto di molti di noi andrebbe a pescare proprio il suo, dagli archivi della nostra memoria, come se ne avesse inventato il concetto, come se di quella razza di fantastici alieni della musica che cambia identità quando entra in contatto con noi, lui fosse proprio il primo: Ringo Starr. Forse per quell’atmosfera alla Ziegfeld Follies che evoca, un misto di polveroso eroe western per ragazzi e un’insegna fatta di lampadine a Times Square, forse perché alle misteriose magie che caratterizzano numerose la storia dei Beatles va aggiunta anche questa, forse per qualche bizzarro meccanismo mnemonico da approfondire. Oppure, più probabilmente, perché diversamente da quelli ai quali abbiamo accennato, dietro al suo nome non si celano la rockstar incorniciata dal riflettore più luminoso, il volto truccato trasgressivamente, lo sguardo da leader, l’espressione stanca da messia dei giorni nostri. Ma un uomo semplice e ironico, troppo spesso bollato come un fortunatissimo gregario, che del mito è stato ed è elemento fondamentale e insostituibile.
Non esagera il biografo Bob Spitz quando scomoda Dickens e le atmosfere più dure dei suoi romanzi di formazione per descrivere la sfortunata infanzia di Ritchie, nato a Liverpool nel 1940. A chi conosce le dinamiche della città di quel tempo, è sufficiente sentire Dingle, il nome della zona dove abitavano gli Starkey, per capire quanto già l’ambiente non fosse dei migliori, anzi il contrario. A completare il quadro, un padre presto uccel di bosco e soprattutto numerosi, importanti problemi di salute. In coma per diversi giorni a 6 anni, come conseguenza di una peritonite, e un ricovero di 12 mesi che lo lascia
indietro negli studi, Richard si sforza per anni di rimettersi in pari, ma nel 1953 una tubercolosi lo costringe in ospedale per due anni. Per facilitare la riabilitazione motoria e vincere la noia, Richard si unisce alla band del nosocomio sviluppando interesse per le percussioni: è la nascita di un amore che durerà per sempre. Grazie all’ottimo rapporto col patrigno Harry Graves, che lo
introduce alle big band e ai grandi interpreti, Starkey approfondisce la sua passione e quando Harry gli regala la sua prima batteria, per quanto rudimentale, il destino di Starkey è segnato.
L’esplosione dello skiffle crea un “fall out” di nuovi gruppi in ogni luogo del Regno Unito e il ragazzo non ne è immune: dopo varie militanze in diverse band, approda allo sgabello del batterista di una delle migliori di Liverpool, da poco ribattezzata Rory Storm & the Hurricanes. Su suggerimento di Rory, che vede le sue mani piene di anelli, Richard Starkey diventa Ringo Starr. Da qui in poi, senza retorica, è storia: i Beatles conosciuti ad Amburgo, George Martin che non è contento di Pete Best, un riluttante Brian Epstein incaricato di scaricarlo, la proposta di unirsi al gruppo e Ringo è un Beatle. Per sempre.
Oggi, dopo anni e anni di critica miope (non tutta, ovviamente) e analisi superficiali riguardo al suo ruolo nella band, affermare
che il viaggio dei Beatles senza Ringo sarebbe stato assai meno brillante non solo è possibile, ma doveroso. Umanamente, Ringo si rivela immediatamente il tassello mancante: al contrario di Pete, è in completa sintonia con lo stile comunicativo degli altri tre, con la loro caustica ironia e il bizzarro senso dell’umorismo. Ma più ancora, il suo carattere mite, che cerca il buono in ogni cosa, gli permette di instaurare equilibrati legami individuali con ognuno dei suoi bandmates, dei quali riesce a gestire i lati oscuri: il comportamento passivo-aggressivo del Lennon più lunatico, la pignoleria a volte insopportabile di McCartney, la scontrosità di Harrison. Non per questo si dimostra disposto a ingoiare ogni rospo o a non far valere le proprie opinioni: come è noto, si allontana senza indugi quando l’atmosfera si fa irrespirabile, durante le session del "White Album", per poi essere riaccolto dai compagni che hanno adornato di fiori la sua batteria, ad esempio, o si rifiuta di suonare per la "How Do You Sleep?" di John (al contrario di Harrison) giudicando esagerata l’invettiva anti-Paul del testo.
Ma, sopra ogni cosa, Ringo è un batterista di grande qualità. Dotato di un roccioso senso del tempo, suona un kit da destrorsi pur essendo mancino, creando fill unici ed eleganti ("Come Together" docet); fanatico delle accordature, si discosta da quelle standard abbassando la tensione dei suoi tamburi, il suo stile nel colpire il charleston “a spazzare” crea tocchi diversi in ogni brano e il suo uso dei tom all’in terno dei pattern è innovativamente creativo ("Ticket To Ride", "Tomorrow Never Knows", "Rain").
Quello che poi rende unico il suo apporto alle composizioni è il senso non comune nel cogliere “l’essenza” del pezzo, del quale si mette al completo servizio, sviluppando un rarissimo contributo “a togliere” che ha ispirato generazioni di batteristi. “Quando suonavamo nella stessa band, parlavamo un po’, da bassista a batterista, così da non pestarci i piedi. Se succedeva due volte era un evento”, dirà ricordando i giorni con Paul. L’ammirazione di strumentisti come Stewart Copeland (“Il suo uso dei piatti era unico”), Chad Smith (“Possedeva un tocco magico”), Dave Grohl (“Se riesci a far ballare la gente semplicemente colpendo due tamburi, sei il numero uno”), Abe Laboriel Jr., Max Weinberg e moltissimi altri, che affermano di essere diventati batteristi solo grazie alla sua ispirazione, basta a confermare il concetto che, con autoironia, aveva scelto come titolo di un suo album: Ringo, you are the greatest.
Luigi Abramo