“Springsteen ha fatto tornare il sorriso sul volto del rock”

Il Boss raccontato dal collega Elliott Murphy, nel giorno del 75° compleanno - da un libro Hoepli
“Springsteen ha fatto tornare il sorriso sul volto del rock”
Credits: Alessandro Bosio / Concessione in uso a Rockol

Nel giorno in cui Bruce Springsteen compie 75 anni, come omaggio pubblichiamo (per gentile concessione dell'editore Hoepli) la prefazione, scritta da Elliott Murphy, al volume "La grande storia di Bruce Springsteen", scritto da Paola Jappelli e Gianni Scognamiglio.

Ho sempre sostenuto che Bruce Springsteen ha fatto tornare il sorriso sul volto del rock ‘n’ roll.

Se i Beatles erano “peace and love”, i Rolling Stones “sesso, droga e rock‘n’roll" e Bob Dylan la poesia, allora Bruce ha rappresentato una cosa: la  speranza. E cioè un tocco di umanità di cui tutti abbiamo bisogno, ora più che mai.
 Nel 1972, quando avevo ventidue anni, la “mia speranza” era quella di fuggire dai quartieri della borghesia bianca di Long Island dove ero cresciuto, poter firmare un contratto discografico e diventare una rock star. “Sognare in grande” era il mio motto.

Meno di un anno dopo, grazie a un colpo di fortuna, mi ritrovai nell’ufficio del critico rock Paul Nelson, allora direttore 
artistico della Mercury Records, pronto a fargli ascoltare la mia demo che conteneva "Last of the Rock Stars", "How’s the 
Family" e "White Middle Class Blues". Paul Nelson era un personaggio leggendario nel mondo della musica, aveva frequentato l’università con Bob Dylan e fondato, alla fine degli anni Cinquanta, una delle prime riviste folk, “The Little Sandy Review”. 
A Paul le mie canzoni piacquero (anche se, con i suoi occhiali scuri, il berretto di tweed e i sigari Sherman, era difficile sapere cosa stesse pensando) e divenne evidente che eravamo entrambi appassionati di musica, film e libri simili. Eravamo persino d’accordo sul fatto che l’album "Loaded" dei Velvet Underground fosse un disco quasi perfetto.

Alcune settimane dopo, Paul mi diede delle lacche di un doppio album dal vivo dei Velvet Underground, intitolato "Live 1969", e mi chiese di scrivere le note di copertina. Quello stesso giorno, Nelson mi consegnò anche una copia in anteprima di un 
nuovo disco che mi consigliò di ascoltare con attenzione. Intitolato "Greetings from Asbury Park", era stato registrato da un cantautore rock sconosciuto del New Jersey chiamato Bruce Springsteen. In copertina, quell’artista appariva con la barba e un’espressione pensierosa. Venni immediatamente affasci nato dall’ascolto dei suoi brani e capii che questo Springsteen aveva uno spirito affine al mio e che, come me, cercava la salvezza nella terra promessa del rock ‘n’ roll.

Alcuni mesi dopo, eravamo all’inizio del 1973, Paul Nelson mi portò a vedere Springsteen al Max’s Kansas City e ricordo ancora l’incredibile energia e la straordinaria professionalità mostrate da Bruce sul piccolo palco di quel club. Oltre a essere un bravissimo songwriter quel ragazzo era anche un potente e carismatico showman. Dopo lo spettacolo, Paul ci fece incontrare. Ci stringemmo la mano e sono felice di poter dire che, da allora, siamo rimasti amici. Io e Bruce abbiamo sempre avuto molto in comune: entrambi nati nel 1949, entrambi cresciuti in periferia, entrambi attratti dalle luci di Manhattan e desiderosi di mostrare il nostro valore down in Jungleland.

Nel giro di pochi mesi da quel primo incontro, avevo firmato un contratto con la Polydor Records e stavo registrando il mio primo album, "Aquashow", con il produttore Peter Siegel, che conosceva Paul Nelson dai tempi del folk revival nel Greenwich Village. Penso che una delle prime persone a cui feci ascoltare "Aquashow" sia stato proprio Nelson che dopo averlo sentito fece un lieve sorriso, il che naturalmente significava che gli era piaciuto. La scheda critica di Aquashow, scritta dallo stesso Paul sulla rivista “Rolling Stone”, venne pubblicata insieme alla recensione del secondo album di Bruce, "The Wild the Innocent 
and The E-Street Shuffle". Il pezzo si intitolava “Il miglior nuovo Dylan dal 1968”. Cominciò così una piccola ossessione della stampa musicale intorno a Bruce e a me ed è allora che venne coniata l’etichetta di “nuovo Dylan”. Dal canto mio,ero entusiasta che "Aquashow" fosse stato paragonato a "Blonde on Blonde" o a "Highway 61", ma non mi passava neanche per la testa l’idea di poter rimpiazzare Bob Dylan. Non so come si sentisse Bruce al proposito, ma forse entrambi abbiamo provato un pizzico d’orgoglio al pensiero che Dylan fosse tornato in azione alla grande una volta percepito che noi, giovani leoni, gli stavamo con 
il fiato sul collo. Almeno, a me ancora oggi piace pensare che sia stato così.

Bruce, peraltro, non è mai stato tormentato dalla maledetta etichetta di “nuovo Dylan” come è capitato a me. Probabilmente perché non suonava l’armonica sul rack come me ma soprattutto perché era andato quasi subito on the road, partendo in 
tour con l’incredibile E Street Band e affermandosi come l’instancabile guerriero del rock che è ancora oggi. 

Sono poi passati diversi anni in cui non ci si vedeva molto, nel frattempo avevo cambiato etichetta, passando dalla Polydor alla RCA, con cui ho pubblicato "Lost Generation" e "Night Lights", e infine alla Columbia, la stessa casa discografica di Bruce, per 
il mio quarto album "Just a Story from America". Intanto Bruce aveva trovato il suo manager ideale in Jon Landau, ex critico rock e grande amico di Paul Nelson, che aveva scritto la famosa frase: “Ho visto il futuro del rock e il suo nome è Bruce Springsteen”. Io non sono mai stato così fortunato…

Quando stavo componendo le canzoni per "Just a Story from America", Bruce fece una serie di spettacoli di enorme successo a Red Hook, New Jersey. Il mio manager Steve Leber mi portò a vedere il concerto di Bruce in limousine e ne rimasi così 
impressionato che lo ricordo ancora oggi. Le luci del palco erano molto teatrali, sembravano quelle di "West Side Story", e quando Bruce salì sul palco fu come se Brando, Pacino, Dylan e James Dean si fossero fusi insieme. Il suo canto spaziava dall’operistico al sussurro e la E Street Band era diventata uno dei gruppi più coesi e sicuri di sé del pianeta rock. Dopo l’ultimo 
bis, andai nel camerino e poco dopo Bruce venne a salutarmi. Nonostante la serata trionfale, era ancora lo stesso ragazzo umile e disponibile che avevo conosciuto qualche anno prima. Quella sera ci promettemmo di sentirci più spesso.

Nei pochi anni trascorsi dalla nostra doppia recensione su “Rolling Stone” c’era stata, suppongo, una sorta di rivalità mai rivelata tra noi, qualcosa del tipo: chi tra noi due sarebbe stato il prossimo grande nome? E anche se nessuno di noi prendeva questa cosa sul serio, c’erano stati alcuni giornalisti che avevano cercato di metterci l’uno contro l’altro, dividendosi in fazioni opposte. 
Ma quella notte, durante il viaggio di ritorno a New York dopo il suo concerto, anche se sedevo sul sedile posteriore di una lussuosa limousine nera, sapevo chi stava per prendere la corona del rock. E non ero io… La notte di Red Hook era stata una lezione magistrale su come dare al pubblico tutto ciò che hai dentro e forse anche qualcosa in più.

La prima volta che io e Bruce abbiamo cantato insieme è stata nel 1992, quando mi invitò sul palco dell’Arena di Bercy a Parigi. Quasi vent’anni dopo il nostro primo incontro, e su suo consiglio, eseguimmo una mia canzone, "Rock Ballad". Per me, quella sera, sentire le nostre due voci insieme, è stata una specie di epifania… Quando poi arrivò il momento di preparare il mio album
"Selling the Gold", scrissi il pezzo "Everything I Do (Leads Me Back to You)" che speravo Bruce e io avremmo cantato insieme. Viaggiai fino al New Jersey per farglielo ascoltare di persona. Finimmo nella sua macchina ad ascoltare la demo di quella ballad, i due “nuovi Dylan” seduti in una jeep sotto la pioggia battente, nel cuore del New Jersey, mentre i tergicristalli tenevano il tempo della musica. Bruce ascoltò la canzone fino alla fine e disse “Sì, potrei cantarci qualcosa”. Onestamente, mi aspettavo che si limitasse a fare qualche parte vocale, ma quando ricevetti i nastri, non solo aveva cantato splendidamente sul ritornello, ma aveva anche registrato un'intera strofa da solo, quella sul come continui ad andare avanti anche quando le tue gomme sono a terra. Immagino non abbia potuto resistere alla metafora automobilistica…

Averlo come ospite nel mio album "Selling the Gold" ha aperto la mia musica ai fan di Bruce di tutto il mondo e per un mese "Everything I Do (Leads Me Back to You)" è stata la canzone più scaricata su internet agli albori dei download digitali.
Sono passati più di cinquant’anni da quando ho incontrato Bruce in quel camerino affollato del Max’s Kansas City e siamo entrambi ancora qui, a registrare dischi e a fare concerti. Penso che se Bruce Springsteen può ancora salire sul palco, allora anche Elliott Murphy può farlo perché, dopo tutto, è lui l’uomo che ha fatto tornare il sorriso sul volto del rock ‘n’ roll.

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