Kiasmos: troppa tecnologia rovina la musica elettronica
Uno è un pianista, pluricandidato ai Grammy, l’altro un producer; uno è islandese, l’altro delle isole Faroe. Insieme, la somma delle parti è, se non maggiore, sicuramente diversa e ancora più affascinante. Olafur Arnalds, uno dei grandi nomi della “neoclassica”, si è riunito con Janus Rasmussen e ha rimesso in piedi i Kiasmos, due dove la tastiera si contamina con i beat, per una musica organica e affascinante. “II”, pubblicato lo scorso luglio, arriva a 10 anni di distanza dall’esordio e 7 dall’ultimo EP. Saranno in Italia sabato 14 a Roma, allo Spring Attitude e il 15 a, Milano, al Magnolia.
Una questione di chimica
“Avevamo bisogno di una pausa”, racconta Arnalds a Rockol, via Zoom dall’Islanda. “Ma non pensavamo che sarebbe stata così lunga. Poi ogni volta che abbiamo iniziato a scrivere musica insieme non è scattato il click”. “Poi c'è stato il periodo della pandemia: non sembrava una cosa naturale fare musica dance in quel periodo in cui stavi solo in casa e non andavi a nessun party, ”.
In realtà i Kiasmos sono tutt’altro che dance: elettronica sì, ma più da meditazione, vicina ai suoni di colleghi inglesi come Four Tet o Jon Hopkins, con un approccio nordico ma allo stesso caldo e coinvolgente. Un duo in cui le interazioni sono tutto, e in cui i ruoli si invertono spesso: “la verità è che siamo produttori che scrivono musica al computer”, spiegano: non è detto che Rasmussen si occupi di beat e Arnalds di melodie al piano, perché i ruoli si invertono e si fondono. Chimica, appunto.
Un approccio unico alla tecnologia
Arnalds non è un pianista puro: una delle sue nomination ai Grammy è per “Loom”, collaborazione con Bonobo. Ma porta nei Kiasmos un approccio unico all’uso delle macchine e strumenti: “C'è troppa tecnologia per la musica elettronica, si può rimanere un po' bloccati andando a caccia degli ultimi software. Ci sono tutti questi YouTuber che fanno video sui nuovi trucchi e nuove funzioni: così si finisce per creare una strada molto stretta in cui tutti fanno le stesse cose, con gli stessi suoni, con i software di produzione creati per inseguire queste tendenze, in un loop da cui non si esce più”, racconta. “A entrambi piace mescolare la nuova tecnologia con quella vecchia, utilizzando la flessibilità del software ma lavorando con il suono e le caratteristiche delle macchine più vecchie”, spiegano, raccontando di avere lavorato principalmente su synth vintage.
Un approccio che si riverbera anche sul live, più orientato ai beat e al clubbing come suoni, ma ben lontano da un puro DJ set: una base di beat, una “cornice”, su cui suonare e talvolta improvvisare: “Di solito iniziamo riarrangiando le canzoni, praticamente riscrivendo di nuovo l'album per un contesto live”, spiega Arnalds. “Nell’elettronica c’è bisogno di qualcosa di strutturato per gestire il concereto, Ma allo stesso tempo, provenendo da un background rock and roll, ci piace un po' di pericolo, di incertezza. È come improvvisare all'interno dei confini”, secondo Rasmussen. Alla performance si aggiungono le immagini: visual sullo sfofdom come complemento ai suoni - perché spiegano il loro non è uno show EDM con mega effetti special: vogliono raccontare una storia, non fare uno spettacolo multimediale.
Storie senza parole
Ludovico Einaudi qualche tempo fa, intervistato da Rockol, aveva citato proprio Arnalds tra i colleghi che come lui provavano a rendere universale la musica grazie all’assenza di parole nei propri brani. Canzoni solo in senso lato, senza “lyrics”: “Penso che sia un aspetto positivo ma anche negativo. In un certo senso, non devi spiegare nulla. Ma allo stesso tempo a volte è anche una sorta di limite, perché se vuoi essere pop la voce ti aiuta molto. Però quello che mi piace del fare musica strumentale è che lascia tutto completamente aperto all’interpretazione".

La storia dei Kiasmos, semmai, viene raccontata con un immaginario presente in video e copertine, a partire dal loro simbolo, che chiamano “il monolite”: “Originariamente era bidimensionale, poi ha preso un’altra forma, ma libera da interpretazioni fisse. L’idea della copertina e dei vide è chierdersi: cosa si penserevve se te lo trovassi davanti mentre cammini in un campo. Qual è il suo significato? Un'antica reliquia dei tempi dei faraoni egiziani, un'icona di una religione o un manufatto alieno? È molto importante raccontare una storia, ma la storia può essere piuttosto astratta”.
La storia futura
Per ora i Kiasmos non sanno ancora cosa succederà al gruppo: il tour andrà avanti fino a metà 2025, poi si vedrà se continuare o tornare alle carriere solsite. “Non abbiamo deciso nulla ma penso che i Kiasmos siano sempre stati qualcosa a margine dei nostri percorsi individuali. Non penso che prenderanno il sopravvento come nostro progetto principale, ma vedremo cosa succederà alla fine di questo periodo.