Nick Cave e “Wild god”: il tempo della gioia e dei Bad Seeds
“Said, we’ve all had too much sorrow, now is the time for joy”, canta Nick Cave in “Joy”: la canzone racconta l’incontro con un fantasma, un “wild ghost”, selvaggio come il Dio che dà il titolo all’album. Un fantasma che invita il protagonista a liberarsi dai fantasmi, dal dolore, e ad andare avanti.
È la frase centrale di “Wild god”, il nuovo album di Nick Cave con i Bad Seeds, che esce venerdì 30 agosto. Paradossalmente è in uno dei brani più rarefatti dell'album - ma “Wild god” è sia il disco del ritorno alla gioia sia il ritorno dei Bad Seeds. Dopo le produzioni minimali in duo con Warren Ellis, questo è l'album che ha il suono di una band. Un ritorno diverso: molto piano, musica corale, ma con le chitarre quasi del tutto assenti. “Quei tempi sono finiti”, ha raccontato Cave in una delle poche interviste di queste settimane: un disco pieno sì di energia, ma senza ripetere il suono dei “vecchi Bad Seeds”.
Missione riuscita: è Nick Cave come non lo ascoltiamo da tempo: intenso, arioso, aperto. Con squarci di riflessione spirituale sulla rinascita, sulla gioia e sul potere trascendente della musica.
I Bad Seeds in ombra (in studio)
Quella degli ultimi 10 anni di Nick Cave è una storia davvero particolare: un periodo segnato dai lutti (la perdita di due figli, a partire da Arthur, scomparso a 15 anni nel mezzo della lavorazione di “Skeleton tree” - poi la madre, e diversi amici/colleghi); un'elaborazione del lutto che si è trasformata in una profonda ricerca spirituale e umana, attraverso la musica: un’austera iperproduttività di studio segnata dalla bromance musicale con Warren Ellis. Ma anche attraverso altre forme di scrittura parallela: libri, e soprattutto i Red Hand Files, newsletter in cui risponde alle domande dei fan. I Bad Seeds sono finiti nell’ombra, almeno in studio: perché dal vivo era un’altra storia, con l’approdo nei palazzetti, con uno show in cui la trascendenza musicale passava attraverso l’intensità sonora e fisica della band.
“Wild God” riporta i Bad Seeds fuori dall'ombra anche nella musica registrata: sentendo il piano e le aperture di brani come “Final rescue attempt” non può tornare in mente “Let love in”. Ma è un Cave molto diverso, più maturo, che non parla più del lato oscuro dell'amore: oggi è piuttosto “Amazed of love and amazed of pain, Amazed to be back in the water again”, come le rane di “Frogs”. Un riferimento fa venire in mente i pesci di David Foster Wallace che invece non sanno cos’è l’ambiente in cui vivono in “Questa è l’acqua”. Cave invece ha imparato a sue spese come sono fatti l'acqua e il fango in cui vivono le rane e anche gli uomini.
Oggi Cave è "Touched by the spirit and touched by the flame”, come ripete nel finale corale e travolgente di “Conversion”. La conversione è, secondo Cave, il tema centrale dell’album: non in senso strettamente religioso - anche se i riferimenti a Dio sono sempre numerosi, a partire dal titolo - quanto la trasformazione, l’elevazione, la trascendenza dopo il dolore. Un processo in cui la musica è centrale “Indipendentemente da quanto tutto possa sembrare volgere al peggio, continuiamo a fare cose meravigliose. Ed è questo che credo questo disco esprima (…) La musica migliora le cose. È una delle ultime cose che ci restano per avere un'esperienza autenticamente trascendente. La musica non è qualcosa che prendo alla leggera”, ha raccontato a Mojo.
La gioia nel dolore: un grande ritorno
La prova questa gioia, dello stupore che si prova di fronte alla vita si sente anche in “O Wow O Wow (How Wonderful She Is)”, commovente dedica ad Anita Lane, la bad girl dei tempi dei primi Bad Seeds, da poco scomparsa. Una dedica tenera, tutt’altro che dolorosa, che si apre dichiarando che "She rises in advance of her panties/I can confirm that God actually exists” e si chiude con un messaggio vocale della stessa Lane in cui si ricordando il divertimento dello stare assieme.
Un grande ritorno per un artista e una band che non sono mai andati via, ma che ci riportano alla dimensione che richiediamo alla grande musica: di aiutarci a dare un senso alle cose, di trasformarci anche solo per poche decine di minuti, con parole e suoni che ti porti dietro anche dopo.