Camden vive e lotta con noi… oppure no?

La docuserie prodotta da Dua Lipa su Camden lascia inquieti sul futuro del quartiere musicale

Nella cartografia musicale inglese, il quartiere londinese di Camden ha un peso specifico enorme, pari se non superiore a quello dei celebri studi di registrazione di Abbey Road: una meta turistica molto gettonata proprio grazie a questa sua nomea di luogo alternativo alla Londra pettinata, posh, monarchica della tradizione. Non stupisce che sia Noel Gallagher a distruggere quest’aura di romanticismo, spiegando l’arcano economico dietro il successo musicale di Camden, nell'omonima docu-serie su Disney+: nei decenni passati gli affitti per gli esercizi commerciali costavano poco, pur essendo una zona abbastanza vicina al centro di una delle città più costose al mondo.

Per decenni dunque nel quadrilatero formato da un pugno di vie sono nati e cresciuti pub dove bere pinte a poche sterline e localini con serate a microfono aperto dove, se garantivi di portarti una decina di amici paganti, potevi esibirti. Ogni locale con il proprio nome, la propria insegna, il proprio genere musicale d’elezione. Molti poi sono diventati leggendari per la rispettiva scena musicale di riferimento, ospitando almeno un’icona musicale inglese o qualche esule statunitense scappato in Inghilterra per rifuggire la rigida etichettatura del pubblico statunitense. Locali che ancor oggi sopravvivono.

Dua Lipa diventa produttrice e guida turistica in “Camden”

Diviso in quattro puntate da quasi un’ora ciascuna, “Camden” è la lettera d’amore di alcuni dei più recenti figli d’arte di questo quartiere londinese. Il documentario vede come produttrice e prima chaperon Dua Lipa, l’artista di successo più recente cresciuta nella serra alcolica di Camden, la più famosa e popolare di questo decennio. All’inizio del primo episodio la cantante torna in taxi all’appartamento in cui, figlia 16enne di una coppia di rifugiati fuggiti dalla guerra del Kosovo, registrò la sua canzone che poi caricò su YouTube. Quando venne notata dalle case discografiche, si era già fatta le ossa esibendosi nei localini di cui sopra.

Dua Lipa è la più entusiasta guida turistica per le vie di Camden, dove ci mostra ed elenca brevemente i mostri sacri del passato rock, punk, alternativo passati per il quartiere. Non c’è agiografia e o reverenza polverosa in “Camden”, che anzi fa la scelta forte di lanciare un messaggio preciso: il quartiere è ancora oggi protagonista, concentrandosi su li artisti degli anni ‘80, ‘90 e ‘00 a cui ha svoltato la carriera.

“Ha un battito specifico, una vibrazione, una certa energia”, spiega l’iconoclasta Noel Gallagher, che poi lamenta la presenza eccessiva di vinili degli One Direction in uno dei negozi che visita. È lui il protagonista della seconda puntata, arrivato dopo i campioni del pop Dua Lipa e Chris Martin per controbilanciare il tono iper-ottimista tenuto dalla serie. Eppure è Martin a dare la definizione più dura: descrive Camden come un “shithole… but in a good way”.

Asif Kapadia, regista del già apprezzatissimo documentario “Amy”, torna insomma sul luogo del delitto. Amy Winehouse è di fatto l’icona, la santa martire di “Camden”, a cui Dua Lipa e gli altri si riferiscono con rispetto. Il suo “Camden”, anche se eccessivamente lungo, ha un ritmo veloce, un approccio giovane che rifugge del tutto l’agiografia, non si sbilancia troppo nell’auto-celebrazione. La docuserie ha il pregio di scavare nella storia recente di Camden, dando spazio a un ventaglio di artisti differenti per genere e attitudine, in modo da creare un ritratto dell’anima musicale del quartiere molto variegato.

All’ombra del pub The Dublin Castle c’è spazio per il rap di Little Simz, per gli esuli statunitensi The Roots e Public Enemy, per la ricerca creativa di Questlove, che visse sopra un negozio locale di fish and chips per un quinquennio. Manca il punk, lamentano alcuni, ma è il focus sulla storia recente, forse, a creare quest’assenza.
La “Mecca dei disadattati” viene poi raccontata da Boy George come un luogo privo di giudizio, dove negli anni ‘80 e ‘90 alcuni artisti chiave dell’elettronica, del pop e della dance esplorarono la loro identità prima di proporsi al grande pubblico.

“Camden” racconta un quartiere ormai “ripulito”

Chi a Camden c’è stato prima della sua trasformazione a meta turistica, o chi ricorda bene la storia di Amy Winehouse, a questo punto si chiederà: sì, ma chi racconta il lato oscuro di Camden? La risposta è: nessuno, o quasi. Solo il manager di Winehouse accenna al fatto che per una persona in difficoltà, un luogo pensato per bere tanto a poco, dove le risse sono frequenti e una nuova perdizione è sempre dietro l’angolo forse non è esattamente il più adatto per trovare un equilibrio come artista e persona.

Dalla docuserie “Camden” manca quel lato del quartiere che è stato “igienizzato”. Quello che lo rendeva alternativo ma non in maniera innocua, non senza conseguenze, come oggi. La scaletta dei figli di Camden poi fa venire un dubbio: se si passa dai The Roots ai Coldplay, sicuri che Camden sia l’alternativa e non la versione ufficiale del mondo musicale? “Camden” in realtà una risposta la dà: il punto della questione sono i locali e gli spazi indipendenti, dove bere ed esibirsi con un certo grado di libertà, con una frizione minima all’ingresso.

In un mondo dove la musica, la gavetta e la fama sono state trasferite sulla Rete e smaterializzate, anche la versione più ripulita di Camden porta una concretezza rara, sfornando artisti che imparano a stare su un palco di fronte a un pubblico vero, magari un po’ alticcio, magari un po’ ostile, ma differente a uno spazio commenti, da utenti senza volto e nome.

Certo il fatto che questa docuserie la produca Disney+, multinazionale dell’intrattenimento che è davvero tutto ciò che gli artisti usciti da Camden non hanno voluto essere, la dice lunga su quanto le cose siano cambiate a Londra, nel Regno Unito, ovunque. Rimane il fatto che l’urgenza di salvare questi locali mette insieme artisti diversissimi e talvolta refrattari a questo tipo d’operazioni. È quel singolo elemento di autenticità che salva l’intera operazione, forse pensata non per i nostalgici delle viuzze sporche di Camden, ma per quanti il quartiere non l’hanno nemmeno sentito nominare.

“Camden” è disponibile in esclusiva su Disney+.

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