Ele A: “La noia è preziosa, è un motore creativo: la ringrazio”

L’intervista a una delle rapper più forti e talentuose della scena italiana.
Ele A: “La noia è preziosa, è un motore creativo: la ringrazio”
Credits: Samuel Mersi

Trasparente, profonda, contaminata, ma anche capace di diventare un’onda che travolge. Proprio come l'acqua. Ele A, rapper classe 2002, nata e cresciuta a Lugano e su cui da tempo abbiamo acceso i riflettori, torna con un nuovo ep in uscita venerdì 10 maggio, “Acqua”, che presenterà in tour. Nelle canzoni, infarcite di “fresche barre old school”, che nel caso di Ele A non sono affatto un ossimoro, ci sono racconti intimi, ma anche quelli di persone che tentano di fuggire dalla realtà, con il rischio di perdersi, di diluirsi in questa società liquida. Nelle tracce la giovane artista riporta alla luce sfumature dell’hip hop anni ‘90, la ritmica del boom bap fino ad arrivare al jazz, al funk e all’elettronica. Un mix di generi e influenze che da sempre ha accompagnato la sua musica e che la sta portando, anche grazie a una penna luminosa, a distinguersi.

Ti sei resa conto, durante la lavorazione, che tutti i brani avevano qualche cosa che li accomunava, anche a livello di scrittura “esistenziale”, o lo hai capito dopo?
Io parto proprio dal concept e poi sviluppo l’immaginario. Sono partita dall’acqua come macro-tema e poi, in questo insieme, ho inserito volutamente gli argomenti che mi interessavano. C’è un filo logico. Escluso il primo brano “Ko”, ovvero quello di apertura, tutte le canzoni, anche nei titoli, hanno riferimenti all’acqua. E anche a livello di sound, oltre che di scrittura, c’è una coesione forte perché ho lavorato esclusivamente con il mio produttore Disse. Per me è una priorità che un progetto sia un cerchio che si chiude, che tutto abbia un senso.

Perché proprio “l’acqua”?
È un elemento che ha sempre fatto parte della mia realtà, provengo da un luogo in cui l’acqua è centrale (Lugano, ndr) perché è sempre stato un punto di ritrovo. Trasferendomi a Milano mi è mancata. E forse, per restare in tema, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, è stato aver parlato con il mio manager Andrea del concetto di società e di modernità liquida di Zygmunt Bauman.

L’ep è interessante anche per il confine misterioso che sembra crearsi tra narrazione personale e storie di altri. È un processo di scrittura su cui hai riflettuto?
A me affascinano le persone in generale. Tutti quelli che creano, in qualche modo, si connettono con gli altri. A me interessano le storie, i racconti. Poi è ovvio che attraverso le vicissitudini altrui si parli anche di se stessi, ma per me il fatto di dare voce al prossimo è importante perché magari quelle stesse persone non possono parlare, non possono esprimersi come vorrebbero. In qualche modo lo faccio io per loro.

Te lo chiedo con rispetto: “Neve”, che è molto intensa, a chi è dedicata?
Non a un individuo solo. Io non scrivo mai una canzone pensando a una sola persona, ma a diverse, mischio le storie. “Neve” è un insieme di svariate persone, che ho incontrato nella mia vita, che hanno avuto in comune un lato distruttivo. Qualche cosa che tutti vivono o possono vivere. Con questo pezzo racconto quanto è difficile stare vicino a una persona che non si ama, che si vuole distruggere.

In “Ko” dici: “Io il male lo trasformo in arte. Quindi tigre affonda le zanne che è tutto monetizzabile”. Fai rap per colmare un vuoto personale?
Quando crei qualche cosa è perché ti manca qualche cosa. Ci sono tanti motivi che spingono qualcuno a fare musica, soprattutto rap. E credo che questa spinta abbia a che fare con la voglia di comunicare. Io nella vita reale non sono certo la cima della comunicazione (sorride, ndr). Nel nord Italia, secondo me, si comunica meno che in altre parti, c’è la tendenza a tenere tante cose dentro. Ed è qui, nel mio caso, che arriva lo scrivere un pezzo. In tutto questo la musica e il sound sono fondamentali perché a volte arrivano dove non riescono ad arrivare le parole.

C’è di più?
Sì, un’altra forza motrice è la noia. La voglio ringraziare. In questa società liquida non siamo abituati a farne tesoro. Io sono cresciuta in un periodo in cui ancora c’era la bellezza dell’annoiarsi, qualche cosa di sempre più raro perché oggi si è sempre iper stimolati. Ma la noia è importante.

Il tuo rap ha delle radici ben salde nella storia, ma trasmette anche freschezza. Come lo racconteresti?
Gli anni ’80 e ’90 sono sicuramente un segmento comune della maggior parte delle mie canzoni. Ma ciò che ha davvero ispirato il modo di rappare è il jazz. Me lo ha trasmesso mio padre, l’ho studiato e l’ho sempre ascoltato. Quando ero piccola dicevo “che palle, è musica da ascensore”. Poi crescendo, ho iniziato ad amarne le armonie, le melodie, le progressioni. E questo mi ha legato al rap anni ’90 in cui si campionava tantissimo jazz. Oltre ai grandi miti, penso anche a nomi come Pete Rock.

È un cerchio mai chiuso, in realtà. Penso per esempio al lavoro fatto in questi anni da Kendrick Lamar che ha lavorato tantissimo sulla commistione rap e jazz.
Vero, ma infatti poi, scoprendo Kendrick, J.Cole e lo stesso Drake in realtà, anche se citarli tutti insieme in questo periodo di dissing forse non è conveniente (sorride, ndr), lavorano tanto sul sound jazz.

I tuoi live te li immagini con gli strumenti?
È iniziato un tour con date all’estero e in Italia, sono felice. A sto giro non sarà ancora possibile, ma il mio obiettivo è quello. Vorrei mischiare strumenti e parti pre-registrate per mantenere un certo suono rap lavorato in studio che non sempre è riproducibile. Kendrick Lamar Lamar fa esattamente questo, però lui tiene la band nascosta dietro il palco, io non riuscirei a farlo, mi piace l’idea di condividere uno stesso spazio con dei musicisti. Poi ho studiato un pochino piano e violoncello, chissà che non mi metta anche a suonare qualche cosa….

In “Record deals”, la traccia che apre il tuo precedente ep “Globo”, rappi: “Esci dalla casa discografica con il sorriso, ma hai firmato un contratto che sarà la tua rovina” e anche “Foto ai cash del contratto e poi dovrai ridarli, non hai ancora capito che in sto mondo nulla é gratis?”. Com’è il tuo rapporto con l’industria?
Per me l’aspetto più importante è la consapevolezza. Quando scrissi quel pezzo sapevo molte meno cose di oggi. Sono contenta di essere stata diffidente. La diffidenza aiuta a non fare passi falsi. Ora ho un rapporto diverso con l’industria, sono meno spaventata e più selettiva. A me quello che non piace dell’industria è la finzione, ci sono manager ed etichette che raggirano gli artisti. Non ne faccio una questione di major o non major, il mio è un discorso più ampio. Inoltre non mi piace la pesca a strascico che viene fatta sugli emergenti, ovvero il mettere sotto contratto un mare di ragazze e ragazzi senza però davvero valorizzare nessuno. È una strategia, ma secondo me è la qualità che deve vincere e non la quantità. Siamo davanti a una saturazione….

Speri in un cambio di passo?
Sì, l’iperproduzione non penso possa durare all’infinito. Io spero proprio che questo meccanismo si schianti. Spero che si torni sempre di più a fare musica quando si vuole, raccontando ciò che si vuole e per i motivi che si reputano giusti. E anche con l’intenzione giusta. Questi elementi sono un lusso che oggi in pochi possono permettersi.

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