Rolling Stones, il primo album: “Route 66”
“Route 66” (Bobby Troup)
Jagger: voce • Jones: chitarra • Richards: chitarra • Wyman: basso • Watts: batteria
Registrazione 3 gennaio 1964; Regent Sound Studios, Londra. Produttore Andrew Oldham, Fonico Bill Farley
Gli Stones cominciano le registrazioni del loro primo album nel gennaio del 1964, incastrando il lavoro in studio con un calendario piuttosto fitto di concerti: tre apparizioni a Londra (dove in apertura suonano i Detours, ovvero i futuri Who), Reading e Oxford, nonché un tour nei teatri inglesi insieme alle Ronettes. Fra i primi pezzi registrati c’è “Route 66”, che il gruppo molto probabilmente ha ascoltato nella versione di Chuck Berry, uscita nel 1961 sull’album “New Juke Box Hits”. La canzone ha però origini più lontane. L’ha scritta nel 1946 il cantante e pianista jazz Bobby Troup (scomparso nel 1999), che vi ha elencato buona parte delle città attraversate lungo la celebre Route 66 durante il suo viaggio dalla Pennsylvania a Los Angeles, in cerca di fortuna come musicista. Lo scopo viene raggiunto in pieno: Johnny Mercer, grande autore nonché cofondatore della Capitol Records, fa incidere “Route 66” a Nat King Cole, che porta il brano in vetta alla classifica americana. Lo squattrinato Troup si ritrova di colpo con una quantità di denaro sufficiente a comprarsi una casa e con la strada spianata verso una brillante carriera nel mondo dello spettacolo. La sua creatura diventerà un classico, più volte ripreso da un lungo elenco di artisti. Nelle recensioni del periodo “Route 66” viene indicata come uno dei pezzi meglio accolti del repertorio live degli Stones e la versione in studio è suonata con foga da concerto, un ritmo più veloce rispetto alla versione di Berry e la chitarra solista di Richards in evidenza. Funziona perfettamente da apertura per il primo album, solitamente indicato come “The Rolling Stones” ma concepito da Oldham senza un titolo, per sfruttare al massimo l’impatto della foto del gruppo piazzata in copertina. L’approccio da “live in studio” è una scelta praticamente obbligata in questo periodo. Gli Stones sono ancora musicisti grezzi e istintivi, come avrebbe osservato anni dopo il tecnico del suono Bill Farley: “Quando sono arrivati, nessuno aveva pensato agli arrangiamenti. Semplicemente, suonavano fino a quando riuscivano a ottenere quello che gli andava bene. Niente sovraincisioni”. Contava anche il fatto di non avere a disposizione molti soldi da spendere, né molto tempo, visti i molti impegni in concerto. Gli stessi Regent Sound non offrivano attrezzature particolarmente sofisticate: registratore Revox a due piste e una sala descritta dal produttore Shel Talmy come “un buco merdoso con i cartoni delle uova sul soffitto a fare da isolamento acustico”.
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Questo testo è tratto, per gentile concessione dell’editore, da “Il libro nero dei Rolling Stones” di Paolo Giovanazzi, Giunti Editore
