Den Harrow: "Mi cerca il produttore di Taylor Swift: ma chi è?"

L'intervista all'icona degli Anni '80, che risponde a Jack Antonoff: "Io trash pop? Sbagliate".

“Non ci credo. Mandatemi l’articolo, per cortesia. Mi sembra uno di quegli scherzi del cavolo che mi fanno di solito”: Den Harrow risponde così quando lo chiamiamo per dirgli che Jack Antonoff, il produttore di Taylor Swift, tre volte vincitore del Grammy Award come “Produttore dell’anno”, tra gli uomini più cercati e richiesti del music biz mondiale, è un suo fan, come ha rivelato nella nostra intervista. No, non è una puntata di “Scherzi a parte”. È tutto vero. E il merito è di un documentario di qualche anno fa, “Dons of Disco” (diretto da Jonathan Sutak, uscito nel 2020), nel quale Antonoff si è imbattuto cercando qualcosa da guardare in streaming: il docu-film ha ripercorso la parabola di Den Harrow, vero nome Stefano Zandri, che negli Anni ’80 scalò le classifiche con hit come “Bad boy”, “Future brain”, “Catch the fox”, “Don’t break my heart”. Solo che non era lui a cantarle: Den Harrow prestava solo la sua figura, cantando sempre in playback. “Ma quel documentario fu una presa per i fondelli”, spiega lui, che oggi vive tra Malaga e Viareggio.

Perché?
“Mi chiamò questo regista americano e mi disse che grazie al papà, fan della italo disco, gli erano capitati tra le mani alcuni miei vecchi 45 giri. Aveva scoperto la mia storia e voleva raccontarla. Ma sotto c’era una vicenda assurda: lo scopo del documentario non era quello di esaltare i miei pochi meriti, ma di fare esattamente il contrario. Tra l’altro scoprii che a commissionare quell’operazione era stato in realtà il cantante che mi ‘prestava’ la sua voce”.

Quale dei tanti?
"Non Chuck Rolando, membro dei Passengers, che è un mio caro amico e che registrò solo i primi due 45 giri di Den Harrow, 'To meet me' e 'A taste of love'". 

Sei stato la versione italiana dei Milli Vanilli?
"Li ho anticipati, in realtà: loro arrivarono alla fine degli Anni ’80. In Italia era una prassi normale, quella di far ‘cantare’ belle facce. Non faccio i nomi perché sono un galantuomo, ma tanti dei personaggi diventati famosissimi tra gli Anni ’80 e ’90 in realtà non cantavano le rispettive canzoni. Venendo al produttore di Taylor Swift: non vogliatemene, ma non lo conosco. Seguo poco Taylor Swift e la nuova scena. Ascolto musica vecchia, funk Anni ’70. Però se ha definito la mia musica trash pop già mi sta sui coglioni e quindi non voglio neanche conoscerlo (ride)”.

Non ha definito la tua musica “trash pop”. Tutt'altro: ha detto che in Italia certe produzioni oggi vengono percepite così, ma che il tuo progetto era interessantissimo.
“La nostra musica non è mai stata trash pop, a differenza di tante altre produzioni italiane. La musica di Den Harrow era confezionata da professionisti come Roberto Turatti e Miki Chieregato. Abbiamo venduto in tutta Europa 20 milioni di dischi. Io come personaggio ho ricevuto 400 copertine, roba che neanche i Duran Duran. In Germania ho vinto premi prima di Michael Jackson, Billy Idol, Bruce Springsteen. La nostra era musica ben suonata, anche se ho fatto cose più tamarre tipo ‘Catch the fox’: ad ogni modo, in quel brano suonava Fio Zanotti, non proprio l’ultimo arrivato. C’era maestria, dietro quelle hit”.

Perché allora viene percepita come trash?
“Perché negli Anni ’80 dai vecchi cantautori italiani eravamo considerati come quelli che facevano musica di serie b, anche se vendevamo molto più di loro. A distanza di quarant’anni, ci siamo presi una rivincita”.

A nome di chi parli?
“Di tutta quella scena. Eravamo io, Gazebo, Sandy Marton, Ivana Spagna, Sabrina Salerno. Abbiamo sventolato la bandiera italiana sui palchi più importanti d’Europa”.

Come arrivasti alla musica?
“Totalmente per caso. Non sapevo cantare, non era mai stato un mio desiderio. Lavoravo come ragazzo immagine nelle discoteche, a partire dall’American Disaster di Milano. Ballavo bene. In quella discoteca faceva il dj Roberto Turatti. Mi disse: ‘Ti va di fare il cantante immagine di un disco già pronto?’”.

E tu?
“Accettai. Pensavo fosse un gioco. Sfornammo un successo dietro l’altro. Ad un certo punto la mia carriera mi sfuggì dalle mani”.

Cosa vuoi dire?
“Quando diventò seria, era già troppo tardi per fermarmi. Fu una condanna, esibirmi con la voce di un altro. Sentivo di prendere in giro i fan. Il progetto Den Harrow non mi sembrava più una cosa leale”.

Da dislessico quanto fu difficile imparare il playback?
“Difficilissimo. La cosa più tosta era imparare a memoria i brani. Quando non ci riuscivo, coprivo la bocca con il microfono”.

Non hai mai avuto paura di essere smascherato?
“Eccome. Quando mi chiamavano per fare esibizioni dal vivo in tv, rifiutavo. Mi sentivo inferiore psicologicamente. E stavo male. Quello di cui ha parlato Sangiovanni io l’ho vissuto prima di lui, ma non ho avuto le palle di Sangiovanni”.

Perché?
“È difficile quando hai 20 anni rifiutare tutte quelle belle cose: i soldi, gli sponsor, le copertine. Io arrivavo dalla periferia di Milano. Se non avessi fatto Den Harrow, chissà a quest’ora dove sarei. Non sapevo fare niente, per di più ero dislessico. I ragazzi di oggi sono molto più dignitosi di quanto non lo fossimo noi”.

Quando decidesti di dire basta a quella farsa?
“Nel 1988, lottando contro le resistenze dei discografici. Una volta mi presentai negli uffici della Baby Records per spiegargli che non mi sentivo più a mio agio. Mi dissero di andare a farmi staccare un assegno per comprare un macchinone. Spesi 95 milioni. Poi però riuscii ad impormi. Con ‘Born to love’, con la mia voce, arrivai alla finale del Festivalbar. Ma era tardi: la disco music stava finendo”.

La giostra quando smise di girare?
“Dal ’90 in poi cominciai a fare dischi che ebbero sempre meno successo, fino a quando non mi ritirai. Non mi è mai piaciuto questo ambiente, chi lo frequenta”.

Oggi?
“Vivo tra Malaga e Viareggio, insieme a mia moglie Daisy Scaramella, autrice delle mie produzioni degli ultimi anni. Continuo ad esibirmi. Soprattutto d’estate, quando insieme a Gazebo e gli altri facciamo grandi rimpatriate a tema Anni ’80, collezionando sold out ovunque. Nel 2021 ho fatto un nuovo singolo, ‘Always’, il vinile ha spopolato. Ma a 62 anni quello che dovevo fare l’ho fatto. Dove cazzo devo andare? Mi ci vedete a 70 anni a fare il dancer? (ride)”.

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