8 marzo: otto donne cantate da Lucio Battisti
LUISA ROSSI
Musica di Lucio Battisti, parole di Mogol
Il lato A del secondo 45 giri di Battisti (1 luglio 1967) presenta il primo ritratto femminile con nome proprio a firma Mogol, cui Lucio presta la musica. Si parte con la doppia citazione zappiana dell’incipit di “The Return of the Son of Monster Magnet” e di “The Son of Suzy Creamcheese” e si procede sulla falsariga: Luisa Rossi è una ragazza dei tempi nuovi, “che sa bene quel che fa”, “ride con tutti”, “regala un giorno a me / ride e poi se ne va”, perché “vuol bene a tutti”. Già quasi una hippie, insomma, dato che “ridere” significa “accompagnarsi”, com metafora un po’ rococò. Siamo agli inizi della collaborazione Mogol-Battisti e a Rapetti non è ancora sbocciata una vena autoriale profonda. “Luisa Rossi” è un bozzetto, ma ammirato: sullo sfondo, implicitamente, la brutta figura la fanno i coetanei maschi, ancora arretrati dato che “rischia di restare sola / e lei lo sa”. Per loro va bene un giro con lei, ma non una storia e tantomeno una vita è il messaggio sottinteso del testo. Eppure è Luisa Rossi, un nome come tante, una ragzza come tante dei tempi moderni, a vincere e ad apparirci raggiante in questo brano soul destinato alle piste dei locali da ballo.
BALLA LINDA
Musica di Lucio Battisti, parole di Mogol
Il terzo 45 giri di Battisti (29 aprile 1968) presenta sul lato B (su quello A c’era “Prigioniero del mondo”) il brano con cui Battisti fa centro e conquista il pianeta: 100.000 copie in Italia, ma l’anno dopo la cover degli americani Grassroots (“Bella Linda”) è nella Top Ten inglese e tra i primi 30 in Usa. Linda, donna naturale e spontanea, forse non così bella, è spensierata (“ridi sempre”), separa sentimenti e sesso (“non parli mai d’amore”), è sincera (“però non sai mentire mai”), non fa promesse (“tu non dici / che resti insieme a me”), ma è sempre presente (“però non mi abbandoni mai”), si dona spontaneamente senza secondi fini meschini (“mi dai quel che puoi / non fai come lei, no, non fai come lei, / tu non prendi tutto quello che vuoi”), è così pura che la sua danza pare metafora della leggerezza del vivere. È un’altra hippie (come conferma la psichedelia della canzone) e un altro personaggio positivo, puro addirittura, come suggerisce il suo nome. Ancora una volta il maschio, che canta, appare un po’ meschino: nelle strofe, sottilmente malinconiche, rimpiange un’altra, dolce e bella, uno stereotipo tradizionale. Ma come si fa? Assurdo. E, infatti, anche la struttura della canzone è ribaltata: prima il ritornello, poi la strofa.
LA MIA CANZONE PER MARIA
Musica di Lucio Battisti, parole di Mogol
Quarto 45 giri (24 ottobre 1968), terza donna per nome chiamata. Anzi due: Rosa e Maria. La prima dà il titolo a una canzone solare che si contrappone al cupo lato B, “Io vivrò (senza te)”, anche nei temi: felicità contro dolore; poligamia contro monogamia; libertà contro prigionia. Questo, che non è uno dei brani imprescindibili di Battisti, si presenta vagamente latineggiante, a tratti mariachi (che a Battisti doveva piacere abbastanza, visto il suo riaffacciarsi in altri momenti della sua produzione), ma con un inserto di spinetta, tanto per sperimentare un po’. Il protagonista, tutto allegro e felice, pensa a due donne, Maria e Rosa, alle quali brinda dedicando la propria “canzone dolce” d’amore, portata dal vento (una serenata dylaniana?). Insomma, non un indeciso, ma uno che se la spassa, tanto che nell’inciso afferma “Quanti volti, quanti volti ha l'amore, l’amore: / per tutti una canzone sentirò”. Insomma: poligamia, libertà sessuale, felicità! Ma più che un uomo liberato, pare, complice il clima musicale, il solito mascalzone latino.
NON E' FRANCESCA
Musica di Lucio Battisti, parole di Mogol
Uno dei brani più famosi di Battisti, lato B della sanremese “Un’avventura” (31 gennaio 1969), composto già nel 1966, rifiutato dai Nomadi, sarebbe dovuto andare a Roby Matano, ma la Ricordi preferì i Balordi, gruppo beat demenziale e minore, che la incisero a fine 1967. Passò inosservata. Due anni dopo Battisti ci riprova, affidando l’arrangiamento a Gian Piero Reverberi. Mogol scava nella psicologia relativa al tradimento: il protagonista, venuto a sapere che la sua Francesca esce con un altro, incapace di assorbire il colpo, nega l’evidenza. Come nel blues, il testo della strofa alterna dato reale e commento personale: “Ti stai sbagliando chi hai visto non è, / non è Francesca. / Lei è sempre a casa che aspetta me: / non è Francesca. / Se c'era un uomo poi, / no, non può essere lei”. Il motivo? “Francesca non ha mai chiesto di più / perchè / lei vive per me”. Quello che si chiama paralogismo: un ragionamento sbagliato apparentemente vero e rigoroso. Che in questo caso sfocia nella negazione dell’evidenza e segnala una delle prime comparse di quel tipo maschile che lo stesso Mogol chiamerà “primitivo”, maschilista e assolutamente incapace di pensare che la donna possa essere indipendente e scontenta del rapporto, nonché capace di costruirsene un altro. Morricone disse che la melodia che sale e scende continuamente “esprime con la musica il dubbio dietro la finta certezza delle parole”. Spettacolare il finale improvvisato in studio su un solo accordo, al sapore di Buffalo Springfield.
ANNA
Musica di Lucio Battisti, parole di Mogol
Con “Anna”, lato B di “Emozioni” (15 ottobre 1970), siamo in pieno clima d’autore. Il protagonista, un altro “primitivo” maschilista, rimpiange amaramente Anna anche se sta con un’altra donna che lo serve come un pascià. Ma tanta angoscia, tanto dolore distruttivo, tanta tensione condotta su due accordi non si giustificano solo per il ricordo di Anna, per quanto positivo esso sia, anche se “io insieme a lei / ero un uomo”, anche se “quanti e quanti sì / ha gridato lei / quanti non lo sai”. Eppure anche la donna di adesso “la sera / non sa dirmi no”: allora perché la voce di Battisti parte rotta dal pianto, per poi rantolare, esplodere orgogliosa solo urlando il nome di Anna, ritornare quasi ad annullarsi per poi esplodere in urla sempre più folli dopo il mitico “breakkaccione” da 72 colpi di batteria di Franz Di Cioccio? Perché Anna è la metafora di uno stato di beatitudine assolutamente positivo. La donna di adesso “non sa dirmi no”: Anna gridava sì. È una consonanza emotiva perfetta, il paradiso perduto dell’esistenza umana, che invece trascorre in una serie di gesti quotidiani (“un lavoro”, “una casa”, “il caffè”, “non sa dirmi no”) privi di senso. Ecco perché “io insieme a lei / ero un uomo”: perché solo in un rarissimo stato di complementarietà l’esistenza umana acquista un senso. Curiosità: la scelta del nome è un omaggio di Mogol alla moglie di Gabriele Lorenzi, tastierista della Formula 3, che gli aveva prestato la sua Duetto Alfa per una settimana a Rimini.
ELENA NO
Musica di Lucio Battisti, parole di Mogol
Ultimo 45 giri uscito per Ricordi, è probabilmente una outtake di “Amore e non amore”, registrato a fine 1970, visto che i musicisti e i temi sono gli stessi. Questo bel rock’n’roll, condotto dal piano e da una chitarra riffeggiante sull’esempio di quella di Keith Richard in “Jumpin’ Jack Flash”, è ispirato al floricoltore vivaista Pierluigi Ratti e a sua moglie Elena, da cui Mogol e Battisti si recavano regolarmente quando stavano a Dosso di Coroldo, in Brianza. E la visita era sempre intorno alle sette e mezza, quasi ora di cena. E infatti il povero marito di “Elena no”, dopo aver fatto la spesa e preparato da mangiare, è terrorizzato dall’idea di aver sbagliato qualcosa: “Elena no, Elena no, / se sono un uomo più non lo so. / Non sgridarmi: faccio quello che vuoi, / non mi ribellerò mai. / [...] I tuoi diritti sacrosanti lo sai / sono miei doveri oramai”. Elena è una femminista “sbagliata”, che non intende il femminismo come parità di diritti fra i generi e indipendenza dei partner: lo intende come un maschilismo al contrario, quindi sempre un dominio e una dipendenza, seppur di genere opposto. È quindi, come il maschilismo, un “inquinamento” della naturale condizione umana e non non conduce alla libertà, ma a un’altra schiavitù. Ed essere veramente umani, per Mogol, voleva sempre più dire essere liberi.
LUCI-AH
Musica di Lucio Battisti, parole di Mogol
Seconda traccia di “Il mio canto libero” (novembre 1972), è il ritratto di una specie di Pippi Calzelunghe adulta, che con i suoi costumi disinibiti, non solo sessuali, mette a soqquadro il proprio paese. Mogol: “La protagonista è un'altra Luisa Rossi... una ragazza libera, completamente disinibita”. Ha appeso la sua veste rossa a sventolare sul campanile, è rimasta completamente e orgogliosamente nuda, per decidere il fidanzato sta provando tutti i maschi del paese e quando il figlio del macellaio la chiede in sposa, lei gli risponde che non è “una bistecca”. È un’adorabile castigamatti, avida di vita fino all’eccesso, con una spiccata propensione anticlericale: ha issato il vestito rosso a sventolare sul campanile, ha legato il curato che ogni giorno prega per lei, c’ha ballato intorno stile indiani con i visi pallidi, e ha bruciato la chiesa, come un’anarchica barcellonese del 1936. Il ritornello l’ammonisce che “di solito così non si fa!”, ma la simpatia di Mogol è così evidente che conclude: “Ho l'impressione che se non smetti all'inferno tu finirai, / ma se non altro quel luogo più allegro ed umano renderai!”. L’esaltazione della birba è palese anche nella connotazione solare del nome; nell’arrangiamento vocale per cui la voce solista pronuncia “luci” e un coro maschile quasi verdiano ne completa il nome con la sillaba “ah!”, a metà tra il sospiro di desiderio e il gemito di piacere.
AMI ANCORA ELISA
Musica di Lucio Battisti, parole di Mogol
L’ultima canzone della coppia Battisti-Mogol ad avere un nome di donna nel titolo arriva a marzo 1977, quarta traccia di “Io tu noi tutti”. Il riflusso è imminente e Mogol ha passato i 40 anni, per cui proclama di aver raggiunto una “sofferta e nuova maturità”. Eppure, in questo che sembra un colloquio tra amici, è evidente che lui pensa ancora alla sua ex, Elisa, appunto. La canzone è autobiografica, come ha chiarito Mogol: “Lei era un po' bambina e immatura. [...] Io mi arrabbiavo perché qualsiasi specchietto balenasse lei ne diventava un po' preda. [...] Elisa era un nome inventato, esisteva, ma aveva un altro nome”. Eppure, nonostante proclami che “la rabbia se n'è andata, / Portando via con sé / I drammi della vita”, lui pensa ancora alla sua ex, che, se era un po’ troppo incline a “quei capricci un po' infantili / Inutili monili”, però suscitava “eccitazioni” e “facili emozioni” e garantiva un “abbraccio sensuale”. Così l’amico confidente scuote la testa: “Ami ancora Elisa”. E il protagonista: “Giuro no! / Adesso son tranquillo / come un'anatra sul lago / adesso sono pago!”. Brano autocritico e ironico.
(Bonus track) ANCHE PER TE
Musica di Lucio Battisti, parole di Mogol
Niente nomi di donna, ma questa rock ballad pianistica da brividi e pelle d’oca, retro di “La canzone del sole” (novembre 1971), è il migliore di quei “brani scritti cercando d’interpretare la psicologia femminile, nati quindi non dalla coscienza diretta ma da una osservazione indiretta” (Mogol), scritti in quel periodo. Tre donne, tre momenti della giornata, tre solitudini. Notte, una suora (o una vedova?) si veste senza guardarsi allo specchio ed entra in chiesa per pregare, mentre pensa “al mondo, ormai, per te così lontano”; quasi l’alba, una prostituta torna a casa, posa “i soldi accanto a lui che dorme” (il magnaccia e compagno), con un gesto d’amore per lui che evidentemente “non sa che farne”; mattina presto, una ragazza madre, cui “un errore [...] è costato tanto”, accompagna il figlio a scuola e poi va al lavoro, e trema “nel guardare un uomo” e vive “di rimpianto”, perché le convenzioni sociali patriarcali la privano della possibilità di una nuova relazione. Tre donne costrette a rinunciare alla vita da una società maschilista, alle quali va la solidarietà di chi le osserva (“Anche per te vorrei morire ed io morir non so / anche per te darei qualcosa che non ho”), ma è frenato dalla propria quotidianità e dal rapporto che vive. Oggi si dirà: eccolo là, il complesso maschile del Salvatore. Ma, ehi, qui siamo nel 1971 e nulla è scontato. E questo è un capolavoro. Anche di sensibilità.
Testi di Renzo Stefanel, autore di "Ma c'è qualcosa che non scordo", acquistabile qui e che abbiamo recensito qui.