Beppe Vessicchio: “Da Elio a Vecchioni, ecco i miei Festival”
Ha perso il conto di quante volte ha sentito conduttori e conduttrici pronunciare davanti alle telecamere la frase diventata cult: “Dirige l’orchestra il Maestro Beppe Vessicchio”. Del resto, del Festival di Sanremo il maestro napoletano, classe 1956, è un’istituzione. Sotto al palco dell’Ariston il più celebre e pop dei direttori d’orchestra italiani ha accompagnato - tra gli altri - Elio e le Storie Tese, gli Avion Travel, Valerio Scanu, Roberto Vecchioni, Patty Pravo. A Sanremo 2024 Beppe Vessicchio non ci sarà sul podio dei direttori d'orchestra, e in questa intervista spiega perché, raccontando anche qualche aneddoto e retroscena sulle sue tante partecipazioni alla kermesse.
Nessuno dei big l’ha cercata?
“Non ho partecipato a nessuna delle produzioni che si sono proposte ad Amadeus e che Amadeus ha istintivamente individuato come necessarie alla rassegna. Un tempo le case discografiche cercavano di avere un referente che colloquiasse con l’orchestra, possibilmente esperto. Oggi non è più indispensabile”.
Cosa vuole dire?
“Da troppo tempo non c’è più quella preparazione richiesta un tempo. Prima l’industria discografica investiva. E gli investimenti erano ingenti. Bisognava fare le scelte giuste. Se chiamavi un direttore incapace, a fine giornata ti ritrovavi ad aver speso un sacco di soldi senza però aver ottenuto un risultato valido”.
Cosa si aspetta a livello musicale da questo Festival di Sanremo?
“Non lo so. Non ho ancora ascoltato nulla. Ma la tendenza, in generale, mi pare di capire sia: ‘Prendi subito’”.
Scusi?
“Successi che tendono alla concretizzazione immediata e poco duraturi”.
Amadeus però ha fatto notare che da direttore artistico ha scelto di portare all’Ariston la musica attuale, cercando di far vivere le canzoni anche dopo la settimana del Festival. I numeri gli danno ragione: dei 22 brani in gara lo scorso anno, 28 hanno ottenuto almeno una certificazione.
“Se il paragone è tra i Festival di Amadeus e quelli immediatamente precedenti, ha ragione Amadeus. Ha fatto un’operazione lodevole, sotto questo aspetto”.
E su cosa ha sbagliato, invece?
“Sulla carta mi sembra che la quota di tradizione sia un po’ bassa rispetto a quella dell’innovazione. Amadeus ha individuato dove andare a cercare le quote di novità e le ha anche valorizzate. Però credo che un Festival debba tener conto di più cose, di più proposte: qualche elemento in più della cosiddetta tradizione avrebbe potuto portarlo”.
Si ballerà tanto, quest’anno.
“È perché il mercato non accoglie più brani diversi dagli uptempo”.
Quanti Festival ha fatto da direttore d’orchestra?
“28. Il primo nel 1990: accompagnai due grandi artisti come Mia Martini e Mango, in gara rispettivamente con ‘La nevicata del ’56’ e ‘Tu… sì’”.
Il Festival più divertente?
“Quello de ‘La terra dei cachi’ con Elio e le Storie Tese. Era il 1996. Mi dissero: ‘Vogliamo arrivare ultimi’. La sera in cui i cantanti in gara dovevano riproporre solo un minuto della loro canzone trovarono un espediente clamoroso per aggirare il regolamento”.
Cioè?
“Suonarono il brano al triplo della velocità: fatta la legge, trovato l’inganno. Alla fine arrivarono secondi”.
Quanti ne ha vinti di Festival?
“Quattro. Nel 2000 con ‘Sentimento’ degli Avion Travel, nel 2003 con ‘Per dire di no’ di Alexia, nel 2010 con ‘Per tutte le volte che’ di Valerio Scanu e nel 2011 con ‘Chiamami ancora amore’ di Vecchioni. Con Roberto fu la vittoria più emozionante: trionfò una semplice canzone, che parlava d’attualità ma lo faceva con una delicatezza e una sensibilità commovente. Vinse al televoto contro i Modà e Emma: praticamente Rtl e i talent di Canale 5. Un’azione poderosa”.
Il Festival più amaro?
“Quello del 2010. Sul podio finirono Pupo e Emanuele Filiberto. Il pubblico in sala dissentì. Antonella Clerici disse che il ribaltone era attribuibile alle votazioni dell’orchestra e dei maestri. Ma non era vero. Gli orchestrali protestarono lanciando gli spartiti sul palco: una pagina amara della storia della kermesse”.