Bob Dylan e l'album che lo portò in vetta alle classifiche
Un disegno scarno, tratto a pastello, si direbbe, raffigurante nero su bianco le sagome di tre individui. Sopra i loro capi, il titolo del quattordicesimo disco da studio di Bob Dylan, ‘Planet Waves’, sebbene il suo nome, su quella copertina da lui stesso disegnata, forse per gioco, non sia riportato in nessun punto - si leggono, invece, la scritta “Cast-iron songs & torch ballads” (“canzoni solide e ballate in stile torch”) e quello che secondo taluni potrebbe essere stato il titolo alternativo del lavoro, ovvero “Moonglow”. In realtà, è certo che, almeno in principio, ‘Planet Waves’ dovesse chiamarsi ‘Ceremonies Of The Horsemen’, in sé un riferimento al brano “Love Minus Zero/No Limit” di ‘Bringing It All Back Home’, uno di quei tre album, insieme con ‘Highway 61 Revisited’ e ‘Blonde On Blonde”, che Dylan portò storicamente a compimento nell’arco di soli quindici mesi.
Ma se a proposito di quei tre capolavori anzidetti si è narrato e scritto ampiamente (probabilmente anche troppo), davvero poco sembra essere il risalto sin qui dato a ‘Planet Waves’, un capitolo sonoro rimasto perlopiù occultato nei meandri della discografia dylaniana. Un vero peccato, dacché il disco resta un trionfo in termini di compattezza e qualità compositiva: un risultato che fu in larga parte dovuto alla sinergica collaborazione tra Dylan e i componenti di una formazione canadese-statunitense chiamata semplicemente The Band (il cui debutto ‘Music From Big Pink’ del 1966 sarebbe addirittura, a sentire l’ex Pink Floyd Roger Waters, “il secondo disco più influente della storia del rock”). La Band, che era composta dal chitarrista Robbie Robertson e dai polistrumentisti/cantanti Rick Danko, Levon Helm, Garth Hudson e Richard Manuel, aveva già scortato anni prima (ancora col nome di The Hawks) Bob Dylan per il suo tour elettrico del 1965-66 (tour grandemente disapprovato dai puristi del folk, lo ricorderemo, avvezzi al Dylan munito unicamente di chitarra acustica e armonica). In seguito c’erano poi stati ulteriori, seppur sporadici momenti di condivisione del palco, l’ultimo dei quali durante il Capodanno del 1971 presso l’Academy Of Music di New York.
Dal palcoscenico allo studio di registrazione
Fu però soltanto nell’estate del 1973, dopo aver terminato un’esibizione al festival Summer Jam At Watkins Glen - dinnanzi a centinaia di migliaia di persone -, che la Band fu nuovamente avvicinata da Dylan per verificare se ci fossero gli estremi per affrontare un nuovo tour insieme. E quando nel mese di settembre si trovarono per alcune ore di prove a casa di Robertson, la chimica fu tale che molto presto si finì per anteporre il proposito di realizzare un disco di materiale inedito alla questione del tour (che sarebbe comunque andato in porto).
Con alle spalle il suo più recente coinvolgimento nel film "Pat Garrett & Billy The Kid", per il quale aveva scritto una sentita colonna sonora (fra i brani anche “Knockin’ On Heaven’s Door”, poi rivisitato in modo ampiamente personalizzato dai Guns N’ Roses), Dylan cominciò ad accatastare una serie di idee che sarebbero confluite per prime in canzoni quali “Forever Young”, “Nobody ‘Cept You” e “Never Say Goodbye”, tutte pensate per il nuovo album. Quando poi da New York, qualche settimana più tardi, fece ritorno a Malibu, dove risiedeva, le idee crebbero ulteriormente, e dopo aver cambiato anche etichetta, passando eccezionalmente dalla Columbia alla Asylum Records, Dylan e la Band stavolta si ricompattarono non più a casa di Robertson, ma al Village Recorder di Los Angeles insieme a un produttore chiamato Rob Fraboni. A quell’epoca, Fraboni ricopriva la carica di capo ingegnere del suono al Village, e più recentemente aveva affiancato Jimmy Miller nella produzione di ‘Goats Head Soup’ dei Rolling Stones, un album di livello medio-alto (per gli standard compositivi del gruppo) che includeva la toccante ballata “Angie”. Con Fraboni, le sessioni di registrazione di ‘Planet Waves’ si completarono piuttosto rapidamente: per essere più precisi lungo il corso di poche sedute distribuite tra il 2 e il 14 di novembre del ‘73.
Il composto di ‘Planet Waves’
Fraboni seppe mantenere costante la dimensione “live in studio” nei suoni viscerali delle canzoni lavorate al Village da Dylan e la Band, anche se il roots-rock festoso dell’opener “On A Night Like This” avrebbe tratto in inganno, se così si può dire, l’udito dell’ascoltatore. Infatti la vera natura, mesta e profonda, che tutta avvolge ‘Planet Waves’, avrebbe cominciato a manifestarsi molto più marcatamente a partire solamente dalla seconda traccia, “Going, Going, Gone” (dove splendide risultano essere le particolari sfumature della chitarra di Robertson), per poi aprirsi a una successione di momenti di ascolto incredibilmente toccanti. “You Angel You”, “Something There Is About You”, fra i vertici dylaniani, ma anche “Never Say Goodbye” ed “Hazel”, nonché la catartica “Dirge” (“Ho pagato il prezzo della solitudine / Ma almeno ho estinto il debito”, recita il suo testo). Tutti esempi concreti del grande feeling che animava in quei giorni Dylan e la Band, lo stesso che ritroviamo intatto anche nel rock ‘n’ roll più schietto di “Tough Mama”, uno di quei brani che si può dire abbia fatto scuola rispetto a un certo tono di scrittura osservato da un gruppo, oggi nuovamente operativo, come i Black Crowes. Il borioso leader Chris Robinson, del resto, non ha mai fatto mistero della sua ammirazione per Bob Dylan: “Con ogni probabilità è il mio più grande eroe”, ha così confessato al conduttore radiofonico Howard Stern, nel 2019, ricordando, divertito, di quella volta in cui Dylan fu chiamato sul palco dagli Stones per un featuring su “Like A Rolling Stone”, che Richards e compagnia avevano riletto e realizzato come primo singolo del live album ‘Stripped’, e di come il legittimo proprietario di quel brano rovinò l’occasione mostrandosi molto poco propositivo nel cantare le sue parti, per poi lasciare il palco alzando il dito medio in direzione di Mick Jagger. (L’episodio si riferisce a un concerto in cui Dylan si trovò ad anticipare una performance del ‘Voodoo Lounge Tour’ degli Stones, nell’estate del ‘95 a Montpellier, nella Francia meridionale. In tale contesto, i Black Crowes figurarono come band di apertura.)
Trapasso, romanticismo, senso di abbandono e una punta di speranza. Questi, un po’ in sintesi, i temi di ‘Planet Waves’.
Dylan tentennò ed ebbe più di un ripensamento nel registrare un altro caposaldo di ‘Planet Waves’, “Forever Young”. Durante le sessioni confidò a Fraboni di aver tenuto il brano “in caldo” nella sua testa per diversi anni, ma che proprio ora che stava avendo la possibilità di svilupparlo non era più sicuro di quale potesse essere la corretta caratterizzazione stilistica da applicargli. Secondo il produttore, il celebre songwriter aveva già salvato una versione pressoché perfetta di “Forever Young”, registrata in una sola ripresa ed estremamente “avvincente, potente e immediata”, tanto che sarebbe stato impossibile farne un’incisione migliore. Alla fine, Dylan optò per includere due diverse versioni omonime, senza quindi darne distinzione nei rispettivi titoli, all’interno del master finale. La più importante delle due è la versione più lenta, quasi un catartico gospel e dalla lunghezza più estesa della seconda, la cui interpretazione, seppur di grande pregio, differisce completamente, col suo country-rock folkeggiante, dalla prima. Forse l’unica canzone conosciuta di ‘Planet Waves’ – Joan Baez ne fece presto una cover, ma molto poco intrigante -, “Forever Young” è un metaforico inno alla gioventù; più nello specifico, un tentativo, da parte di Dylan, di incapsulare in metrica le sue speranzose preoccupazioni sull’essere padre. Un’espressività poetica che tuttavia avrebbe trovato il suo acme in “Wedding Song”, brano che fu aggiunto all’ultimo momento e in sostituzione dell’originale numero conclusivo di ‘Planet Waves’, “Nobody ‘Cept You” - che poi trovò ugualmente una destinazione, ma solo anni dopo e nel box-set ‘The Bootleg Series Volumes 1–3 (Rare & Unreleased) 1961–1991’.
“Ciò che è perduto è perduto; non possiamo recuperare quel che è andato giù durante il diluvio”
‘Planet Waves’ vide la luce il 17 gennaio del ‘74, e dopo qualche settimana finì al numero uno della classifica americana di Billboard, segnando così un precedente nella carriera discografica di Bob Dylan. Per lui, ovviamente, si trattava solamente di un altro semplice disco – o almeno, così fece sembrare nelle poche occasioni in cui decise di parlarne con la stampa. La Asylum, che si era sobbarcata tutta la promozione del lavoro, fu ripagata dello sforzo solo in parte, dacché, pur divenendo disco d’oro, ‘Planet Waves’ non andò oltre le seicentomila copie vendute. Il cantante tagliò senza troppe cerimonie i ponti con la label, ma Asylum fece in tempo a commercializzare il doppio live album ‘Before The Flood’, fornendo ai fan un souvenir del primo tour di Dylan dal ‘66. Le quaranta date con la Band che seguirono l’uscita di ‘Planet Waves’ furono abnormi in termini di successo, ma dell’album qui in oggetto furono contemplate in scaletta solamente “Tough Mama”, “Something There Is About You”, “Forever Young” e “Wedding Song”, destinate man mano a sparire, peraltro, con il progredire del tour (nessuno di questi titoli è infatti presente su ‘Before The Flood’). Dopodiché, la Band tornò a operare in autonomia, supportata dalla Capitol Records, mentre Dylan, riaccolto a braccia aperte dalla Columbia, scrisse e registrò quello che meritevolmente resta a oggi uno fra i suoi capolavori, ‘Blood On The Tracks’. Di cui, anche in questo caso, si è però già detto e scritto a profusione. Al contrario di ‘Planet Waves’.