"Lateral": 1978, un anno da rivalutare
Lateral è un nuovo appuntamento periodico di Rockol per attraversare la storia della musica popolare, alta e bassa, e offrirne una vista, appunto, laterale. Una volta al mese, da leggere, commentare e ascoltare con la playlist dedicata. Questo episodio è dedicato al 1978.
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Ci sono anni che non vengono ricordati quando si parla di grandi momenti della musica popolare. Le ragioni sono diverse: non hanno prodotto un numero consistente di capolavori, o testimoniato momenti rivoluzionari, sono stati macchiati da fenomeni non considerati cool, oppure semplicemente si trovano nel bel mezzo di due anni vivisezionati in saggi, articoli e celebrazioni a ogni anniversario.
Spesso questi anni negletti sono di transizione tra fasi più nobili della storia della musica, ma proprio per questo contengono germi e anticipazioni che meritano una riconsiderazione. Nella seconda metà degli anni Settanta, il 1978 risponde in pieno a queste caratteristiche ed è da qui che iniziamo con Lateral.
Siamo al centro perfetto del periodo considerato il punto più basso nella storia dell’Inghilterra moderna. Treni sporchi e inaffidabili, telefoni che vanno in tilt in maniera imprevedibile, interruzioni della corrente elettrica accettate come normale amministrazione. Ovunque squallore e decrepitezza. I giornali parlano di un Paese, un tempo grande, ormai in forte declino e sull’orlo di un collasso totale. Graffiti e spazzatura dappertutto, strade su strade di case a schiera rase al suolo per fare spazio a palazzoni in stile brutalista. L’IRA fa esplodere bombe ovunque, gli hooligans scatenano risse, gli skinhead del Fronte Nazionale minacciano gli immigrati. È l’inverno più freddo degli ultimi 16 anni e le azioni di sciopero di macchinisti, infermieri, becchini e tante altre categorie contribuiscono a farlo passare alla storia come The Winter of Discontent. Shakespeare è sempre di aiuto quando c’è da fare sintesi.
Se Londra sta male, New York non se la passa meglio. Una New York molto diversa da come la conosciamo oggi. Sporca, a un passo dalla bancarotta, delinquenza e morti dappertutto. L’elevata disoccupazione spinge quasi un milione di persone a vivere nei sobborghi, alla ricerca di lavoro. La definitiva conferma che, come pensano molti americani, i Settanta sono gli anni da dimenticare, il decennio in cui non è accaduto nulla di buono, un'epoca di presidenti sfortunati, mode discutibili, una musica irrilevante e il narcisismo prima di tutto.
In Italia si assiste alla fine del Movimento e all’ultima fase della lotta armata con l’obiettivo di sovvertire l’ordine democratico della repubblica, preparando la strada per una sollevazione Marxista. Tutto ciò che si presume ostacoli la rivoluzione diventa un bersaglio: politici, forze dell’ordine, lo Stato. Aldo Moro, Sandro Pertini. I tre papi. Ma è anche tempo di conquiste. Le donne italiane hanno per legge la facoltà di interrompere una gravidanza indesiderata. Si chiudono i manicomi.
A pensarci bene, praticamente dappertutto le condizioni ideali per generare della buona musica.
Il fenomeno più importante dei due anni precedenti, il punk, sembra avere esaurito la sua spinta propulsiva, consumata prima a New York e poi a Londra. La sua capacità di indirizzare la rabbia dei giovani alle prese con la nuova realtà desolata e post-industriale non poteva durare a lungo. Prima di passare a una dimensione “post”, il punk altera irrimediabilmente il DNA delle band progressive che semplificano il loro approccio alla musica, riducono la durata dei pezzi e si convertono a un linguaggio più pop. Getta anche le basi per una nuova generazione di singer-songwriters che a partire da Costello portano sulla scena inglese un diverso modo di intendere la canzone d’autore.
Prima ancora dell’ultimo concerto dei Sex Pistols a San Francisco a gennaio, che qualcosa sta cambiando se ne accorge una delle tante riviste musicali che popolavano le edicole dell’epoca. «Sounds» conia quasi per caso la definizione “New Musick” quando a novembre del 1977 mette in copertina i Kraftwerk. Nello stesso momento, David Bowie e Heroes sono nella Top 30 britannica, anche se non riescono ad andare oltre il ventiquattresimo posto della classifica dei singoli. Passano pochi mesi e tutti i protagonisti della scena punk migrano su altre sponde tra rock, disco e canzone quasi d’autore, lasciando i soli Ramones a portare avanti, immutato, il verbo. Il centro della scena, centrato sulla Londra di Clash, Sex Pistols e Damned, si frammenta e trova terreno fertile nel nord del paese, dove la desolazione post-industriale amplifica il bisogno di qualcosa che riesca a trasmettere la paura, la bellezza, il romanticismo, la speranza e il senso di inadeguatezza che i giovani provano.
Si inizia a parlare di qualcosa che oggi chiameremmo post-punk. Rimangono la formazione chitarra-basso-batteria e i pezzi di tre minuti, ma l’ordito sonoro si apre alle influenze più disparate tra ska, reggae, funk ed elettronica. Le influenze tedesche e il kraut rock sono tra le più avvertibili. Contemporaneamente, i sintetizzatori diventano più convenienti e alla portata delle giovani band. La musica elettronica fa il suo timido ingresso nell’arena mainstream, portando con sé un nuovo set di sonorità e un diverso modo di fare canzoni. Questo è il primo grande contributo che ci porta il 1978, anche se sarà digerito e reso commestibile per le masse solo a partire dall’anno successivo e per tutta la prima parte degli anni Ottanta. La musica elettronica definisce nuovi riferimenti estetici e culturali, affrancandosi dall’iconografia classica del rock ed emancipandosi dall’estrema semplicità e rozzezza del punk. I Kraftwerk presentano a Parigi in aprile il loro nuovo album, che in copertina omaggia il costruttivismo russo. L’invito alla stampa impone un dress code specifico: viene richiesto di presentarsi vestiti di rosso. Sul palco ci sono quattro manichini. Camicie rosse, pantaloni neri, cravatte nere, capelli da Subbuteo, facce che approssimano quelle dei membri del gruppo, in un approccio anti-celebrità e antimedia che non lascerà indifferenti i Joy Division che trovano la loro denominazione definitiva proprio nel gennaio 1978.
La musica dei Kraftwerk inizia a essere suonata in un club di Londra, insieme a quella glam inizio settanta. È proprio il 1978, quando uno squallido club sotterraneo, inizia a ospitare ogni martedì sera una folla di adolescenti e ragazzi – principalmente studenti di scuole d'arte di periferia – alla ricerca di nuovi riferimenti estetici che sostituiscano l’estrema semplicità e rozzezza del punk. È il Billy’s con le sue Bowie nights, prima dei ragazzi del Blitz e dei new romantics che arriveranno qualche anno dopo. Alcuni dei clienti abituali diventaranno famosi e collettivamente creeranno un'estetica strana e glamour che dominerà il decennio successivo.
Se l’elettronica in classifica è il primo contributo del 1978 e soprattutto all’inizio è all’insegna di formazioni che si vestiranno di un alone di mito con il passare degli anni, il secondo ingrediente sembra avere radici molto meno nobili. Sono almeno 5 anni che si parla di musica da ballare, ma è solo con l’uscita di un film a basso budget sul finire del 1977 che le cose cambiano davvero. Saturday Night Fever sdogana definitivamente la musica Disco e le discoteche per l'America bianca, etero, maschile, giovane e borghese. Un contributo importante è arrivato da poco dall’apertura nell'aprile 1977 dello Studio 54, la regina delle discoteche di New York e forse del mondo, sulla 54esima strada vicino all’ottava Avenue. Per oltre sei mesi, dal dicembre 1977 al giugno 1978, i Bee Gees regnano come nessuno mai prima e dopo di loro sulle classifiche americane e di tutto il mondo. Alla fine del 1978, si contano un migliaio di discoteche nella sola area metropolitana di New York.
La Disco è improvvisamente ovunque e forgia costume, arti, moda, cinema e società. Tutti vogliono fare qualcosa che sia Disco. La mania non risparmia nessuno, nemmeno le star più blasonate del panorama rock, soprattutto se inglesi, da sempre più aperti a sperimentazioni. Mick Jagger inizia a comporre in 4/4, mentre il bassista della band gli regala quella che sarà una delle linee di basso più imitate di quegli anni. Rod Stewart e tanti altri seguono a stretto giro. Nemmeno gruppi di estrazione punk sono indenni. I Blondie girano il video di Heart of Glass proprio allo Studio 54. In classifica rimangono i soli Springsteen e Browne a difendere una categoria che di lì a pochi anni sarà storicizzata con il nome di classic rock.
La musica disco farà la caduta più brutta e veloce di qualsiasi altra grande tendenza pop e sono pochi che ne ricordano il contributo. Uno sguardo un po’ più laterale ci fa capire che la musica popolare ne viene profondamente modificata e per sempre. Forse i Bee Gees, gli Stones, gli Chic non se ne rendevano conto, ma è il momento in cui il ritmo diventa un fattore chiave in un disco di successo, e questa cosa non cambierà più.
Dall’unione di suoni elettronici, ritmi disco e nuove linee di basso, nasce tutto quello che arriverà dopo, tra post punk, new wave, elettronica di consumo, gothic.
Suoni ed estetica cambiano nel mondo, mentre l’Italia si muove tra due estremi. Da un lato le sigle televisive che con Heidi, Ufo Robot, Happy Days e Sbirulino, che si impadroniscono della hit parade. Dall’altro, l’”Uno, Due, Sei, Nove” degli Skiantos. Tra i due, la nostra canzone d’autore che vede il 1978 esattamente al centro dei suoi sei anni più felici. Con "Rimmel" tre anni prima aveva dimostrato di poter vendere ed essere remunerativa al pari se non di più di quella pop, anche perché fortemente legata al supporto del 33 giri, capace di generare più utile per le case discografiche. Tra il 1977 e il 1978 un ulteriore e decisivo passo in avanti. La canzone d’autore italiana cambia, almeno in tre cose. Cambiano i testi: meno impegno, più spazio al privato e persino all’amore. Cambiano i protagonisti che si arricchiscono di nuovi vecchi volti, gente che canta da anni ma che al successo non ci era arrivata mai: Ivan Graziani, Roberto Vecchioni. Soprattutto cambiano i suoni. Il poverismo degli arrangiamenti che avevano caratterizzato le produzioni dei grandi cantautori sembra evolvere improvvisamente. Non sono chiaramente estranee le influenze d’oltreoceano, ma la vera novità è la frequentazione con le grandi formazioni nostrane dell’area progressive e jazz, che portano aria nuova, sonorità più articolate e complesse. Che succeda in questo periodo non è un caso. Il punk ha messo la parola fine alla stagione migliore dei nostri alfieri del prog rock, i gruppi vendono meno, perdono pezzi e il livello creativo scende. Diversamente dai colleghi inglesi, PFM, Banco e Orme impiegheranno alcuni anni per convertirsi alla canzone pop di tre-quattro minuti e adesso hanno del tempo libero. I tour in Italia e nel mondo li hanno resi turnisti di super lusso che possono determinare le sorti di produzioni fino a quel momento affidate soprattutto al potere della parola. La PFM, con un passato importante ad accompagnare in studio per alcuni tra i più grandi artisti italiani – tra Battisti e De Andrè – torna a prestarsi, anche in formazione completa, alla canzone d’autore, tra Alberto Fortis, Ivan Cattaneo e Gianna Nannini. Finardi, grande scopritore di giovani talenti, è costretto a regalare a Battisti - che può permettersi di pagarli di più - la sezione ritmica dei suoi dischi, forse la migliore nella storia della nostra canzone, con Walter Calloni alla batteria e Hugh Bullen al basso. Inizia una fase nuova con il gruppo jazz dei Crisalide con Stefano Cerri, altro straordinario bassista e Mauro Spina alla batteria. Dai Crisalide viene anche Ernesto Vitolo che, insieme al meglio della scena napoletana, ha già partecipato a "Burattino Senza Fili" di Bennato, album più venduto in Italia nel 1977 e all’esordio di Pino Daniele. Venditti lascia la RCA, passa alla Philips e nel giorno del suo 29esimo compleanno, pubblica "Sotto il segno dei pesci". Cogliendo lo spirito del tempo, anche lui decide di avvalersi di collaboratori d'eccezione: gli Stradaperta, gruppo cult della sottocultura che aveva già incontrato in Lilly e Claudio Simonetti dei Goblin. Alan Sorrenti scopre il potere del ritmo in Senegal e Marocco, per planare infine a Los Angeles, in studio con la crema dei musicisti della West Coast, tra cui il tastierista che lavorerà con Michael Jackson, il chitarrista degli Steely Dan, un pezzo dei Toto e fa una virata a 180 gradi verso la disco music. Numero uno in classifica in Italia, prima di lasciare il posto a "Stayin’ Alive".
La musica italiana non suonerà più come prima e vivrà probabilmente la sua stagione migliore tra il 1979 e il 1981 in una rincorsa continua verso produzioni più dense e sofisticate. Protagonisti assoluti di questa stagione Lucio Dalla e Franco Battiato, con un Battisti sempre impegnato in un percorso separato per ricchezza musicale e capacità d’innovazione. Ma di questo magari ne parleremo un’altra volta.
Se non ci ha lasciato capolavori indimenticabili, in termini di innovazione sonora è secondo a pochi altri anni. Rivalutiamolo questo 1978.
Qui una playlist che aiuta il viaggio nelle sonorità dell’anno.