Davide Van De Sfroos: un disco intimo adatto per l’autunno

Esce “Manoglia” un album acustico che apre una nuova finestra sulla carriera del cantautore laghée
Davide Van De Sfroos: un disco intimo adatto per l’autunno
Credits: Arianna Carotta / Concessione in uso a Rockol

Oltre 30 anni di carriera, 8 album in studio, 4 album live, 2 Targhe Tenco per il “Miglior album in dialetto” (2002, 2008), 6 romanzi pubblicati. Queste sono le cifre che sintetizzano il percorso artistico di Davide Van De Sfroos, il cantautore laghée, ovvero della zona del Lago di Como.

Un forte legame con il territorio, con la natura, con i suoi ritmi e riti con un occhio di riguardo allo sciamanesimo Davide Bernasconi (in arte Davide Van De Sfroos) ha una grande abilità nel narrare storie e tratteggiare personaggi, figure che arrivano dalla sua terra, che la incarnano e la rendono viva. 

Il cantautore lombardo è capace di passare dal punk al folk rock, senza dimenticare il folk puro, la canzone d’autore o il pop portato a Sanremo. Elettrico, acustico, orchestrale è assai poliedrico e lo dimostra anche con questo suo nuovo disco “Manoglia” (magnolia in dialetto) (disponibile dal 13 ottobre), un album intimo, delicato, acustico, che recupera cose scritte nel passato ma con un grande legame al presente.

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Come al solito Davide è un fiume in piena quando gli viene chiesto di raccontare, di parlare; pensieri che si susseguono e s’innestano uno dentro l’altro con continuità che mostrano la sua visione. Un eloquio a volte affascinante che, così’ come le sue canzoni, ti porta nel mondo di DVDS e te lo mostra chiaramente.

La prima cosa che ho notato ancor prima di ascoltare “Manoglia” è l’assenza della batteria. Questo indica una scelta sonora e stilistica ben precisa, e allora come nasce questo disco?
In questo momento non sentivo la voglia di un disco che spingesse, perché avevo fatto “Maader Folk”e poi addirittura un live, quindi l’esigenza era altra. Parlando con i miei collaboratori e con gli amici mi hanno ricordato di quelle canzoni acustiche strane, intime, fatte sentire solo a poche persone, anche non finite e solo abbozzate. Mi hanno detto: “potrebbe essere il tuo Nebraska”, sì al limite il mio “bernasca” (dice ridendo). Temevo però nel fare un disco solo voce e chitarra, temevo che la gente si potesse stufare. Allora ho recuperato quelle canzoni nei cassetti e le ho portate ai musicisti. Insieme le abbiamo arrangiate e costruite sino a dargli questa veste. Ripeto non doveva essere un disco “patapum patapum” ma una cosa più delicata. Lo abbiamo realizzato in primavera con l’accordo di farlo uscire in autunno, perché è un disco da ascoltare davanti al caminetto, andando verso Natale e guardando fuori dalla finestra vedere le brume autunnali, con le atmosfere che questa stagione porta… anche se ora siamo a ottobre e sembra di essere a fine estate. È un disco molto intimo, che non guarda certo alle classifiche.

Canzoni che arrivano da un cassetto riaperto. Oltre a queste cosa hai trovato?
Ho trovato tante cose che non ricordavo di avere scritto. E questo mi ha fatto preoccupare perché ho detto “mica avrò già l'Alzheimer?”. Poi però, mentre le riascoltavo mi veniva in mente anche il momento in cui le avevo scritte e perché. È stato come un viaggio al contrario, nel tempo. L’ho registrato, terminato e poi capito. È stato strano perché ho recuperato delle canzoni che apparentemente non erano destinate ad avere vita. Poverette, ma perché non dovevano uscire anche loro? D’altronde se sei un artista e scrivi è stupido e illogico che le cose restino nel cassetto e non vadano alle persone. 

A quando risalgono queste composizioni?
Le più vecchie forse sono del 2012, qualcuna è scritta dopo il lockdown, una avrà cinque mesi, nata prima di andare in studio. Di alcune poi c’era solo il testo, di altre dei provini fatti con una chitarra scordata per fare l’effetto “sitar” 

Come collochi questo disco nel tuo percorso? Com’è proseguito e come si è modificato?
Dopo i Potage ci sono stati i De Sfroos, gli esordi legati al post punk, anni formativi. Da “Da Breva e Tivan” (1999 dal nome di due venti del Lago di Como) ho cominciato a essere il Davide (Van de Sfroos) che canta i luoghi. Con “Semm Partii” (2001), inizia la narrazione dei grandi movimenti delle persone nei luoghi, movimenti anche mentali o psicologici. Movimenti sia degli emigranti sia di quelli che restano in giardino, ma che con la testa sono sempre via perché magari innamorati della Signora della Villa. Poi c'è stato “Akuaduulza” (2005) che è il disco dark gothic, burtoniano, dove le leggende prendono tutto. Dopo c’è “Pica” (2008), che è il disco sui lavoratori: il costruttore di motoscafi, il minatore. L’album di Sanremo “Yanez” (2011) che fa sì da supporto alla canzone sanremese ma comincia anche l'analisi, perché ha momenti che riportano al dentro, quindi comincio a scavarmi. È un viaggio all’interno che emerge forte nel successivo disco d’inediti “Goga e Magoga” (2014) che è un lavoro bipolare, con una parte antidepressiva e una parte ansiolitica, canzoni tranquille che dovrebbero metterti comodo e altre che dovevano scuotere, rompere, fare. Ed era un viaggio estremamente interiore. Ma ora ho chiuso con tutte le menate psicotiche perché adesso non è che sia proprio un Syd Barrett, cioè a un certo punto sono tornato a parlare delle cose, del muratore, della valle e di ciò che volevo raccontare. Questo “Manoglia” come lo colloco? È il grande spin-off del mondo Davide con canzoni che parallelamente, venivano inconsciamente già messe in embrione e poi lasciate lì. Questo non è un disco di scarti ma frutto di pensieri scritti nel tuo taccuino privato mentre stavi pensando a scrivere e cantare tutto il resto e quelle erano canzoni che in quel momento non c’erano. I brani di questo disco sono nati da uova provenienti da altri dischi, altri momenti. Ma alla fine sono canzoni senza tempo.

Una delle tue caratteristiche è sempre stata quella di avere un forte legame col territorio. Quanto c’è di questo rapporto in “Manoglia”?
Tantissimo perché praticamente è un disco fatto solo di foglie naturali e di storie, tutte cose della mia terra. Ma è un momento in cui il mio territorio è fortemente “invaso” da un turismo che dopo l'assenza totale del Covid è diventato”come se non ci fosse un domani”. Ecco allora che le persone come me si rifugiano nell'osteria, quelle dei Dopolavoristi, perché se vai in giro non conosci più nessuno e trovi soltanto persone che non parlano nemmeno una lingua che tu puoi comprendere. E poi sì, gli incontri possono essere belli, ma questi qui sono ragazzi giovani ma non è che puoi ascoltare storie. Arrivassero dei vecchi norvegesi che hanno voglia di parlare staremmo a far notte a forza di chiacchiere. Qui si riempiono iI Grand Hotel, le ville di lusso, c'è gente che sembrerebbe proprio non avere più problemi di spesa. Per tutta l'estate è come se il territorio non ti appartenesse più, e tu devi fare le strade secondarie per ritrovare i tuoi vecchi conterranei nei loro campi con le loro pratiche. E poi sempre più camion. È preoccupante perché crescono a dismisura case in paesi che una volta erano borghi e basta. È cambiato il territorio, è cambiata la mentalità, sono cambiate tante cose. Se lo conosci però il territorio è ancora bello o ancora amato. Però non è arrivato il turismo che ama il territorio, ma quello che ama altro, cioè Instagram, il turista da selfie che oltretutto si fanno le foto senza guardare le cose belle dello sfondo, magari davanti a un rudere.

Questo disco esce in versione vinile, vinile colorato in edizione limitata e numerata, versione cd e download ma non sarà possibile ascoltarlo in streaming. Perché una scelta così radicale?
Abbiamo deciso così in accordo con il management e la casa discografica. La scelta è principalmente legata al fatto che le piattaforme streaming sono sempre più orientate a supportare e promuovere musica di artisti che suonano generi diversi dal mio. Confortato anche dal successo del disco del mio amico Guccini (“Canzoni da intorto”), che non fu reso fruibile in streaming, abbiamo deciso di seguire la stessa strategia e renderlo disponibile soltanto in formato vinile, cd o download.

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