Power Trip 2023, Rockol c'era. Il report

La 3 giorni di Indio, California: AC/DC, Guns N' Roses, Iron Maiden, Judas Priest, Tool e Metallica 
Power Trip 2023, Rockol c'era. Il report

La signora mi guarda, immobile, attraversare il prato di un verde così intenso da farmi sentire in colpa. Miglia di deserto e poi, d’un tratto, palme ed erba bagnata, fontane, ombra. Arrivo trafelato lasciandomi dietro il fiato del catrame caldo della strada che da Los Angeles mi ha portato a Palm Springs e poi qui, in un luogo contronatura, che non dovrebbe esistere. È ancora ferma con le braccia conserte e un sorriso docile e materno. Dovrei chiederle dove prendere i bracciali per il festival, ma le domando, spontaneo: “Come fate a sopravvivere, a lavorare, a muovervi?”. “Facciamo le cose la mattina presto”, mi dice. Mi domando come abbia fatto a non arrivarci da solo prima di pormi una serie di questioni sulla mia, di vita. “Sono qui per i bracciali”, mi riprendo ancora confuso e travolto dall’umidità del luogo.

Allestito sui vasti campi verdi dell'Empire Polo Club di Indio, California, dal 1999 il luogo del Coachella Music and Arts Festival, il Power Trip ha raccolto sullo stesso palco nomi eccellenti dell’hard rock e heavy metal come AC/DC, Guns N' Roses, Iron Maiden, Judas Priest, Tool e Metallica. 
Sulla carta, l’evento è stato unico nel suo genere, ponendosi come un minifestival limitato a sei band che si sono esibite nell’arco di un weekend, dal 6 all'8 ottobre. Vero: in passato ci sono stati eventi simili e tour itineranti, ma mai prima d’ora erano stati riuniti calibri metal di questa portata e varietà stilistica. Con temperature autunnali che raggiungevano e superavano i 45 gradi e in pieno deserto, l’intrattenimento diurno si è limitato ad una stasi generale sotto i tendalini di camper mastodontici dotati di braci grandi come camere da letto di una qualsiasi casa europea. 

https://images.rockol.it/UkrbFuslxCF-1gckwfAkSJCXiss=/700x0/smart/rockol-img/img/foto/upload/1.2023-10-13-18-50-00.jpeg

GIORNO 1 - Venerdì 6 ottobre: Guns N' Roses / Iron Maiden

Gli Iron Maiden hanno inaugurato il festival con un set di 15 brani che hanno spaziato dall’ultimo album “Sunjutsu” alle origini della band nei meandri di Leyton, a Londra, alla fine degli anni 70. C’è sempre un qualcosa di teatrale, a tratti shakespeariano, nel modo di muoversi del frontman Bruce Dickinson. La presenza fisica a 65 anni suonati, l’espressività emotiva, la capacità d’improvvisazione si traducono in una presenza scenica che è controllo della stessa. Le chitarre di Andy Murray, Janick Gers e Dave Murray, pur con qualche sbavatura, sembrano lavorare in un contesto di mutualismo metallico discretamente tenuto sotto dalcontrollo dall’oscura presenza del basso di Steve Harris e la puntualità percussiva di Nicko McBrain.
Nonostante la concentrazione di sudata umanità nell'area del Pit al calare del sole, un alito di vento proveniente dalle colline riesce comunque a farsi strada, sebbene in pochi se ne accorgano quando le note di “Doctor Doctor” degli UFO sfumano in quelle nascenti del tema di “Blade Runner” di Vangelis prima di cedere il passo a “Caught Somewhere In Time” e quindi all'ingresso della Vergine di Ferro. Il Power Trip ha segnato anche l'ultima data (per ora) del Future Past Tour, col risultato che la scaletta è quasi totalmente prevedibile, con numerosi brani da “Somewhere in Time” del 1986, ma anche da uscite ben più recenti, col risultato che ha visto il set diviso a metà: una prima parte fatta di brani recenti (“The Writing On The Wall”, "Days Of Future Past”, “The Time Machine”), e una seconda che ha premiato il pubblico con una rarissima “Alexander The Great” oltre a classici come “The Prisoner”, "Can I Play With Madness”, “Heaven Can Wait”, “Fear Of The Dark” e ”Iron Maiden”.
L'istrionico Bruce ha menzionato il tema post-apocalittico che la band stava presentando, parlando dello "strano e distopico futuro" dei nostri giorni che lascia al pubblico due opzioni: "fottersene e non fare nulla", oppure “alzare il culo, fare qualcosa e provare a cambiare ciò che sta accadendo nel mondo". Nel dubbio, su le corna e via coi bis: “The Trooper” e “Wasted Years”. Il risultato finale è una delle performance fisicamente più impegnative degli Iron Maiden degli ultimi anni. A tratti, la band ha lottato per mantenere la sincronia nei suoi brani, perdendo un po' di quella impeccabile precisione che la contraddistingue. Con numerose altre band questo dettaglio potrebbe passare inosservato, ma per gli Iron Maiden, che hanno mantenuto uno standard di qualità pressoché perfetto per quasi 50 anni, è un fatto di notevole rilievo. Un monito che, alla fine, anche le migliori e apparentemente immortali leggende del rock vengono raggiunte dal tempo. Ma per ora, gli inglesi rimangono maestri indiscussi nel plasmare heavy metal di altissima qualità.

Il tempo di un cambio di scenografia e del tradizionale quanto fastidioso ritardo dei Guns N’ Roses, ed ecco la band losangelina materializzarsi sulle note di “It’s So Easy”, da un “Appetite for Destruction” che stasera verrà saccheggiato nella quasi totale interezza. Il gruppo californiano ha provato a sperimentare con atmosfere e coloriture differenti, come testimoniato dalle tastiere synth in "Hard Skool", tuttavia l'esibizione è stata funestata da molteplici inconvenienti audio, con livelli dinamici tutt'altro che piacevoli. La voce di Axl, il quale si era rifiutato di partecipare al soundcheck, si è rivelata per quello che è oggi: un falsetto sfiatato a tratti tenero e impacciato; nulla a che vedere con il timbro di uno dei migliori frontman degli anni '90. Sfortunatamente, il buon Rose non sembra porsi il problema. Il risultato, eccetto per i pezzi dal registro più grave (come "Mr. Brownstone" e "Pretty Tied Up", eseguiti in apertura), è stato a tratti penoso.
Anche Slash appariva spaesato, quasi estraneo alla band. Il suo linguaggio corporeo tradiva una tangibile indifferenza, come se fosse sul palco più per dovere che per passione, confinato in un’estremità dove nessuno osava avvicinarlo. I suoi assoli, sebbene tecnicamente ineccepibili, difettavano di energia e trasporto, mentre la propensione a divagare sembrava quasi un messaggio neppure troppo cifrato al pubblico.
Nonostante ciò, la band ha reso omaggio ad altri artisti con cover come "Live and Let Die" dei Wings di Paul McCartney, "Down on the Farm" degli U.K. Subs e "T.V. Eye" degli Stooges. Tuttavia, allo scadere della terza ora, una buona porzione di pubblico ha abbandonato le gradinate prosciugata dalla noia. Con la voce di Axl sempre più compromessa, nonostante il supporto della corista Melissa Reese e l'energia dei compagni di viaggio, l'esibizione non è riuscita ad avvicinare i fasti di un tempo.
In definitiva, nonostante una scaletta lunga e varia e un finale pirotecnico, l'esibizione dei Guns N'Roses ha lasciato una sensazione di insoddisfazione e al contempo di sollievo per la sua fine.

https://images.rockol.it/LQTDhkzW2ZOVs_tzk98B1Y_cOOk=/700x0/smart/rockol-img/img/foto/upload/2.2023-10-13-18-50-09.jpeg


GIORNO 2 - Sabato 7: Judas Priest / AC/DC

Nonostante la giornata odierna sia stata ancora più rovente di quella precedente, la sera è rinfrescata da quella che l'ottimista del gruppo definirebbe "un'idea" di brezza, ma che in queste lande desolate fa una grande differenza. Imparo a mie spese il motivo per cui gli abitanti locali indossano bandane attorno al collo e, occasionalmente, davanti alla bocca, nonostante il caldo: mi ritrovo un etto di polvere nell'esofago dopo il secondo refolo e non ne sono affatto felice.
La marea umana che avanza dal campeggio e dai parcheggi è già dotata di magliette degli AC/DC e immancabili corna da diavolo. Per chi se le fosse dimenticate a casa, questo accessorio è disponibile ai banchetti posizionati strategicamente al modico prezzo di 20$. 

S’inizia subito con i Judas Priest, che potranno anche essere arrivati all'ultimo nella lineup sostituendo Ozzy Osbourne, ma la miriade di magliette tra il pubblico conferma il loro status leggendario. Le note di “War Pigs” risuonano dagli altoparlanti poco prima del loro ingresso, un bel tributo a Ozzy, poi parte il poderoso uno-due dell'intro “Hellion”/”Electric Eye”. "I Priest sono tornati!" dichiara Rob Halford, ancora tutto borchie e pelle nonostante l'afa opprimente.
Sul palco non c'è spazio per chiacchiere: la band scatena il suo poderoso arsenale di inni heavy metal senza tregua. Brani recenti come “Lightning Strike” e “Firepower” dimostrano come il fuoco sacro arda ancora luminoso, mentre intramontabili successi come “The Sentinel” e “A Touch Of Evil” tuonano possenti grazie agli assalti titanici delle chitarre di Andy Sneap e Richie Faulkner.
L'esaltante “The Green Manalishi (With the Two Prong Crown)” dei Fleetwood Mac e la radiofonica “You've Got Another Thing Comin'” accendono il pubblico più di “Turbo Lover”, ma c'è compensazione con l'esecuzione di perle da “Point Of Entry", come “Desert Plains” e “Heading Out On The Highway”, rarità dal vivo nel Regno Unito ma più presenti oltreoceano. Con il loro spiccato senso del riffing e ritornelli accattivanti, i Priest sembrano cuciti su misura per il pubblico a stelle e strisce, e ai più attenti non sfugge come, effettivamente, abbiano mirato alla scaletta perfetta per gli States.
Quarant'anni fa, mentre "Screaming For Vengeance" spalancava le porte dell'America alla band con la hit “You've Got Another Thing Comin'”, i Priest iniziavano a cavalcare l'onda del successo. La leggendaria apparizione al "Metal Day" dell'US Festival del 1983 li consacrò, contribuendo a confermare l'heavy metal come fenomeno commerciale.
Quarant'anni dopo, i Priest calcano ancora il palco al fianco degli dei del rock, con una performance all'altezza della loro leggenda: da Halford che fa il suo ingresso in moto durante “Hell Bent For Metal” alla pura poesia di “Metal Gods” con Glenn Tipton come special guest, fino a evergreen come “Breaking The Law” e “Living After Midnight”. 
Forse nessun brano incarna meglio l'approccio "stasera si spacca" dei Priest quanto “Turbo Lover” del 1986, che originariamente aveva un vago sapore synth pop. Viene eseguita a ritmo indiavolato, con il drummer Scott Travis e il bassista Ian Hill a ribadire il concetto martellante. Velocità, compattezza, intensità e precisione da brividi, per una band che calca i palchi dal 1969.

Inutile, però, fare finta di nulla: il pubblico brama l'alto voltaggio degli Acca Dacca, come sono conosciuti dalle loro parti. La folla sotto il palco cresce in entusiasmo mentre il cielo si oscura e il rombo di una moto rimbomba nella Coachella Valley. Quando il carismatico frontman Brian Johnson si ritirò dalle scene nel 2016 a causa di problemi uditivi, molti temettero che la band stesse per chiudere un capitolo glorioso della sua storia. Tuttavia, oggi, sul terreno dell'Empire Polo a Indio, California, Johnson e i suoi compagni hanno dissipato ogni dubbio nel loro primo concerto dopo più di sette anni, riaffermando il meritato status di una delle più grandi band hard rock di tutti i tempi.
I 24 brani degli AC/DC hanno fatto tremare il deserto, con il 76enne Johnson che ha subito messo alla prova le sue corde vocali aprendo con "If You Want Blood (You've Got It)" per poi incendiare il pubblico con "Back in Black". Le esecuzioni di "Thunderstruck" e "Have a Drink on Me" non hanno deluso in termini di volume e potenza, precedendo l'epica "Hells Bells", seguita poco dopo da una travolgente "Dirty Deeds Done Dirt Cheap" cantata a squarciagola dalla folla. L'intera area si è illuminata di corna lampeggianti: non solo per la gioia dei gestori dei banchetti, ma anche per creare un riuscito effetto scenico nei momenti di buio tra una canzone e l'altra.
Come previsto, quando Angus Young ha iniziato "You Shook Me All Night Long", quattro generazioni di fan si sono unite al coro e Johnson ha sorriso come un eroe ritrovato. Le fiamme hanno danzato sulla band durante "Highway to Hell", mentre il 68enne Young si è esibito in shorts e una camicia bianca aperta, saltellando sul palco durante "Whole Lotta Rosie". Come si può fare a meno di amarli?
Oltre ai suoi grandi successi, la band ha proposto le prime esecuzioni dal vivo di "Demon Fire" e "Shot in the Dark" dall'album "Power Up" del 2020, insieme alla prima volta dietro un microfono per Johnson nel caso di "Riff Raff" e "Dog Eat Dog" che non cantava dal 2009. La serata si è chiusa con un trittico formidabile composto da "Let There Be Rock", con Angus Young che suonava in alto su una piattaforma, seguito da "T.N.T." e dal grandioso finale con "For Those About to Rock (We Salute You)" tra colpi di cannone e fuochi d'artificio.
Non è chiaro quali siano i piani degli AC/DC oltre al Power Trip, ma che abbiano appena fatto un ritorno trionfale o eseguito un canto del cigno, lo hanno fatto con uno stile ed un'energia unici nel loro genere.

https://images.rockol.it/RbPolC5lkju5P5YMM89IHpGKiRw=/700x0/smart/rockol-img/img/foto/upload/5.2023-10-13-18-50-05.jpeg


GIORNO 3 - Domenica 8: Metallica / Tool

È l'ultimo giorno di questo polveroso Power Trip ed è inutile dire quanto la gente seduta all’ombra di questi edifici mobili, bombardata dai nebulizzatori a getto continuo, sia ansiosa di vedere i Metallica. Ma prima, i Tool.
I commenti sulla performance dei Tool alla fine della loro esibizione non saranno così entusiastici come ci si sarebbe aspettato. Questo può essere attribuito in parte al fatto che il pubblico era incerto su cosa aspettarsi, in parte alla scelta di brani più lunghi come "Rosetta Stoned", a discapito di pezzi più brevi e magari più noti, ma soprattutto per la decisione di non proiettare la loro immagine sui maxischermi, irritando coloro che erano lontani dal palco. La loro collocazione nel cartellone, tra l'entusiasmo della sera precedente e l'attesa per i Metallica, poi, non ha certamente aiutato.
Tuttavia, nonostante questi ostacoli, la performance dei Tool è stata una delle migliori del festival. Hanno usato gli schermi come sfondo caleidoscopico, evitando di mettersi in primo piano, con il cantante Maynard James Keenan relegato nell'ombra e visibile solo a coloro che erano più vicini. In breve, la band è rimasta fedele alla sua formula distintiva. Lontani dall'essere delle rockstar convenzionali, la loro esibizione è sembrata in perfetta sintonia con il deserto californiano, facendo sembrare il tramonto un preludio allo spettacolo di luci. 
Durante il suo set, la band ha ipnotizzato il pubblico con riff meditativi e atmosfere coinvolgenti. Il contrasto rispetto all'hard rock suonato precedentemente è stato evidente, ma allo stesso tempo affascinante. Naturalmente non sono mancati momenti più in linea col contesto con "The Pot" o "The Grudge," che hanno mescolato una chitarra tagliente con la voce eterea di Keenan. Anche la già citata, rara esecuzione dal vivo di "Rosetta Stoned" è stata resa ancora più surreale grazie agli effetti laser. Sebbene neanche questo sia servito a renderli più gradevoli a chi li contestava tra un brano e l’altro.
In un weekend ricco di band leggendarie come Iron Maiden, Guns N' Roses, Judas Priest e AC/DC, i Tool hanno evitato i cliché del rock, offrendo invece un'esperienza musicale trascendentale che dimostra la loro capacità di competere con questi giganti. 
Concludendo con una potente esecuzione di "Ænema," i Tool hanno testimoniano ancora una volta la loro arte unica, offrendo un'esperienza che sfugge a qualsiasi classificazione. Semplicemente, i Tool sono rimasti fedeli a se stessi e al loro stile distintivo.

Cerco di parlarne coi vicini, ma è tempo buttato. Gli occhi e il resto sono puntati sul palco in allestimento, sulla coreografia dominata dal giallo, che è il colore chiave dell’ultimo album. Poi il deserto si tinge di blu, la musica del Maestro Morricone si prende la scena, e dall’Estasi dell’Oro si passa a quella per i Metallica in un rituale che prosegue fluido ormai da decenni. I Four Horsemen iniziano con “Whiplash”, “Creeping Death”, “For Whom The Bell Tolls” ed “Enter Sandman”. Già quest’ultima all’inizio dà prova di quanto i Metallica siano carichi stasera.
Non è solo nostalgia: brani come “Lux Æterna” e “Too Far Gone?” dimostrano una creatività ancora dinamica, animata. Dal vivo, stranamente, sembrano persino meglio che su disco. Trujillo introduce una pessima “Desert Jam” che permette alla band di rallentare prima di una titanica “Fade To Black”, che Hetfield presenta come una canzone "scritta sul suicidio" e invita a parlare con amici se ci si sente persi.
Quell'amore è ricambiato dal pubblico che canta a squarciagola. Nonostante il caldo, esplosioni e fiammate introducono “One”, “Fuel” e qualche piccolo errore - Hammett sbaglia l'introduzione di “Nothing Else Matters” – per un set che piace ai fan di vecchia data e ai neofiti.
Con un finale epico sulle note di “Master Of Puppets” i Metallica chiudono questa grande festa del metal, rimanendo i re incontrastati di un genere portato a nuove vette commerciali anche grazie al loro contributo pluridecennale.

https://images.rockol.it/wJux495O8m_a6-g857i2Y80yGAw=/700x0/smart/rockol-img/img/foto/upload/7.2023-10-13-18-50-10.jpeg

 

Stanchezza e sabbia sono ovunque, mentre l’aria inizia a farsi fredda, falsamente accogliente. Vediamo la folla defluire lungo le strade chiuse al traffico dalla polizia e c’incamminiamo verso l’abbraccio silenzioso del deserto come se esso potesse capire la nostra voglia di quiete. Una birra ghiacciata seduti su un masso, e all’orizzonte si spengono una ad una le luci del palco. Attorno a noi il buio vira su un nero senza punti di riferimento, e quando ce ne accorgiamo è ora di tornare indietro. Indio, Los Angeles, Europa. La signora dei bracciali dorme da un pezzo: un’altra mattina è appena dietro l’orizzonte.

Guarda la fotogallery di Simona Maccari

La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale

© 2026 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.