Robert Johnson: 85 anni di patti con il diavolo

Nel 1938 si spegneva il mito del blues, ma il suo spirito tormentato non è mai volato via.
Robert Johnson: 85 anni di patti con il diavolo

Nell’olimpo del blues, brilla la stella di Robert Johnson, intrappolata fra luci abbaglianti e venature oscure e misteriose. La storia della sua vita è ormai leggendaria, a partire dal suo celebre “patto stipulato con il diavolo” fino alle pochissime foto che lo ritraggono, quasi fosse un fantasma. Questo genio della musica si spense 85 anni fa, anche se il suo spirito continua a svolazzare e a essere inesauribile fonte di ispirazione. Ha un che di occulto anche la sua stessa morte, avvenuta in circostanze poco chiare e, per giunta, a 27 anni, rendendolo così il primo esponente del famoso e allo stesso tempo tragico club 27 di cui, nel tempo, entrarono a far parte anche Brian Jones, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Janis Joplin, fino ad arrivare a Kurt Cobain e Amy Winehouse.

Narra la leggenda, alimentata anche dallo stesso Johnson, che questi avesse stretto un patto con il diavolo vendendogli la sua anima in cambio della capacità di suonare la chitarra come nessun altro sul Pianeta: tale diceria è sorta e si è consolidata negli anni a seguito di diversi aspetti: la sua stupefacente tecnica chitarristica, basata sul fingerpicking e tuttora considerata come una delle massime espressioni del delta blues, lo strano timbro della sua voce e il contenuto sinistro dei suoi testi che, seppur largamente improvvisati come era ovvio per il genere all'epoca, spesso narravano di spettri e demoni. Un alone da “musicista maledetto” molto simile a quello del grande violinista Niccolò Paganini, anche lui, cento anni prima, accusato di essere in combutta con il Maligno.

Robert Johnson morì improvvisamente il 16 agosto 1938, all'età di 27 anni, a Greenwood, nel suo Mississippi. Non è stato possibile definire con certezza quali furono le ragioni del decesso: il certificato di morte, registrato all'ufficio di Stato Civile di Jackson il 18 agosto, non attribuisce il decesso ad alcuna causa specifica. Qualcuno testimoniò che fu pugnalato, altri che fu avvelenato e che la sua morte ebbe a che fare con la magia nera. Un altro elemento che ha contribuito a diffondere contorni biografici leggendari. Ha lasciato 29 canzoni. Con il suo stile e la sua tecnica, ha costituito una base imprescindibile per intere generazioni di musicisti a venire tra cui Muddy Waters, Bob Dylan, i Rolling Stones (fecero una cover di "Love in Vain" nel loro album "Let It Bleed" del 1969, e una cover di "Stop Breaking Down" nel loro album "Exile on Main St." del 1972), i Cream (fecero una cover di "Cross Roads Blues", trasformandola in "Crossroads"), gli Allman Brothers, Johnny Winter, Eric Clapton (dedicò a Johnson diversi tributi), Jimi Hendrix, Jeff Beck, i Led Zeppelin (fecero una rivisitazione di "Travelling Riverside Blues") e tanti altri.

Per scoprirlo o riscoprirlo, in questo anniversario, si può recuperare l’ottima compilation “King of The Delta Blues Singers”, un vero manifesto. Non solo: questa raccolta è decisamente influente anche e soprattutto per la portata del bluesman nel suo genere di riferimento. Nel tentativo, più che riuscito, di riportare alla luce la tormentata, ma senz’altro senza tempo, produzione di Johnson, pertanto, questo album uscito nel 1961 ripropone sedici delle registrazioni incise dall’artista a Houston nel periodo compreso tra il 1936 e il 1937, brani che hanno ispirato un’intera generazione di musicisti blues rock. Tutti i grandi, infatti, hanno fatto i conti con il suo talento straordinario e lo stile innovativo della sua tecnica. A partire da Keith Richards dei Rolling Stones che lo scoprì grazie a Brian Jones e gli chiese: “Chi è questo?”. Quando Brian gli rispose: “Robert Johnson”, Keith lo incalzò: “Sì ma chi è l’altro che suona con lui?”, perché gli sembrava di sentire due chitarre e ci mise un po’ a realizzare che Johnson stava facendo tutto da solo.

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