Rock on the wild side - The Who, ci vuole un fiore
Fu presumibilmente il 7 dicembre 1975, nell’unico giorno di pausa tra i concerti del tour di “The Who By Numbers”, da qualche parte nel Midwest, che il batterista Keith Moon fece sapere al resto della band che avrebbe dato una cena di gala nella sua camera d’albergo, per festeggiare il proprio compleanno. Pete Townshend, il chitarrista, obiettò che questo cadeva il 23 agosto. Ma Moon replicò che un caro amico se lo era perso, e quindi, dai. La sera tutta la crew era riunita: il desco era adornato da uno splendido centrotavola colmo di fiori variopinti, tra bottiglie di vino e champagne in fresco. Quindi Moon apparve: come ha ricordato Townshend, vestiva “una giacca da smoking, pantofole di velluto nero, una camicia bianca con una grande sciarpa nera. Indossava poi una moltitudine di anelli e catene con medaglioni d’oro dall’aspetto costoso”.
“Che bei fiori!”, esclamò. Quindi ne prese uno e lo mangiò, tra l’ilarità generale, nonostante fosse una sua gag consueta. A questo punto presentò con accento ricercato una ragazza di circa 17 anni: “Carissimi fan! È davvero cortese da parte vostra l’essere accorsi al consesso. La mia carissima amica Kathy, attrice con la speranza di sfondare a Hollywood, compie gli anni quasi nel mio stesso giorno. Quindi questa è una festa collettiva”. Le fece accomodare, le illustrò il menù e le consigliò cosa scegliere a bassa voce, mentre tutti si gustavano la cena e chiacchieravano. A cena terminata, Townshend si levò in piedi: “Vorrei proporre un brindisi. A Keith! A Kathy! Ai loro compleanni, cento di questi giorni!”. Tutti levarono i bicchieri, sghignazzando poco signorilmente, invero. Tuttavia ripeterono l’augurio. Moon fece cenno di sedersi, ostentando signorilità e modestia. Quindi scrutò ciascuno dei commensali, che erano in attesa della sua nuova trovata o - chissà - di un discorso, e quindi, sempre col bicchiere altolevato, disse: “Ho un secondo annuncio da fare. Lascio la band, lascio gli Who”. Tutti risero sotto i baffi. Serissimo, Moon spiegò: “Mi hanno offerto una parte nel nuovo film di Marty Scorsese e ho detto al mio agente di accettare”. Il che non era del tutto improbabile, visto che Roger Daltrey quell’anno aveva recitato come protagonista in “Lisztomania” di Ken Russell.
Townshend però non ci credeva: “Keith, siamo nel bel mezzo di un tour…”
“Terrò fede ai miei impegni previsti per questo tour. Poi basta. Vi chiedo ora di brindare alla mia salute. E alla mia fortuna”.
Townshend ribolliva: “E adesso? Mangerai un altro fiore?”, disse, indicando Kathy.
“No, lo mangerai tu”, rispose Moon, calmo, indicando il centrotavola.
Detto, fatto. Townshend prese un bocciolo e cominciò a masticarlo, tra il disinteresse generale, osservato dal solo Moon. All’improvviso la sua gola cominciò a bruciare, poi a gonfiarsi: era allergia e Pete non respirava. In un balzo Moon gli fu accanto: “Che ti succede?”
“Cazzo… soffoco”, bisbigliò Townshend.
“Stai calmo! Stai calmo… Qualcuno chiami un’ambulanza. Pete sta male”. Tutti si attivarono, ma subito la gola di Pete cominciò a sgonfiarsi: “Va tutto bene. Sentivo la gola che si gonfiava, ma adesso mi pare che stia tornando normale. Cazzo! È stato spaventoso”. E poi, rivolto a Moon, di cui aveva notato la reale preoccupazione: “Grazie”.
Visto lo scampato pericolo, Moon gridò: “Champagne!”
E Townshend, con un filo di voce: “Keith, non vogliamo festeggiare il fatto che lasci gli Who”.
“Lo facevo solo per stuzzicarti, amico. Cercavo di far colpo sulla bella Kathy. In realtà, lei non sa nemmeno chi sono gli Who. Certe fighette sceme conoscono solo Hollywood”. Insomma, meglio non fiori, ma opere di pene.