Rock on the wild side - Elvis e la mossa del mignolo
110 date. 110 maledette, sudatissime date. Tante ne fece Elvis in quel 1956 che lo consacrò Re del rock’n’roll. Da quando il 5 maggio “Heartbreak Hotel” aveva toccato la vetta della Billboard Single Chart, ogni suo 45 giri era giunto al n. 1. La Elvismania conosceva picchi mai visti prima. Era sexy, scomposto, ribelle. Con “I Want You, I Need You, I Love You” in discesa e “Hound Dog” in prepotente salita nelle charts, venerdì 10 agosto Presley arrivò a Jacksonville, Florida, dove si sarebbe esibito per due giorni e tre concerti. Tutti lo aspettavano. Gli inviati della stampa nazionale, calati da New York. Le lunghe file di fan che da prima dell’alba attendevano aprisse la biglietteria del Florida Theater. La vincitrice del concorso “Perché voglio conoscere Elvis”, arrivata da Atlanta con tanto di mamma occhiuta al seguito. Il predicatore Robert Gray, che nel corso di una veglia spirituale alla Trinity Baptist Church definì Elvis “il più basso livello della degenerazione spirituale”. E il giudice Marion Gooding, classe 1911, che, scioccato dalle scene dell’anno prima, quando “fan eccitate avevano quasi strappato i vestiti di dosso a Elvis”, come scrisse “Life”, preparò dei mandati che accusavano Presley di corruzione di minorenni, da usare se questi avesse esposto i fans “all’oscenità e alla volgarità”.
Già le cose non promettevano bene; in più June Juanico, la ragazza di Elvis, al suo arrivo in città fu fischiata dalle fans e trattata come una puttana. Gooding volle vederci chiaro e assistette allibito all’esibizione delle 15.30, quindi convocò uno sconcertato e stanco Elvis, in camicia bianca e senza giaccia, nel suo ufficio, comunicandogli le sue intenzioni e esortandolo a un comportamento decoroso e responsabile: avrebbe potuto scuotere il bacino di lato, ma non avanti e indietro. Presley dichiarò al “Jacksonville Journal”: “Non riesco a capire cosa faccio di male. Mia madre lo approva”. Tuttavia promise di fare il bravo. I guai, però, non erano finiti: un rappresentante del Sindacato Americano degli Attori di Varietà gli comunicò che, se avesse continuato a dimenare il bacino in quella maniera allusiva e provocante, avrebbe dovuto depositare una cauzione e iscriversi al sindacato, di cui non a caso facevano parte le spogliarelliste. Altrimenti lo spettacolo sarebbe stato bloccato.
Santa pazienza! Elvis passò un pomeriggio modello: portando a spasso la vincitrice del concorso, rispose educatamente a tutte le domande della stampa. La sera sotto il palco del Florida Theatre sedeva un giovane avvocato, Clarence Wood, assunto dal Colonnello Parker per impedire l’arresto di Elvis; di fronte, la polizia era schierata con le cineprese per immortalare il reato. “Fu lì che iniziò la storia del labbro arricciato e del dito mignolo”, ricordò Scotty Moore, il leggendario chitarrista di Presley. A un certo punto, Elvis si fermò, guardò imbronciato il pubblico e... dimenò il mignolo. Dalle urla di eccitazione delle fans venne giù il teatro, ma la pruderie dei conservatori non era stata solleticata.
Più tardi raccontò tutto a June, la fidanzata, rimasta prudentemente in hotel: “Baby, avresti dovuto esserci. Ogni volta che il batterista faceva una rullata, io dimenavo il ditino e le ragazze andavano via di testa. Parola mia, non avevo mai sentito urla del genere. Gliel’ho fatta vedere a quei figli di troia - dico, definirmi “volgare”! Baby, tu non pensi che io sia volgare, vero?”. Detto questo, si infilò in testa un paio di slip di June e cominciò ad andare su e giù per la stanza. Unò-duè, unò-duè! Che classe…