Bruce Springsteen, un concerto diverso dal "solito"

Il Boss al Circo Massimo, nel racconto di Ernesto Assante
Bruce Springsteen, un concerto diverso dal "solito"
Credits: Marta Coratella / Concessione in uso a Rockol

Che non si tratti più della stessa cosa è evidente: lo show della E Street Band e di Bruce Springsteen al Circo Massimo, domenica sera, davanti a sessantamila persone entusiaste, è stato diverso dal solito. Diverso il clima sul palco, diverso il rapporto con il pubblico, diverso l’impianto dello show.

Meglio o peggio?

Il problema è capire se sia, e se sia possibile dirlo, ‘meglio’ o ‘peggio’ di prima. Dal punto di vista del puro e semplice intrattenimento di ‘peggio’ non c’è nulla, sempre che non si sia bulimici e si considerino poche due ore e quarantacinque di show. La band fila dritta come una spada, i musicisti sono sempre all’altezza del ruolo, tutti fanno quello che devono fare diligentemente, alcuni (come il mai troppo lodato Nils Lofgren) anche in maniera eccellente, altri (la sezione dei fiati per intenderci) al minimo necessario, ma niente è fuori posto, o al di sotto di uno standard che è obiettivamente alto. Springsteen stesso non si risparmia, canta benissimo per tutto lo spettacolo, anzi è addirittura sorprendente come non ceda di un solo tono alla sua età e con la potenza che il suo canto richiede. Gli scudieri più fidati sono sempre la colonna portante, il solidissimo e ‘invisibile’ Gary Tallent, il fantasioso e insostituibile ‘professore’ Roy Bittan, il poderoso ‘Mighty’ Max Weinberg, il sempre più pirata Steve Van Zandt, anche lui ancora in grado di cantare come si deve oltre che immancabile ‘spalla’ in tanti momenti dello show. Bravi i coristi, in particolare Curtis King, eccellente il percussionista Anthony Almonte, meno in evidenza ma non meno necessari Charles Giordano alle tastiere e Soozie Tyrell al violino, e sempre più centrale Jake Clemons, perfetta ‘copia’ dello zio scomparso. La ‘famiglia allargata’ (anche se incompleta vista l’assenza di Patti Scialfa) è ancora solidissima, divertente, in grado di cambiare costantemente colore, tono, ritmo, come poche altre band al mondo (o forse quasi nessuna a dire il vero) siano in grado di fare.

The show remains the same

Se guardiamo all’impianto dello show le cose sono apparentemente rimaste le stesse: la vastità del repertorio consente a Springsteen di muoversi nel tempo dando soddisfazione al pubblico ma anche a se stesso, cantando brani di ogni epoca della sua storia, mettendo insieme quello che a lui piace recuperare dalla valigia dei ricordi e, soprattutto nel finale, quello che il pubblico vuole sentire, dando spazio a tutti.
Certo, con un ora in meno di show in media c’è ovviamente chi avverte la mancanza di questo o quel brano, ma non è certo un limite o un difetto rilevante. Ma non è rimasto lo stesso il rapporto con il pubblico, anche se il filo che lega la platea al palco è sempre teso, è sempre carico di elettricità. Springsteen si concede di meno, non si lascia andare quasi mai, il cervello domina sul cuore. Ma tutto si tiene perché a non essere cambiato è il modo in cui il pubblico vive la serata, non ‘ascoltando’ ma ‘partecipando’ allo spettacolo, dando corpo a un desiderio collettivo di salvezza, redenzione, che in nessun altro momento della vita trova oggi la stessa compiutezza.

Meno concessioni, rispetto al passato

Ma Springsteen concede meno rispetto al passato. Non c’è spazio per l’improvvisazione, non c’è il ‘colpo di scena’ che tiene insieme tutto creando magia, cancellando la distanza tra palco e platea (anche se quando regala la sua armonica alla ragazza che in prima fila ha il cartello che la richiede per sua mamma tutti godono del gesto ovviamente), tutto è ‘scritto’, anche il bel discorso che introduce ‘Last man standing’, le cui parole appaiono sul palco tradotte in italiano perché tutti possano capire. E’ un ‘difetto’? In parte si, diciamolo francamente, ma lo è solo in parte, e soprattutto per chi, come molti, ha avuto l’occasione di vivere l’esperienza di un concerto di Springsteen nel vecchio formato. Per gli altri la distanza tra lo show di Springsteen e qualsiasi altro concerto altrettanto ‘scritto’ e costruito resta sempre enorme. Diciamo che è entrata nell’equazione una variabile nuova, quella del ‘mestiere’, variabile dovuta in gran parte agli show teatrali degli scorsi anni, nei quali Springsteen ha imparato a ‘recitare’ più e meglio di prima e a capire come essere ‘vero’ ogni sera pur vestendo i panni di se stesso e non essendolo realmente.

Più concerto che evento messianico

È insomma più un ‘concerto’ che un evento messianico, è uno spettacolo più che una ‘life changing experience’, è Springsteen come chiunque si immagina debba essere, non qualcosa che sorprendentemente può portare sessantamila persone, tutte insieme e tutte nello stesso momento, a vedere la vita con occhi diversi. Ma è uno spettacolo profondo e bellissimo, un viaggio tra il confine della vita e della morte, nel quale il senso della speranza resta sovrano. Ma non è più la speranza della terra promessa da raggiungere con la forza delle proprie gambe o la potenza del motore della propria automobile, è una speranza più piccola, priva di gran parte delle illusioni che Springsteen stesso ha animato, ma per questo forse anche più vera, la speranza di qualcosa di meno grande ma più raggiungibile, sapendo che siamo mortali, che sbagliamo e cadiamo, che quello in cui crediamo spesso si sgretola, ma che siamo vivi, ci rialziamo, ricostruiamo sempre tutto.

È uno show che parla molto di passato, poco di presente, che celebra ancora magnificamente la vita e la gioia, ma non dimentica la morte e il dolore, dove non ci sono riferimenti all’attualità, se non nei colori giallo e blu della chitarra di Little Steven quando Springsteen intona ‘No surrender’, come se Springsteen non pensi più di voler incidere sulla realtà ma sia molto più concentrato a tenere in vita quello che davvero ancora brilla del sogno di un mondo migliore. Qualcuno si rammarica che non abbia detto una sola parola di conforto per la tragedia della Romagna, e ha ragione, dal Boss ci si aspetta empatia, solidarietà, vicinanza e quel silenzio è sembrato strano, sbagliato.

Ma alla fine si è trattato di una grande serata, spesso commovente, coinvolgente, travolgente. Una grande serata nella quale provare ancora a capire chi siamo e cosa vogliamo, e credere, anche se solo per due ore e quarantacinque, che il rock’n’roll possa salvare le nostre vite. 

Tags:
La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale

© 2026 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.